Scotomi

Mandelbrot

Antonio Bux

Trilogia dello zero
(Parte seconda)

 

Sapevo d’essere trasportato altrove, prima di diventare carcassa, carogna da lavorare. La vita finisce nel momento migliore, quando il grembo caldo rigetta fuori il suo successore, il processo d’estinzione andato a male. Non resta, allora, che il rapido transito, soffio così sottile che quasi nessuno lo può percepire. La mente, invece, è uno spartito musicale: se non si sfiorano le giuste note, tutto muove in disordine, ogni cosa stride perché non sa la propria dimensione. Per questo il corpo, prima di putrefare, deve già sapere la propria decomposizione, il futuro di cenere che lo attende. Ed è così che diventa fondamentale il trasporto: dove e quando disperdere, perché contenere. Quanto pensiero poter sprigionare. Perché la differenza, al di là del circuito, non è la mente, o l’andare, e nemmeno il cammino o la separazione. La differenza è la sola differenza: tutto ciò che scomparendo, sa di non tornare. Dunque la lavorazione dell’invisibile è l’unica massa gestibile, la sola combustione che alimenta l’inutile, quando il trasporto si appresta a compiere la propria ricognizione. Uno sguardo all’indietro, futuro d’altrove. Dunque so di dover trasportare la mia destinazione, prima ancora di partire. Visione che liquida pompa, macchina destinata al fallimento. Assemblando piccole parti, atomi preminenti che disperdono la morte nel cammino. Tutto si può pesare, nel disequilibrio della fine. Ma la cosa più importante è l’ultimo pensiero, dove stacca l’anima il suo velo, la pellicola che protegge nel trapasso, il buio che si espande a macchia d’ombra, l’altro riflesso, scotoma del tempo, nero ritaglio: scatola della forma, dove ciascuno rinchiude il proprio abbaglio, l’enigma manomesso.

 

Scotomi

 

1.

“L’ombra è un’intelligenza laterale:
al centro mostra un catalogo di luce
i prezzi migliori per comparire sempre
ma al suo interno non prevede sconti
anzi, si fissa un ricavo esponenziale:
rubare alla forma la sua forma primordiale”

 

L’origine della forma è prima
ancora della forma: si sottrae
dall’ombra, muta destinazione
non più luce, neanche fiamma
bensì procede per eliminazione:
toglie dalla visione l’irreversibile
sceglie l’invisibile nella divisione
dove il corpo oggetto si calamita
all’attrazione che il buio espande
e più non si vede né morte né vita
ma solo lo specchio di qualcosa più grande.

 

2.

“C’è nell’aria una specie di contorno
mai pronto a superare il paesaggio
piuttosto passaggio stretto dove si filtra
un dolore dentro, che fatica a respirare.
In questo, perdono le cose la trasparenza
il loro tacere l’ombra nell’abbandono
al dono del colore sbiadendo per inerzia
quando l’oggetto si assomiglia troppo al luogo
e dove tutto ha un peso per eccessiva mancanza
se lo si bilancia cadendo, nel rovescio della materia”
/p>

 

Di cosa possiedi l’anima se manca
fiato in mezzo al tempo o parola a metà
tra respiro e spegnimento, ordine di smettere
di cosa dunque temi il sovvertire, se già è girato
un vento contro il mondo, se già ti carica la gola
di rimpianto e di spavento al tocco la memoria
e sola senza canto una morte si propaga su nell’aria
e tu ricadi nel profondo senza stacco ma con mite transitoria
stanchezza d’anima spegni sul fondo, ti tiri via da ogni mutamento?

 

3.

“Vedo il mondo, tubo solo ripieno
di super colori, gradazioni uniche
terra che tinge per ricoprire il pieno
spazio che delimita: viscoso sottile
ultravioletto confine del bulbo occipitale
riempimento orizzontale, nero antico
rifacendo perfetta la barba al tempo
col segmento dell’immagine a ricordare
– milligrammi accesi di svuotamenti dentro –
o pensiero così simile proprio al movimento
che di sé mai vuoto, se lo si guarda oltre il fondo”

 

Un paesaggio su più strati, frequenza cieca
di registro celeste che s’inceppa al vento.
Un paesaggio quadrato, che si spaesaggia
nel cono dell’occhio come acqua, l’ultima goccia.
Ché il paesaggio stesso cede la sua linea
il punto d’interferenza, tra ciò che si guarda
e quel che si vede. Di sola pigrizia a raggiungere
lì pupilla non rende l’invisibile. Ma nel cielo sbriglia l’aria
dove l’uccello affonda l’ala. Ché nel volo non si sbaglia
di più ancora se poi risale. Così il paesaggio aumenta
dove lo sguardo meno allunga la sua mole. Nell’evidenza
si concentra, punta un preciso filo d’orizzonte. Si sdoppia
fino ad arrivare all’altro lontano. Più in là dell’infinito possibile.
Un paesaggio che è la vista, prima ancora, sottopaesaggio dentro.
Ché se si guarda indietro, l’orizzonte si concentra in un suo punto.
Lì nel vero. Ed è allora che sfinisce nella memoria: prima
del guardato]
dove è senza più limite, l’altra metà immaginata, l’avanti
del suo simile.]

 

4.

“Guardare il foglio è un esercizio diagonale:
si contrae il muscolo dell’immagine fino
alla parola oggetto, ne prevede la forma
la grande scossa del pensiero. Poi si arrende
si sdraia procedendo nella frantumazione
quando l’occhio per soddisfare l’angolazione
del suo rientro si fa cavità imprevedibile
miracolo personalizzato (c’è chi osserva per fare
a meno della riflessione, la pratica dell’allungo
fino al massimo della sopportazione, la fatica
dell’avvenimento) perciò è margine l’immaginato
il piano irregolare dove si fissa l’errore percentuale
lo screening della placenta emozionale: più si vede
infatti, più lo sfogo rientra da un’altra parte, si chiude
e non rimane che al di là della retta, una linea invisibile
ciò che separando concentra, la replica dell’annullamento”

 

Ho come in mente un volto, ma quando lo voglio vedere
questo si fa troppo, s’ingrandisce di ombre, e scompare.
Mi chiedo se non sia un intoppo, un fallo della percezione
come a immaginare il fantasma di un altro me stesso dire:
qui tu non c’entri, fatti indietro, non c’è più niente da intuire.
Dunque si procede per buchi, quando il salto non è protendersi
ma bensì proteggere la propria voragine. Ed è allora che si spinge
perciò le forme nell’impercettibile, come a farle riapparire più in là
dove è peso vuoto il contenere, l’altra parte lasciata a guardare.

 

5.

“Il pensiero è un veleno che macchia la pagina
siero del proprio corpo dove estingue la mano
quando per aggiungersi si sottrae all’informe
nominando del nero solo il grigio che sbiadisce
la parentesi della pagina, spirale in movimento
ché nell’occhio finge dentro, il bilico dell’immagine
non più quindi corpo, ma frattaglia del suo intero”

 

Uno schermo l’essere, divide
i suoi punti dal cardine morte
quando la vista ricresce -indietro
fuoriesce- dal groppo della schiena
un’escrescenza di futuro, tipo a larva
il morbido bozzo della pena maturare
sulla pelle dell’attesa: la curva del pensare.

 

6.

“Nella rarità del fuoco si arrampica
una specie di luce che non brucia
la variante del calore disanimando
la pietra di mezzo messa a dividere
la vegetazione dello sguardo caduto
indietro la terra per farla incastrare
come una pellicola interna, una colla
a tenere accesa la retina al contorno
quando brucia la visione come per unire
l’aderenza dell’occhio all’aria del mondo”

 

Ho scoperto di avere
una lucciola nel ricordo.
La riesco a vedere
solo di notte, quando
tutto è senza memoria.
E invece la lucciola cresce
tra le tenebre a intermittenza
mi mostra una parte di me
quella meno densa. Ma poi
la lucciola muore presto
si fa pensiero, prima dell’alba
quando è futura la certezza
e di ogni cosa si osserva la fine
dell’ombra, la metà ricoperta.

 

7.

“Una scala in mezzo al tempo
impedisce la risalita, l’ascesa
e nemmeno il fondo: piuttosto
si dirama a chiocciola sul futuro
mentre gli scalini rimpiccioliscono
nella rapida caduta del passaggio
quando si sbaglia porta e si sbuca
in un altro presente, un po’ più in là”

 

Si smembra da solo il corpo
lasciandosi andare nel gesto:
consumando nell’aria il tocco
-cedendo al movimento- ritorna
a bruciare il suo angolo oscuro
(ché non diventa punto di forza
ma sottrazione nella lentezza)
quando l’impressione della vita
ricopiando la forma della morte
nella mutazione blocca lo scarto
la pausa del tempo, la più sottile
pellicola che ricopre nell’inconscio
la palpebra aperta dell’altro occhio:
la metà nascosta che resta a guardare.

 

8.

“Si sta, anche non
tra un chi e un poi
praticamente fuori
altrove come qui”

 

Si torna al sole sempre
malati di una vista accesa
nella deformità dello sguardo;
l’occhio un fuoco spegnersi lento
nella cenere della cornea fumante
aizzando l’unico rogo: l’mpressione fiamma.

 

9.

“Il prodigio si avvera dentro, ché l’anima delle cose
quando muoiono rimane sulla polvere, ma poi cade
si stacca dall’ombra, si posa al centro (dove vive
ancora la contemplazione a lungo, un’aura gigante
nella luce di un pianeta vicino, pulsa provvisoriamente)
e quasi un chiodo, la vista nella periferia dell’abbaglio
che si conficca nel vuoto della forma, si fissa attento
alla densità del ricordo, dove emana il suo profilo altro
la sagoma indescrivibile, l’opaca sfinge della memoria”

 

Si guarda a strapiombo l’angolo remoto degli oggetti
la costa dell’ombra sembrare riemergere da un fondo
di un oceano impossibile di presenze: l’ultima spiaggia
dove un atollo diventa lo sguardo, l’isola più nascosta
attraversando l’invisibile delle cose, la linea a specchio
che non riflette dall’esterno ma indietro, come fa il mare
contro la sua corrente (ritorna in superficie solo la melma
della trasparenza, mentre la forma cristallina retrocede);
perciò l’obiettivo del guado non è l’orizzonte ma il vortice:
l’estremo giro di boa, la pressione che risucchia da dentro
perché scrutando solo l’altrove, la composizione lontana
non si fa altro che ridurre il corpo a segnaletica confusa
miccia inesplosa, che dal suo interno sincronizza la fine
come una bracciata controcorrente: dove il traguardo è
la spinta verso il vuoto, e non l’alterna diffusione del moto.

 

10.

“Disporre gli oggetti, le nervature profonde
delle cose, pronte nel ventre dell’immagine
perdere peso e forma -contrarre la sterilità
dell’occhio che non inquadra- anzi sotterra
nel camposanto della cornea il becchino/luce
tumulando le ossa della vista, il dente occhio
che guardando divora: nel buio rigurgita figure”

 

Il parallelo di un’immagine comincia
a sfocare – a rendersi lento nel tremore –
quando per base, di lungo nel fotogramma
si avverte un arco, una specie di budino pulsare
nel sincrono dell’immaginazione, ché perde la retina
quando per buco si ha la trasparenza, e dell’oggetto
si squama l’ombra, la si mette in una prigione luminosa
quasi fosse un’escrescenza di visioni, la materia invisibile
che mai deforma il pensiero anzi lo plasma, ne fa un vetro
che non riflette se non in se stesso, la triplicità del movimento

 

***

12 pensieri riguardo “Scotomi”

  1. Grazie Francesco, per la bella sorpresa…ho scorporato alcune poesie di Scotomi, che è la prima silloge della seconda “Trilogia dello zero” – Volume II, in un altro libro a parte, “Tecniche di dispersione”. Un paio di poesie di questo post sono “finite” nel secondo libro. Giusto per precisare, ovviamente è un lavoro in divenire, sempre soggetto a modifiche.

    Ti ringrazio ancora per aver postato queste poesie…grazie di cuore.

    Un abbraccio,

    Bux

  2. Appassionato , tambureggiante , a volte percussivo questo monitoraggio di Antonio Bux , e certo meritorio il suo tentativo di oggettivare il discorso , così raro negli autori della sua generazione . Una poesia modernissima , per linguaggio e timbrica una delle più evidenti realtà di questi anni .
    Naturalmente auguri per il prosieguo –
    leopoldo –

  3. Grazie a Leopoldo e a Mirko per il passaggio e l’apprezzamento.

    Spesso nei miei lavori cerco di unire, non so con quali risultati, la cadenza ritmica ossessiva di un dettato perentorio, tendente dunque ad una base di lirismo, di musica, dunque una base “calda”, con la freddezza del ragionamento, dello scandagliare umano partendo da un oggetto, da un accostamento materico, per arrivare ad una matrice filosofica, sempre anche attraverso una fusione tra poesia di pensiero e immagine. A volte sembra un lavoro duro, di certo non semplice da seguire in lettura, me ne rendo conto. Ma lavoro anche ad altri progetti, ben diversi. Chi mi segue lo sa…come lo sapete anche voi, sicuramente, dato che spesso ci incrociamo su Facebook :-)

    Penso che un autore debba attraversare più linguaggi e scavare fino a trovare qualcosa che lo faccia esprimere nella sua unicità. Magari sono ancora lontano dai miei obiettivi, reputo questi miei lavori degli esercizi, sperando un giorno di arrivare a mete più universali, di arrivare all’osso della mia personale ricerca. Spero di trovare presto editore per questa seconda uscita della Trilogia dello zero, perché il lavoro andrebbe letto in toto, così questo mio discorso potrebbe essere compreso meglio, anche se, come dicevo già nell’altro commento, ho ulteriormente diviso il lavoro in più libri, rispetto agli inediti che mandai un paio di mesi fa al buon Francesco, che ringrazio nuovamente per la stima e per lo spazio che mi concede.

    Un abbraccio a voi tutti, e grazie ancora.

    Con tutta la poesia del mondo,

    Antonio

  4. Belle poesie.. La mia preferita:
    Ho scoperto di avere
    una lucciola nel ricordo.
    La riesco a vedere
    solo di notte, quando
    tutto è senza memoria. (…)

  5. Ciao Francesco, sì, grazie. Ultimamente rileggo ad alta voce, vero, e aiuta, come sappiamo. Difficile però vedersi, purtroppo mi sposto poco, ma mai dire mai, in futuro magari avremo occasione di incontrarci. A presto e grazie.

    Bux

  6. Anch’io, come Francesco Tomada, colpita dalla centratissima sintesi di Leopoldo Attolico: “Appassionato , tambureggiante , a volte percussivo” (così come colpita dalla poesia tua, ma questo lo sai, Antonio)
    Ciao e … via col libro!

    1. @margherita: Grazie per essere sempre presente e attenta, sai quanto mi fa piacere avere il tuo sguardo (poetico) addosso! :-) un beso!

      @stefano: grazie per il tuo passaggio, sono contento che un lettore e critico attento come te abbia notato questa differenza rispetto a un passato più o meno distante; dato che, anche andando di fretta, hai sempre buttato un occhio sul mio lavoro in questi anni, e sono contento del tuo apprezzamento.

      Ultimamente definisti la mia scrittura, mi pare di ricordare, “nervosa, elettrica”, ed è un accostamento che condivido.

      Grazie, un caro saluto a entrambi, e al “padrone di casa” Francesco, sperando che stia bene e ci legga sempre con la solita passione!

      Grazie a tutti,

      Antonio

  7. sono sempre di corsa, per cui non ho ancora letto attentamente Antonio, ma sento che nel tempo è riuscito sempre meglio a fondere lirismo e razionalità, slancio vitale e un materialismo consapevole, che coordina l’energia nella direzione più contemporanea.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.