Città piene di vento

Franco Donaggio, Urbis

Gianmarco Pinciroli

 

Città piene di vento
(inedito)

 

I. Sabbia

 


Qualcosa è rimasto

Passato al vaglio del racconto
(che ne hai saputo fare?)
qualcosa è rimasto
del tutto chiamato
in punta di bocca

Fegato e cuore non bastano
a trasgredire l’ordine
di non voltare il secchio degli occhi:
l’acqua comunque trabocca
e vedere è medicina dell’esserci

 


Più lontane parole

Credevo, più lontane parole
dalla candela la notte
(acqua, fuoco)
nella forma d’agosto

Lanciava manciate di farfalle
verso l’artificio della luce
in cenere più lontane parole

Credevo, in quegli anni
al rogo dell’idea, rito
d’ala accartocciata dall’occhio
nella fiamma dell’ozio

 


Istante, devoluzione

La carica arguta della sillaba
per tenere la nota
come grido la vocale spalancata
sullo stupore acquatico

Il riverbero delle ciglia
debordante libagione
e frotta già santa
aperta nella metamorfosi
copula di seta e terra

Fuori dal ciclo del fiore in frutto
del cibo di nuovo seme
incontaminato

 


Setaccio

Percorre il qui e il là del vento
il rumore del setaccio
sgrana occhi, ardore che sa
culmine che prega, deborda

Corrispondenza a senso
si tratta di qualcosa
che lascia il resto sul bancone
un po’ di moneta in polvere

 


Cadere

La fonte dei segreti nelle favole
è un’acqua di bambino allegro
guarda da presso il lontano
che sarà poi

Mani qui sciolgono, là catturano
la sabbia sul volto del giorno
che non finisce mai

E dorme immortale
sul filo della trama
non sa che cadere
è soltanto l’incubo del riposo

 

II. Il mondo immaginato

 

Città piene di vento

formicolano gli addii sull’orologio
la torre allaccia cielo e mondo
in un grido d’aria: allarme

Pascolano sulla ringhiera tracce
primitive di bottini
frenano l’odio delle sedie
vuote tovaglie: incandescenti

La notte soffia sulla piuma
del monte un pavone di gioia
sensi gravano alle vocali
non accentate del tuo nome

Abbaglia l’intransigenza, il caos
sbarrato all’occhio bianco
piegato sul lato del corpo
che dall’ombra diviene altra cosa

 


L’attesa nel respiro

L’acqua recede, la clessidra
nella sabbia asciuga il sorriso
dell’idolo, da tempo le labbra
mutano in ansia il silenzio:
un malinconico soffio di grazia
che solleva piume e denti
a un più lieve candore
fino alla sincope di una nota in controtempo
al fuoco di un arresto che dissolve
l’attesa nel respiro ultimo e profondo
in cui riposano le maree
gli eventi della gioia
i cigolii dei freni
che li hanno incatenati ai debiti
al sapere che tutto è consistenza
di grani, attimi, niente
con lo spessore di un’idea
a collegare finito a finito

 


Ultimi e primi fiati

Trafitta dalla gioia, hai percorso
a grandi passi la stanza
e ti sei seduta in grembo a un vaso

spezzarti con l’amore è cosa facile
più arduo raccoglierti
frammento di uno specchio
finito sotto il tappeto
dopo la caduta

hai chiesto pausa facendoti aria
col giornale e in fondo al respiro
ti sei domandata incredula
«Ma sarà poi vero?», certo, lo è
Ultimi e primi fiati: sono veri
nuotiamo per vanità nelle parole
poi, giunti a una meta, restiamo
a bocca aperta e con gli occhi sbarrati
non possiamo più distinguere
arco da freccia
e consumiamo aria, nel vuoto

 

Nel vuoto, nel vetro

Di Dio è la certezza che la fine
come il piombo accanto all’amo fionderà
la mia gola di pesce, irrispettoso
del silenzio: scrivere, parlare
sono sconti di una colpa millenaria
pagata con passione intransigente
contro la specie, contro l’abitudine

Nel vuoto, nel vetro cerchi gocce
d’immaginato seme per la gloria
di tutti nel nome dell’incanto
ma il mondo che si esprime ha che vedere
con zolle superbe, astronomie d’accenti
su versi lunghissimi di cielo

Da notti languide, cupa iridescenza
dei nomi, aggettivi, virgole impreviste
dopo risse di predicati incerti
tra finito e infinito di un silenzio
inoperoso, quieto, orizzontale

 


Ciò che non è tramonta

e un filo di bava assorbe
la luce dei denti
il volto esplode, trova luogo
su piani diversi, equivalenti

Cinture d’ombra soffocano
la porta, rada di barche oscura
per le molte mani a protezione

S’incurva la serie, tu la vivi
nel suo punto culminante, poi
quando ha inizio la ripetizione
distanzi l’attimo del congedo
invochi la superbia
di una stolta dilazione
e non accetti il predicato
che ti situa nell’altrove
di tutti i luoghi, cancellata
la prominenza dell’esserci

 

Qualcuno mi ha commesso

ha detto: sei il frutto
putrido della luce
hai colpa e innocenza
mescolate come un brandy
prima di mezzogiorno
sei pieno di sospetti e di rivali
nell’assoggettare popoli e pianure

Qualcuno mi ha immaginato
solo e divino al posto suo
e mi ha dato il compianto
di una sorte comune
a tutti gli irriverenti

Il tempo passa, eppure
è ancora in armi e vendica
ogni attimo della sua noia
col ventaglio monotono
di sempre identici malanni

Vittima è il boia che rimane
dopo la creazione, padrone
di una testa in più

 


Il sonno artigiano

Prendi il calco della mano
edificando l’indice, la tensione
della vita rigata al palmo
con la sua cifra rosata al margine
del polso, amata dal numero
del sangue, dal computo illacrimato
a seppellire quel grano di virtù
che ti conduce dal cuore alla veglia
dal vano scuro del cerebro al divino
scandire della forma dentro te

Hai preso in mano la paura
dipinta dal sogno in fiore opaco
secondo uno stile verticale
che impiomba penne ai passeggeri
fa il verso ai voli del passero, in autunno
nella gabbia dell’albero che dorme

Ed anche tu
mano sorpresa dal vento
dormi quel sonno artigiano
l’impronta

 


Come le api il miele

cola nell’incrinatura del paesaggio
il filo di ferro di una stolida
parola, già detta in altro luogo
mai la stessa acqua, lo stesso piede

L’arnia nel cuore è fabbrica
di gioia, si esprime, è fuori
prende l’abito, s’incorona
regina di fiori, fante di bastoni

Adagio gonfia l’arancia della voce
e fin che può s’accumula, fedele
candore di zucchero nella medicina

Amara sorte delle maschere
che dai bocci prepotenti e torpidi
traggono il sudore dell’immagine
ne tracciano la storia piano piano
sulle pareti della casa, immobili

 

***

Un pensiero su “Città piene di vento”

  1. in questi versi mi ci ritrovo come quando il mio cane bianco mi si accoccola vicino stretto stretto.
    o come quando soffia maestrale ed apro le finestre.
    è un bel vento.
    vm

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