Le crepe

laura turci meldola

Laura Turci

Il percorso di Laura Turci, se da un lato si inserisce all’interno dell’ampia tradizione dialettale romagnola, dall’altro si caratterizza per alcune particolarità che ne rendono la poesia decisamente personale e riconoscibile. Prima di tutto va rilevato come lo strumento espressivo sia il dialetto meldolese (Meldola è un piccolo comune nella provincia di Forlì-Cesena), che, come sottolinea Andrea Brigliadori, è di per sé quasi privo di una vera e propria tradizione poetica; altra caratteristica è poi il numero estremamente limitato di poesie che l’autrice ha pubblicato nel corso degli anni, per cui la sua scrittura assume quasi le sembianze di un’opera lenta di distillazione.

La produzione dell’autrice meldolese, a partire dagli anni Novanta, confluisce così quasi per intero in un unico prezioso volume, Al carvaj (Le crepe), pubblicato dalla Società Editrice “Il Ponte Vecchio” in due successive edizioni, la seconda arricchita di una decina di testi rispetto alla precedente, fra i quali si trovano quelli proposti in seguito.
La parsimonia di Laura Turci le consente, però, di giungere ad una rastremazione acuminata delle parole nel momento in cui queste si concretizzano in poesia. Emerge così con prepotenza il legame con la terra e le cose, e soprattutto il modo in cui le cose stesse raccontano gli uomini e la loro esistenza. In questa compenetrazione che è tradizione e modernità, solitudine e patrimonio comune, la poesia dell’autrice meldolese si fa carico spesso di un pesante bagaglio di dolore, ma anche di un sogno forse non dichiarato ma presente come sfondo determinante: quello che nel tutto sia possibile cercare una forma di pacificazione, o almeno che le parole, dopo essere state custodite con tanta cura, possano giungere all’uomo come respiro e consolazione. (ft)

Testi

URAZION

E’ mi signor,
fa ch’u n’ menca mai:
a e’ zil
l’ora di vécc
tra e’ dè e la nota

a la tera
la carvaja
ch’la s’ingola e’ fiom;

a l’èlbur
la gozla d’ambra
sora la frida;

e a l’oman,
zil e rispir,
tera e pela,
elbur e osi,
e al paroli
dla cunsulazion.

PREGHIERA

Signore,
fa che non manchi mai:
al cielo
l’ora dei vecchi
fra il giorno e la notte;

alla terra
la crepa
che ingoia il fiume;

all’albero
la goccia d’ambra
sulla ferita;

e all’uomo,
cielo e respiro,
terra e pelle,
alberi e ossa,
e le parole
della consolazione.

*

NO A DURMAMA ANCORA

Che dè,
un burdèl l’ha rugiè,
un oman l’ha prighè
e l’ha srè j occ.

Pu l’è vnù e’ petross
a fè dal pedghi alziri
sora e’ davanzèl,
un gat l’ha mos
la pré de scalin.

E la curena
l’ha j a purtè
l’udor ad fiur guest
e l’armor
dal foi secchi de nos,
ch’a l’sona
cumè lègna
spachèda int un znoc.

E in tot quest,
no a durmama ancora.

NOI DORMIVAMO ANCORA

Quel giorno,
un bambino ha gridato,
un uomo ha pregato
e ha chiuso gli occhi.

Poi è venuto il pettirosso
a fare delle orme leggere
sul davanzale,
un gatto ha mosso
la pietra dello scalino.

E lo scirocco
ha portato
l’ odore di fiori guasti
e il rumore
delle foglie secche del noce,
che suonano
come legna
spaccata su un ginocchio.

E in tutto questo,
noi dormivamo ancora.

*

I MURT

I murt
chi t’ guèrda
dal fofografi
de campsant,
ciapé int un rispir,
j è sré
int al casi zinchedi
a mudè
int un suspir
ad porbia.

Pu i va
pr’al strèdi di viv
a piatès
int al robi
de mond.

E mi bà,
che adès l’è un bon bà,
l’è int e’ vlen celest
ch’u s’ da al vidi,
int e’ vers dal ranoci
e int la poppa ch’la vola
dri de fiom.

I MORTI

I morti
che ti guardano
dalle fotografie
del cimitero,
presi in un respiro,
sono chiusi
nelle casse zincate
a mutare
in un sospiro
di polvere.

Poi vanno
per le strade dei vivi
a nascondersi
nelle cose
del mondo.

Il mio babbo,
che ora è un buon babbo,
è nel veleno celeste
che si da alle viti,
nel verso delle rane,
e nell’upupa che vola
vicino al fiume.

*

UN ETAR TIMPUREL

Incù e’ zil
l’è una cuerta ad novli grisi
drì a pianzar.
La tera zetta la stà da ‘stè.

U’m pè du inamuré,
on in pet a cl’ ètar
chi voja fè l’amor
par la prema volta.

Pu l’èria la s’ fa carga
e la j unés int ‘na saètta.

E u piov
sora la campagna
cumpagna aqua sora una spogna,
sanz’armor.
E’ zil u trova pès.
La tera la bé
da la su stèssa bocca.

UN ALTRO TEMPORALE

Oggi il cielo
è una coperta di nuvole grigie
vicino al pianto.
La terra silenziosa attende.

Mi sembrano due innamorati,
uno di fronte all’altro,
che vogliano fare l’amore
per la prima volta.

Poi l’aria si fa carica
e li unisce in una saetta.

E piove
sulla campagna
come acqua su una spugna,
senza rumore.
Il cielo trova pace.
La terra beve
Dalla sua stessa bocca.

*

DOP A LA NEVA

Sora e’ sintir di zardin
a camen.
L’erba la crès tra l’ pré
e la rimpés i svuit
ch’a j avan lasè.
E’ camp l’è verd
cum’ e’ fond d’un lègh.

Dla néva ch’la s’è sfata
l’è arvanzè
dal moci znini,
ch’a s-ciaz aposta
cun i stivél gross
par sintì l’armor.
E u’m’pè d’ès e’ Signor
ch’u fa, u sfa, u seiva
un’eva
ch’la j è lè, par chès.

Inveci,
a so l’erba
ch’la fiurés in bacont
ad qui chi guèrda
et che al pré.
E una pscolla
ch’ la porta e’ zil
l’è e’ spèc
du ch’ha m’ho d’arcnossar.

DOPO LA NEVE

Sul sentiero di pietre dei giardini
cammino.
L’erba cresce tra le pietre
e riempie i vuoti
che abbiamo lasciato.
Il campo è verde
come il fondo di un lago.

Della neve che si è sciolta
sono rimasti
piccoli mucchi,
che schiaccio apposta
con gli stivali grossi
per sentire il rumore.
E mi sembra di essere il Signore
che fa, disfa, salva
un’ape
che è lì, per caso.

Invece,
sono l’erba
che fiorisce a dispetto
di chi guarda
solo le pietre.
E una pozzanghera
che porta il cielo
è lo specchio
in cui devo riconoscermi.

*

SABAT

Quant a vegh, e’ sàbat,
al dòni d’una zerta etè
ch’a l’scapa da la paruchira
cun la mesinpiga
e la faza inrusida,
pr’andè a custodì
oman, fiul, vsen, véc,
e int j occ
la strachèzza;
o al furstiri ch’a l’camena
drì i marid a testa basa
e a testa basa nanca da par sé,
u’m ciapa dal volti una tenerezza
e una voja ad pianz ed ad rugiè
par tot al carèzi, al brazedi, i bis
ch’a n’avan avù o putù cmandè,
par la blèzza lasèda int i fos
cunpagna fiur saibedgh
impasì,
sott e’ sol ch’u s’ha carsù
e ch’u s’vleva a testa dretta
e a occ avirt.

SABATO

Quando vedo, il sabato,
le donne di una certa età
che escono dalla parrucchiera
con la messinpiega
e il viso arrossato,
per andare a custodire
uomini, figli, vicini, vecchi,
e negli occhi
la stanchezza;
o le straniere
che camminano dietro ai mariti
a testa bassa
e a testa bassa anche da sole,
mi prende a volte una tenerezza
e una voglia di piangere e di gridare
per tutte le carezze, gli abbracci, i baci
che non abbiamo avuto o potuto chiedere,
per la bellezza lasciata nei fossi
come fiori selvatici
appassiti,
sotto il sole che ci ha cresciute
e che ci voleva a testa alta
e ad occhi aperti.

 

***

laura turci carvaj

__________________
Laura Turci, Al carvaj
Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2006, II ed. 2012
__________________

***

7 pensieri riguardo “Le crepe”

  1. Pechè non vi va bene la mia password!!??
    Non create problemi inutili nella comunicazione.

    Commento alla poetessa Laura Turci:
    Di solito diffido dei “poeti” che scrivono poco o pochissimo. Ne conosco diversi, e li trovo o avari, o troppo prudenti, o presuntuosi. Così ho letto le poesie con pregiudizio. Sbagliando. Sono bellissime, sono preziose, sono davvero dei distillati di poesia.
    Grazie, e complimenti.
    A.C.

  2. Sconoscevo questa quasi mia conterranea, io sono originario di Faenza. La Romagna ha talmente tanti dialetti dal faentino al santarcangiolese, che una parlata è già difficile da capire anche solo a 20 30 chilometri di distanza. Per esempio, il titolo della poesia No a durmana ancora in faentino diventa No a durmegna incora. Cimentarsi nel dialetto non è facile, serve un back ground culturale non indifferente, anche perché il romagnolo, a parte Baldini e Guerra, non ha la solida tradizione scritta di un napoletano, un siciliano o un romanesco. Quindi è comprensibilissima la poco vasta produzione della bravissima Laura Turci, la cui conoscenza è per me limitata ai bellissimi versi qua sopra. Chiedo anche scusa per la lunga tirata sul dialetto (dialetti) romagnoli, ma penso possa essere utile, per meglio comprendere l’ambiente in cui l’autrice opera, ambiente molto snob il nostro, dove il dialetto viene per mentalità confinato al folk alla piadina e al liscio, e dove ai miei tempi se per caso alle elementari ti scappava qualcosa in dialetto venivi punito e nella migliore delle ipotesi deriso.

  3. Caro Flavio,
    non scusarti per la lunga tirata, anzi ci aiuta a comprendere meglio il lavoro di Laura Turci (e il vostro).
    Grazie.

    Francesco t.

  4. Poesie molto belle. Mi rimandano, al al di fuori della partitura originale in dialetto, al tono e alla pacata nostalgia dei versi di un altro poeta romagnolo di nome Gabriele Zani (autore peraltro di una delle più belle autoantologie degli ultimi anni).
    Gli scenari della Romagna e la sua gente sono i protagonisti: Zani lo fa direttamente; la Turci attraversando con il suo sguardo tutto quello che gli sta intorno come se stesse dietro la finestra, graziatamente appartata. La semplicità del linguaggio (di cui il dialetto è una manifestazione diretta e ontologica) è frutto di una leggerezza ricercata, che in fondo è lo “strumento umano” che ci permette di immergerci in quelle fievoli captazioni delle emozioni umane, senza rimanerne annegati.
    N.I.

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