Una vita, tante vite

Salvador Dalì, Metamorfosi di Narciso, 1937

Antonio Scavone

Una vita, tante vite

     Non ho ancora deciso cosa mi abbia dato più fastidio: se il tornare in paese per delle questioni che potevano tranquillamente risolvere i miei genitori, oppure il tempo che inevitabilmente perderò con gli amici e i parenti che ho lasciato ormai da sei anni o, piuttosto, la caccia che amici e parenti mi daranno per scoprire un po’ più da vicino la mia strabiliante capacità di predire il futuro. Forse anche per questo, per sminuire la molestia che questo viaggio imprevisto mi ha procurato, sto tornando con l’autobus: il treno avrebbe sollecitato festosi gruppi di accoglienza sui binari e non sarei uscita indenne dai baci, gli abbracci e le richieste di premonizione o divinazione o chissà che altro.
     Stupidi! Sì, stupidi, perché io non leggo e non interpreto il futuro! Considero queste cose legate al futuro né più né meno che una pratica volgare e meschina di suggestione e di raggiro. E poi, a dirla tutta, se sapessi leggere il futuro, leggerei per bene il mio, sapendo in anticipo cosa fare e cosa no, chi favorire e chi no, come risolvere certi passaggi obbligati che la vita comunque ti impone. Ecco, lo sapevo, comincio a intristirmi, a deprimermi, a non essere la stessa Eleonora che sono a Roma, la stessa donna che, sia pure a fatica, con qualche ritardo, con piccole sconfitte, è riuscita a vivere per conto suo, di se stessa, del suo lavoro, della sua casa.
     La verità è che il futuro non esiste, nel senso che non esiste un solo futuro, esistono tanti futuri; tante sono le possibilità affinché una serie di avvenimenti sia, come si suol dire, futuribile e sia pertanto compatibile con le aspettative o i desideri che l’umanità abitualmente medita e rimedita sul proprio avvenire. Vorremmo tutti che il nostro futuro fosse il più roseo possibile, che si presentasse, quand’è il momento, carico di sorprese e di novità, ma tutti poi sappiamo benissimo che il futuro è quello che è, che arriverà ricco o povero, funesto o radioso per certe sue leggi tanto imperscrutabili quanto futili.
     Siamo arrivati, il pullman lascia l’autostrada e raggiunge la meta del mio viaggio, che non è ancora il mio paese d’origine ma uno slargo (sarebbe troppo chiamarla periferia): la stazione degli autobus per il borgo arroccato su una collina verdeggiante e ariosa.
     Con me scendono dal pullman tutti i passeggeri, quasi tutti lavoratori pendolari o studenti fuori-sede, e si dirigono verso le macchine che li aspettano o che avevano parcheggiato all’inizio della settimana. Per me non ci sono macchine: devo incamminarmi sulla via maestra del quadrivio e tirare dritto sulla salita che porta al centro abitato. In pochi attimi, sono rimasta sola: incrocio qualche vecchio sul trattore, qualche ragazzo in bici e una famigliola che scende alla fermata degli autobus. Tutto come sempre in questa ridente località di provincia, com’era sei anni fa, come sarà fra sei anni.
     Sono in piazza, nel traffico ovattato del centro, appena screziato dai borbottii dei motorini: la pompa della benzina, l’antico bar dei cacciatori, la cartoleria attrezzata anche per la vendita di personal e ipad, l’oreficeria dai vetri blindati, signore che guardano le vetrine di Dante Mode, il nostro sarto reso famoso da una sfilata a Roma e poi c’è Giacomo, il vigile urbano, uno dei miei cugini, che fa il suo servizio di ronda, controllando lo sparuto viavai dei compaesani e, di tanto in tanto, la cupola plumbea del cielo per avvistare segnali di pioggia.
     Giacomo, per esempio, poteva aspirare a un lavoro meno ordinario e più esclusivo – l’avvocato, il medico – e invece si è fermato alla prima occasione che la sorte gli ha presentato. Come faccio a dirlo? Semplice: l’ho visto! L’ho visto come si vede un tramonto, un treno che passa, un gruppo di amici che conversano davanti a un caffè, una contadina che porta al mercato le sue primizie.
     È questa la mia specialità: riuscire a vedere cosa è successo, o cosa sarebbe successo, se taluni avvenimenti nella vita di una persona avessero avuto un corso diverso da quello che hanno poi manifestato nella realtà, cioè nel presente. Non so come e perché ma riesco a vedere questo: se quelle scelte sono state davvero importanti, se quelle decisioni sono state utili, se il senso e il significato della propria vita è stato raggiunto o no.
     – Nora, che ci fai qui?
     – Ciao, Giacomo. Sono venuta per l’auto da vendere.
     – Ti trovo bene.
     – Grazie. E tu?
     – Non mi lamento, le solite cose. Forse pioverà… Tu sì che hai avuto fortuna! Te ne sei andata a Roma e chissà quanti capricci ti sei tolta.
     – Capricci? Se lavoro tutto il giorno…
     – Sempre come ufficio-stampa del cinema?
     – Del cinema, del teatro, di quello che succede…
     – Non è la stessa vita che facciamo qui, tra le colline.
     – Tu avresti potuto cambiarla.
     – Ah già, la storia del futuro, dell’altro futuro. Vuoi che ti accompagni a casa?
     – No, ci vado da sola.
     – Dài, ti accompagno: si vede che sei stanca.
     La macchina si inerpica sul viale che porta sul poggio e costeggia le villette delle ortensie che si notano dalla stazione degli autobus. Sono tutte uguali, queste case, come se ne vedono nella pubblicità: colori tenui, finestre radiose, prati lussureggianti. In una di queste avrebbe dovuto vivere Giacomo, con quella donna che sta accatastando sul patio foglie e rami secchi che da qualche settimana l’autunno comincia ad accumulare un po’ dovunque.
     – Non è Marianna, quella?
     – Sì, è lei.
     – Non ha messo un filo di grasso.
     Come si sarà capito, sto provocando Giacomo, sto provocando la sua memoria, le sue illusioni. Marianna è davvero una bella donna, ha mantenuto quella sua linea elegante e sobria, dopo aver avuto due figli da Enrico, un medico che aveva cominciato a lavorare qui in paese una diecina d’anni fa. Erano fidanzati, Giacomo e Marianna, ma poi si lasciarono perché lui, come spesso succede ai giovanotti un po’ pieni di sé, non si decideva a costruirsi un avvenire. La macchina si ferma dolcemente nella curva e Giacomo resta per un attimo perso nei suoi pensieri, con le mani sul volante, accarezzandone la rotondità con delicatezza. Poi mi guarda, sorride casualmente e mi dice “Chissà…”. La mia replica è antipatica perché preparata: “Non perdiamo altro tempo, accompagnami a casa”.
     Ma a casa non ci arrivo, o per meglio dire non riesco a oltrepassare l’uscio di casa: vengo letteralmente afferrata e tirata da parte, nella vecchia stalla dei buoi, da Clotilde, un’altra delle mie cugine sfortunate.
     – Ti prego, Nora, non dirlo a nessuno!
     – Non dire a nessuno … cosa?!
     – Io devo sapere, Nora, non ho fatto altro che aspettarti. Quel telegramma te l’ho inviato io.
     – Come, come? Tu mi hai inviato… Sei stata tu a farmi venire qui?!
     – Sì, non avevo altra scelta.
     – Quindi i miei non sanno nulla del mio arrivo?
     – No, potrai dire che avevi voglia di rivederli…
     – Tu sei scema, Clo’! Sei tutta scema!
     – Sì, forse è vero, ma ho le mie buone ragioni.
     – E quali sarebbero?
     – Sei tu che devi dirmele.
     E si lascia cadere sconsolata eppure smaniosa sulla vecchia mangiatoia delle vacche e in realtà sembra anche lei una mucca, una mucca sciatta e stralunata da cartone animato. Clotilde è sempre stata così: ansiosa, piena di tic e di problemi. A trentadue anni non ha ancora un compagno, dei figli, una casa tutta per sé; vive con la madre, invalida e lunatica, e col proposito di poter sposare, un giorno o l’altro, il farmacista che sta in piazza, che per conto suo è già un marito e un padre felice, che non sembra chiedere altro alla vita. E allora? Che cosa si aspetta Clotilde? Niente, si aspetta di risentire, attraverso il mio racconto, la vita che avrebbe svolto col farmacista se, un paio d’anni fa, fosse stata più ardita nell’accalappiarselo come l’uomo della sua vita.
     – Ti dico le stesse cose di sempre!
     – No, cambiano.
     – Cambiano?! Come “Cambiano”? Che vuoi dire?!
     – Si trasformano, Nora, sono diverse. Se nella vita normale, cioè nel futuro che ci aspettiamo, possiamo immaginare di fare tante cose, anche nella vita alternativa ci dev’essere consentita la stessa possibilità. Se no, scusa, il tuo futuro alternativo diventa poi monotono e ossessivo. Ti pare?
     – E allora vieni!
     – Dove?
     – Dal tuo farmacista!
     E le tendo la mano, non solo per sfidare la sua voglia di futuro, quanto, e forse di più, per saggiare e misurare il punto più alto o il più critico della mia abilità di veggente. Ma Clotilde non prende la mia mano, si ritrae come pentita dal suo coraggio e sopraffatta dalla mia determinazione: la voce di mia madre, nel cortile, rompe questo momento di lusinga e di indecisione.
     – Nora… quando sei venuta?
     – Da poco, stavo giusto per entrare, poi Clotilde…
     – Siete due pazze! E Clotilde più di te, col suo farmacista!
     E mamma mi trascina in casa, tirandomi per il braccio come una ragazzina. Sono costretta a giustificarmi: che ero, sì, venuta per consentire la vendita dell’automobile, ma soprattutto perché avevo voglia di vedere la mia famiglia.
     – Per vedere la fine che stiamo facendo?
     – Ma no, mamma, che vai dicendo…
     – E allora sei venuta per Clotilde o per Roberto, non certo per noi. Abbiamo avuto un brutto periodo: tuo padre deve curarsi, controllare il cuore e la pressione ma con lui, lo sai benissimo, è come parlare al muro.
     – E tu?
     – Che c’è? Sei diventata affettuosa tutta in una volta? Ti preoccupi anche di tua madre?
     – Io penso sempre a voi. Come mai sei sola?
     – Tuo padre lo trovi in cantina: sta sistemando le provviste e le botti per l’inverno.
     – Il tempo di lavarmi le mani e scendo giù in cantina. Perché hai parlato di Roberto?
     – Non dirmi che vedi solo il futuro degli altri.
     – Mamma, ti prego, non scherzare su questa cosa.
     – Questa cosa, come la chiami tu, ti sta facendo perdere i lumi e sarebbe ora che anche tu ti curassi.
     – Ma io non sono malata!
     – Svampita o svanita, che è la stessa cosa.
     – E allora spiegami perché pensi ancora a Leonardo Frassi?!
     – Che ti salta in mente?
     – È la verità: tu pensi ancora a lui!
     – Tu sei matta, figlia mia.
     – Io vi vedo!
     – E che cosa vedi?
     Ma scappo via, seguìta e poi bloccata da Clotilde: “Ma tu davvero li vedi, tua madre e Leonardo Frassi?”. Chissà perché mi ritrovo con una lacrima sulla guancia, una di quelle che non dovrebbero mai scivolare e che invece, irragionevoli e fragili, sembrano che stiano lì solo per cadere nel momento sbagliato.
     – Nora, che hai?
     – Mi hai combinato davvero un bel pasticcio!
     – Vuoi che me ne vada? Magari torno più tardi.
     – Sì, ci vediamo dopo.
     Quando la macchina di Clotilde si allontana, finiscono le lacrime e comincia a piovere: mia madre mi dice di chiamare papà, che tornasse su, perché l’umidità della cantina bene non gli farà. La guardo negli occhi, vorrei dirle “Scusami” ma non riesco a dirglielo. Mamma mi guarda con una fissità disarmante, aggraziata poi da un sorriso lieve, per farmi capire che per lei non ci sono né rimpianti né rammarichi: l’unica ansietà è quella che le procuro io con le mie percezioni e con le storie o commenti o giudizi che ci ricamo sopra.
     Quando ci sediamo a tavola per il pranzo, la pioggia si fa più lenta e fine e mio padre dichiara che, per il mio ritorno improvviso, bisogna festeggiare con una delle ultime bottiglie del vino vecchio e mentre lui armeggia con la bottiglia, guardandola controluce e poi stappandola con un colpo sicuro, versando con una smorfia di soddisfazione e di orgoglio il vino schiumoso nei nostri bicchieri, non posso fare a meno di respirare con calma, di sentire non solo il profumo del vino ma di tutta la casa, di riconoscermi sia pure a metà in questo posto dove sono nata, dove ho vissuto fino a sei anni fa.
     – Allora, che fai a Roma? Come va il lavoro?
     – Bene.
     – E il guadagno?
     – Non mi lamento.
     – Ce ne siamo accorti, non ci hai mai chiesto soldi. Eppure…
     – Papà, ti prego, non cominciare la solita storia…
     – Non è la solita storia, Nora. Ne parliamo spesso con tua madre: non pensi al tuo futuro? Il lavoro è importante ma starai sempre da sola? Avrai pur voglia di…
     E stavolta mia madre mi viene in aiuto: riesce a distrarre mio padre con la storia che le donne della mia età – tutte emancipate, tutte desiderose di sperimentare fino in fondo la loro esistenza – non sanno ancora a quale futuro votarsi, perché ne sognano tanti, ne aspettano tanti, ne vedono tanti. La lezioncina di mia madre non lo ha convinto, ma gli ha fatto capire che non è il caso di insistere e, come per cambiar pagina, ripiega la tovaglia davanti a sé, si ricrea uno spazio pulito sulla tavola e si dedica ai suoi solitari, rimescolando più volte il mazzo di carte proprio come chi ha bisogno di disperdere e confondere con pazienza le fastidiose lusinghe di un desiderio mancato.
     “Tu non sai cosa vuoi dalla tua vita” aggiunge mio padre senza guardarmi, faccio finta di non aver capito e me ne vado in cucina.
     Osservo mia madre mentre lava i piatti, guardo i suoi gesti misurati e attenti, le sue mani piccole che restano agili anche nei guanti di gomma: faccio il gesto di aiutarla, di risciacquare le stoviglie ma lei mi blocca subito: “E Roberto?”.
     – Che c’entra Roberto? È una vita che non ci vediamo.
     – Tre anni non sono una vita.
     Un colpo di clacson, giù in cortile: è Clotilde.
     – Mamma, vado un po’ in giro, con Clotilde. Ci vediamo più tardi.
     – Non mi dài un bacio?
     Mi avvicino alla sua guancia tenera e dalla pelle soave, le schiocco un piccolo bacio con gli occhi chiusi e raggiungo Clotilde che mi chiede se tutto sia a posto, annuisco e la macchina riparte giù per il viale, verso la stazione degli autobus.
     – Perché veniamo qui?
     – Non lo so, pensavo volessi distrarti.
     – E mi distraggo come? Guardando il paesaggio?!
     – D’accordo, dimmi dove vuoi andare.
     – Torna in paese e fèrmati in piazza.
     – Ma non vuoi rilassarti un po’?
     – Sbrìgati, sono già rilassata.
     E invece non è vero: non sono tesa ma non sono neanche tranquilla. Sto per prendere una decisione, sto come si dice sul punto di non ritorno e una sola certezza stimola e risolleva il mio animo in questo momento: so di dover qualificare la mia abilità di veggente, di dover conferire alla mia specialità il crisma dell’autenticità o, quanto meno, della verosimiglianza.
     – Che c’è? Perché mi guardi così?
     – Nora, hai qualcosa negli occhi che… che brilla.
     – Te ne accorgerai, brillerà anche per te.
     – Siamo in piazza, che facciamo?
     – La nostra mèta è la farmacia.
     – Dobbiamo entrare in farmacia?!
     – Di più, Clo’: dobbiamo entrare nella tua vita.
     – Nora, ti prego, mi sento già male…
     – Ma vuoi vederlo o no il tuo futuro alternativo?!
     – E se non fosse quello che mi aspetto?
     – Affìdati a me.
     Quella luce che brilla, quella che Clotilde ha notato nel mio sguardo, è solo l’anticipazione di quello che poi accadrà, di quello che solitamente accade quando mi dispongo a percepire l’altro futuro.
     Ecco, ci siamo: un fremito, una fibrillazione, una scarica di adrenalina e i miei occhi si chiudono perché inspiegabilmente cominciano a vedere quello che ancora non è ma che sarà o che sarebbe. Clotilde avverte questa frenesia che pervade non solo le mie palpebre, ma anche le labbra e perfino la punta del mio naso, come se dovessi captare un odore, un profumo, un aroma.
     – Nora, perché hai gli occhi chiusi?
     – Perché sì! Prendimi per mano e portami dentro.
     – Dentro… in farmacia?
     – Come se avessi avuto un incidente.
     – Un incidente? Agli occhi, vuoi dire? Come se la vista ti si fosse momentaneamente appannata? Per esempio: un moscerino, un calo di pressione, uno svenimento…
     – Lascia stare i dettagli!
     – E che cosa devo dire?
     – Tu non dici niente! Tu aspetti un mio segnale!
     – Ma come “Non dico niente”, Nora?! Mi conoscono, ti conoscono: penseranno che abbiamo avuto sul serio un incidente.
     – Devi aspettare il mio segnale. Portami dentro.
     – E se Marco mi chiede… sì, insomma, se Marco mi rivolge la parola…
     – Non devi rispondere, devi aspettare il mio segnale e, quando te lo dirò, dovrai chiudere gli occhi.
     – Anch’io con gli occhi chiusi?!
     – Sì, anche tu. Avanti, entriamo!
     Come accompagnando una cieca, Clotilde mi conduce con garbo verso la farmacia: mi sorregge per farmi superare un gradino e mi abbraccia come per nascondermi agli sguardi dei curiosi, ma anche per nascondere e proteggere se stessa da quella che le deve sembrare una messinscena ridicola, che le procura imbarazzo e forse anche vergogna. Quando avverto il tremore della sua mano sulla mia spalla, capisco che siamo all’interno della farmacia di Marco.
     Stringo la mano di Clotilde e le dico di chiudere gli occhi, lei mi risponde rinserrando le mie dita fra le sue: sta per compiersi l’apparizione dell’altro futuro.
     – Ciao, Nora. Che hai fatto ieri sera? Ti abbiamo cercata.
     È Marco che parla e si rivolge a me come alla vecchia compagna di scuola: adesso vedo le sue labbra muoversi, i suoi occhi piccoli che si illuminano sulle parole che dice ma non lo ascolto. Stringo la mano di Clotilde e le dico di aprire gli occhi e di non fare commenti, di godersi quello che succede nell’altro futuro. La scena che abbiamo di fronte è davvero sorprendente: c’è Marco, col suo camice bianco da farmacista, e accanto a lui c’è Clotilde, con le braccia conserte, che aspetta la risposta alla domanda che mi ha rivolto Marco.
     “Ma quella sono io?” mi chiede sottovoce Clotilde, le dico di sì e lei resta inebetita. “Come sono bella…” aggiunge con vanità e tende una mano verso Marco: la trattengo, la tiro da parte.
     – Fèrmati! Non puoi toccarlo: tu non esisti.
     – Come ‘Non esisto’?!”.
     – Clo’, ti prego, fa’ come ti dico! Tu sei già lì.
     – Nel suo futuro?
     – Sì, nel suo futuro.
     – E quindi anche nel mio futuro?!
     – Ma non è ancora il tuo futuro.
     – Io voglio essere lì: voglio essere “quella” Clotilde!
     – E di “questa” che ne facciamo? Di te che stai con me?!
     – Non voglio vivere questa vita, voglio vivere quella.
     – Aspetta, ragiona, ragioniamo…
     C’è poco da ragionare: chiunque, se potesse, cambierebbe la casa, la macchina o la bigiotteria con una villa, una fuoriserie e una collana di perle: figuriamoci con la propria vita! Semmai si tratta di approfondire, di intendere, di valutare cosa vi sia di veramente alternativo nel futuro alternativo.
     – E allora? Che fine hai fatto ieri sera?
     Marco ha poggiato i gomiti sul banco e mi guarda sornione, come se sapesse già in anticipo la fine che avrei fatto ieri sera e anche Clotilde, l’altra Clotilde, accenna un sorriso di materno rimprovero come se, ieri sera, ne avessi fatta un’altra delle mie.
     Esordisco con un “Me ne sono andata, avevo da fare, la bambina aveva un po’ di febbre” e resto in attesa di una reazione che, tuttavia, non si materializza, sicché decido di continuare a parlare… “A un certo punto mi ero accorta di aver fatto tardi e di aver trascurato la mia bambolina, non sarò una madre esemplare ma mi sforzo di esserlo, non mi tiro indietro”.
     Marco china la testa e poi guarda altrove, alla strada, al sole che sbiadisce nel crepuscolo: le due Clotilde sono stranamente simili nella posa dello stupore. La prima, la moglie di Marco, accenna un altro dei suoi sorrisi ma se ne pente subito, come trovandosi di fronte a un’infelice, una che in pratica non è capace di affrontare la realtà. La Clotilde di oggi, quella che è entrata con me in farmacia, sembra delusa e sconcertata, più che dalle mie parole, dal fatto che gliele avessi nascoste così bene per tanto tempo, quelle verità, e infatti aggiunge sottovoce quasi con strazio: “Nora, tu hai una figlia?!”.
     Marco viene fuori dal suo banco di farmacista, si avvicina e mi chiede se ho voglia di qualcosa, un caffè, un’aranciata, un bicchiere d’acqua. Gli dico di no, poi lui mi prende una mano, la chiude fra le sue, come si fa con una malata, alla quale far sentire semplicemente un’affettuosa e solidale presenza. Perché questo messaggio di pietà? C’è qualcosa nel futuro alternativo che non riesco a cogliere e considerare, mentre gli sguardi e i gesti di Marco e delle due Clotilde hanno già percepito e giudicato.
     – Nora, andiamo via. Non voglio farlo più, non sono pronta.
     – Sta’ buona e non agitarti: vedrai che andrà tutto bene. Lasciami fare.
     Prendo la mano della Clotilde di oggi, gliela strapazzo un po’ per acquietarla e poi alla Clotilde del futuro:
     – Sei felice, Clo’?
     – Come mi hai chiamata?
     – Ti prego, rispondimi…
     – Tu non mi chiamavi Clo’ da tanto tempo…
     – Sì, da quando me ne andai a Roma.
     – No, da quando te ne andasti con Roberto.
     Il mio cuore batte, il mio cervello fatica a capire, a tradurre le parole della Clotilde del futuro, a stabilire e giustificare la mia presenza tra la vita di oggi e quella di un domani finora indefinito. Ero dunque riuscita a vivere con Roberto, con l’uomo di cui ero innamorata?
     Avverto una sensazione di calma, di equilibrio: dovrei ben sapere cos’era la mia vita sei anni fa e come pensavo di cambiarla e soprattutto con chi mi immaginavo di cambiarla, ma in realtà non lo so, non l’ho mai voluto sapere: con l’illusione forse o la certezza che mi sarei costruita da sola, e quando mi fosse piaciuto, il futuro che volevo e che in pratica mi mancava.
     – Hai trovato lavoro?… Nora, hai sentito?
     No, non ho sentito, sono stata distratta da due persone che sono entrate in farmacia: sono un uomo e una donna sui sessant’anni, l’uomo ha un aspetto familiare, è Leonardo Frassi, il padre di Roberto, e la donna che è con lui, sua moglie, è Maria Giusti, mia madre.
     “Nora, ma quella è tua madre…”, mi sibila sbigottita Clotilde in un orecchio, come per soffocare una plateale verità e non appesantire ulteriormente quel disagio che sto provando e che dev’essere palese sul mio volto e nei miei occhi.
     – Nora, ma che succede? Tua madre con Frassi?!
     – Non lo so…
     – Nora, ti prego, andiamo via. Ho paura!
     Davanti a me, in un futuro probabile e alternativo, c’è Maria Giusti, una donna che oggi è mia madre e domani potrebbe essere o sarebbe stata mia suocera. C’è un senso in questo stravolgimento? Ci sarà pure ma non riesco ad afferrarlo… è come se stessi vivendo un altro presente, una seconda esistenza. Maria mi guarda, mi sorride e a mala pena riesco a trattenere altre lacrime: ma perché non faccio altro che piangere? Perché mi sento spiazzata e impossibilitata a trovare non dico una via d’uscita ma almeno un passaggio meno arduo per quello che sembra essere il mio inafferrabile avvenire?
     “Roberto ti ha cercata, Nora: per tutta la notte” mi dice Maria avvicinandosi lentamente, allungando verso la mia la sua mano, come per trattenermi e rabbonirmi. Rispondo con protervia, con durezza, come sono solita fare con mia madre: “Se non mi ha trovata, vuol dire che non voleva trovarmi!”. Leonardo, quello che potrà essere mio suocero, tenta un approccio più persuasivo, mi dice che le bravate del figlio gli sono note, che ha tentato inutilmente, anche ieri sera, di porvi rimedio ma che purtroppo non spetta solo a lui di risolvere la questione… Perché sono o saranno o sarebbero tutti così buoni con me? Perché si preoccupano più di me che di Roberto? Perché prendono a cuore la mia sorte, mentre minimizzano e dànno per scontate le bravate del figlio?
     La sensazione di freddo che mi avvolge si fa più intensa e comincia a debilitare la mia presenza di spirito: sto per venire meno, è una sensazione di oppressione che mi stringe al petto, alla gola, mi ronza intorno alle orecchie, mi fa credere che tutto sia inventato e tragico, verosimile ma ingannevole.
     Maria mi accarezza il viso, mi deterge il sudore freddo che mi aveva imperlato la fronte e mi parla con dolcezza, amorevolmente, come mi ha parlato per tutta la vita nell’altra vita, quando era mia madre. Chi sono queste persone che mi parlano come se sapessero tutto di me? Chi è questa donna che impersona, alternativamente, mia madre e mia suocera eppure, nell’uno e nell’altro ruolo, difende e protegge il mio futuro con slancio e passione? E quest’uomo che neanche ho mai conosciuto, questo mio presunto suocero, che cosa ha trovato di tanto inimitabile e convincente in me? E Marco? E Clotilde? Già, Clotilde… dov’è andata a finire?
     – Sono qui, Nora. Dove volevi che fossi?
     Mi giro intorno ma la Clotilde di oggi, o dovrei dire di ieri, non c’è, è svanita, si è dissolta e la Clotilde di domani, o dovrei dire di oggi, è al suo posto, dove l’abbiamo trovata quando siamo entrate in farmacia. Sono combattuta da due pulsioni diverse: non riesco a capire se il futuro sia stato o sarà esaltante o si limiterà a procurarmi solo tormenti e insoddisfazione.
     – Nora, dovresti riposarti.
     – No, Clo’, devo andarmene, devo uscire di qui.
     Clotilde, e non Clo’ come mi ostino a chiamarla, scambia occhiate di perplessità con Maria e Marco: probabilmente non possono accettare il fatto che io sia semplicemente in visita nel loro futuro o addirittura che ne faccia parte, giacché la mia abilità di veggente mi consente solo di osservare, forse di interagire, ma non certo di esserci.
     Maria mi chiede : “Dove vuoi andare?” e io rispondo con semplicità: “A casa”. “È giusto: devi tornare a casa”, mi dice Leonardo e fa il gesto di accompagnarmi, indicando l’uscita.
     – Clotilde, ti ricordi quando ti chiamavo Clo’?
     – Certo. Era tanto tempo fa.
     – Sei felice?
     – Sì, Nora, sono felice e lo devo anche a te. Tu mi indicasti quale doveva essere il mio futuro.
     – E l’hai raggiunto?
     – Ora devi riposarti, Nora. Non devi pensare ad altro.
     E infatti non penso a niente: mi lascio trascinare da Leonardo verso l’uscita, lascio che mi accompagnino e mi sorreggano e mi ritrovo seduta in una macchina che non conosco; alle mie spalle Maria è premurosa: mi scompiglia i capelli dalla fronte, mi fa sentire a mio agio mentre Leonardo, guidando piano, mi rivolge sguardi di solidarietà e di incoraggiamento. Non so che dire, non so a cosa pensare, non mi aspettavo che il passaggio nell’altro futuro fosse così naturale, così placido. Ormai è chiaro, ho trovato quello che era il mio futuro alternativo benché, a esser sinceri, mi sia mancato il futuro normale, quello che avrebbe fatto da stampo o da campione per una vita diversa.
     Ci fermiamo a un semaforo e, come temeva Giacomo, sta piovendo con gocce impalpabili: ne approfitto per chiedere notizie di Giacomo e forse di Marianna.
     – Giacomo, il vigile urbano?!
     – Sì, è mio cugino… Come sta?
     “Stava bene, poi…” e Leonardo lascia cadere la frase, per pudore. Interviene Maria con quella sollecitudine franca e un po’ spietata che è necessaria quando esitiamo a conoscere certe verità. “Ha sposato Marianna, sono stati bene un paio d’anni insieme, poi lui l’ha lasciata per un’altra donna…”. Che dovrei dire, ora?
     Apro il finestrino per annusare l’odore della terra bagnata, dell’acqua finissima che cade di traverso e mi guardo intorno ma non mi soffermo su nessuna delle cose che vedo. Maria mi porge una borsa e mi dice che mi appartiene, che l’ho dimenticata a casa sua ieri sera, prima che…
     – Prima di che cosa?
     – Prima di andartene.
     – Prima che Roberto mi lasciasse, non è così?!
     Maria e Leonardo tacciono: la macchina aumenta un po’ la velocità scendendo a valle, lungo la strada che porta alla stazione degli autobus.
     Sicché il mio futuro è questo, era questo, sarebbe questo? Roberto mi ha lasciato per un’altra donna e probabilmente, anzi sicuramente, ieri sera ci sarà stata una scenata conclusiva. L’avrò scoperto con la sua amante, come sarà forse successo a Marianna con Giacomo, l’avrò accusato di essere nient’altro che un volubile, un irresponsabile: lui si sarà difeso come si difendono gli uomini quando vengono smascherati nei loro intrighi, avremo urlato, l’avrò magari anche colpito col primo oggetto che mi è capitato tra le mani ma lui si sarà difeso, mi avrà buttata per terra, forse mi avrà picchiata e allora, a quel punto, avrò bevuto del liquore, preso qualche pasticca e Roberto avrà portato via con sé la bambina…
     – Fèrmati, ti prego.
     – Che c’è, Nora? Non ti senti bene?
     – Fèrmati.
     La macchina si ferma. Leonardo e Maria restano in attesa e guardano quello che sto guardando io: quell’uomo che prepara le botti per il vino facendole caracollare sotto il patio del cortile, disponendole in fila, segnandole con un pezzo di gesso. Sto guardando mio padre e anche lui si accorge di me o, per meglio dire, quell’uomo si accorge di essere osservato: infatti alza la testa, porta la mano sugli occhi per capire chi è che lo sta fissando. È invecchiato, molto più di quanto non lo siano Maria e Leonardo; è dimagrito, col volto ancora più segnato dalle rughe, dalla fatica.
     Mio padre mi guarda come si guarda un forestiero e non fa domande: resta immobile, senza parole, come se sapesse già tutto oppure come se aspettasse di saperne di più. Scendo dalla macchina, sotto la pioggia che ora si fa più forte, mi avvicino e gli chiedo se si ricorda di me: lui fa cenno di no, istintivamente, ma poi, invitandomi sotto la pensilina della stalla, mi dice che l’avrò scambiato per qualcun altro oppure che gli ricordo qualcuno.
     – Sì, mio padre.
     – Be’, l’età ce l’avrei…
     – E io? Non le ricordo nessuna?
     – Lei è dev’essere la nuora di Maria e di Leonardo Frassi.
     – Lei ha figli?
     – Sì, una figlia ma non l’ho più vista: un giorno partì per cercarsi un lavoro.
     – E sua moglie?
     – Andò via anche lei. Guardi che la stanno aspettando…
     – Sì, devo partire.
     – Già, dal nostro paese partono tutti.
     – Arrivederla.
     – Addio.
     Raggiungo in fretta la macchina e, con la stessa smania, chiedo a Leonardo di lasciare tutto e velocemente alle nostre spalle: quel posto, quel cortile, quell’uomo. Leonardo e Maria non osano contraddirmi e se ne stanno zitti, soprattutto quando comincio a piangere e a disperarmi: mi dispero e mi rammarico di quello che ho visto, di quello che non avevo pensato fosse possibile per me e ho la sensazione di aver perso tutti i desideri che avevo o che sognavo e soprattutto l’avvenire che volevo costruire.
     La macchina passa lentamente davanti a una casa isolata, come se dovesse fermarsi, come se Leonardo e Maria volessero mostrarmi qualcosa che mi appartiene o che potrebbe appartenermi.
     La porta della casa isolata si spalanca: sull’uscio compare una ragazza, una mia coetanea: ha in braccio una bambina, mi guarda e non dice nulla, come se io dovessi semplicemente intuire e approvare. Ma intuire e approvare cosa? Che quella bambina potrebbe essere…
     Il mio ordine è perentorio: “Non fatemi perdere altro tempo!” e la macchina riprende la sua corsa rapidamente, sgommando sul pietrisco della strada. Leonardo e Maria non parlano, sembrano statue di sale. Quando arriviamo alla stazione degli autobus, mi chiedono di risentirli con una telefonata e Maria mi rassicura: “Vedrai che Roberto capirà…” ma non rispondo perché arriva il pullman e li lascio svanire come le ombre di un film, di uno spettacolo, di un evento per i quali non appronterò nessuna promozione pubblicitaria perché non mi appartengono e non faranno mai parte di quello che sarà il mio futuro.
     Sopraggiunge Clotilde: parcheggia la macchina, corre verso di me trafelata e mi chiede che è successo, perché l’ho lasciata così all’improvviso, sull’uscio della farmacia.
     – Dovevo ripartire.
     – Sei fuggita come una ladra e non hai nemmeno salutato i tuoi genitori.
     – Me li saluterai tu e di’ loro di perdonarmi.
     – Che cosa hai visto nell’altro futuro?
     – Tante cose che non esistono.
     – Neanche le mie esistono?
     – Le tue forse sì.
     – Ma non me le hai fatte vedere.
     – Neanch’io le vedrò più.
     – Perché, Nora?
     – Perché le vite sono tante, Clo’, e bisogna scegliere.
     Clotilde mi sorride come una bambina e mi abbraccia: non ha capito quello che ho detto ma non si preoccupa di andare oltre, le basta sapere che la suggestione di una vita diversa continuerà ad alimentare la sua smania di vivere, pur tra le velleità e i propositi di chi non vuole sciogliere i grovigli delle proprie illusioni. Il suo affetto è sincero, il suo volto sereno, il suo sguardo contento: mi rendo conto che non è giusto svilire questa sua tenera speranza che nulla toglie o aggiunge al suo irreale disincanto. E che dire di me? Di quel futuro che non mi è piaciuto e non mi ha convinto e che, forse proprio per questo, mi pesa come un destino da scongiurare, o un brutto sogno che prima o poi dovevo immaginare?… Chiamerò i miei genitori e mi scuserò per non averli salutati, per essere andata via come una ladra che ha rischiato stavolta di essere lei a subire un furto, di aver mentito a se stessa sul fascino che da sempre i desideri suscitano quando si ignora cosa desiderare.
     L’autobus si allontana, comincia il viaggio. Non avverto fremiti: tutto è calmo, armonizzato nel presente, condensato nella leggerezza del panorama, degli alberi che sfilano, delle nuvole che si slabbrano, del cielo terso dopo la pioggia. Sto tornando a Roma, a casa mia, al mio lavoro, a quello che sarà il mio futuro, a quella che potrà essere d’ora in poi una delle mie vite.

***

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3 pensieri riguardo “Una vita, tante vite”

  1. Spesso, quando qualcosa della nostra vita non ci soddisfa o non riusciamo a fare scelte precise che ci diano un sano slancio in avanti, o quando ancora le contingenze fuori e dentro noi ci confondono,ci rifugiamo nel sogno o in una qualunque altra dimensione che ci distolga, ma solo momentaneamente, dal caos delle nostre emozioni. Una specie di tunnel in cui ci illudiamo di stare meglio ma, che, alla fine, può essere un’arma a doppio taglio per la nostra salute mentale. Che fare?

    In questo avvolgente e coinvolgente racconto, tracciato con fili sottili ma precisi, l’ordito si snoda, parola dopo parola, segno dopo segno, in una miscellanea di emozioni, di sentimenti spesso contrastanti, in un condurre il lettore all’interno di mondi fisici o illusori senza per nulla appesantire una storia che, a tratti, possiede la soavità e la commozione che la stessa natura, fuori-dentro, possiede.
    L’artificio del viaggio, fisico e psichico, potrebbe forse rimandare alla sofferta vicissitudine del viaggio del Siddharta di Hesse che alla fine trova la sua illuminazione e quindi se stesso.
    Ma qui,Scavone ci sottopone a una lettura che si svolge su diversi livelli, la realtà, la visionarietà,e poi ancora la soavità e bellezza di un luogo geografico che, alla fine, diviene anche e soprattutto, luogo dell’anima, un’anima che si stava perdendo nel baratro dell’illusorio, per poi, finalmente ricongiungersi e pacificarsi con il principio della realtà.
    E in queste pagine, dove la dimensione spazio-temporale, assume una connotazione di rilievo, dove le ansie della protagonista possono somigliare o far parte di ciascuno di noi, l’Autore ci guida verso molteplici riflessioni, verso il significato che, dopo tanta sofferta visionarietà, una scelta precisa può assumere.
    E, su un tempo che sembra essersi fermato, dentro un bacio alla madre e uno sguardo benevolo alla natura circostante, ecco appalesarsi il ritorno, la maturità di una scelta consapevole che una vita può avere tanti rami e, mutando gradatamente, esssere comunque in grado di riconoscerla ed accettarla per quello che è.

    Il tema del viaggio, dell’attesa, della scelta che è comunque crescita,,del disagio di una generazione di giovani-adulti, ci pone tante domande e forse dovremmo imporci di riflettere un po’ più a lungo e,almeno tentare di comprendere il perchè

    Lo scrittore ha parlato con generosità e sapienza.
    Tocca adesso a noi il compito di imparare ad ascoltare.

    Grazie, grazie davvero.
    un abbraccio grande a te, Antonio, a te, Francesco

    jolanda

  2. Il Grazie a scatenolamente e a Jolanda Catalano, per quanto
    doveroso, non basta perché stimola altre riflessioni sulle
    emozioni che questo racconto ha suscitato. Nora, la protagonista
    un po’ sussiegosa, dice di vedere il futuro. Fin qui niente di
    speciale: non facciamo altro che vedere o presagire il nostro
    futuro (ci gratifica, ci sostiene) ma Nora dice di vedere il
    futuro degli altri: della tenera Clotilde, del compassato Giacomo,
    della madre e del padre che trasferisce addirittura in una
    scomposizione, più che del futuro, del presente, del suo
    presente e quindi della sua vita corrente e conflittuale. Il riferimento
    che delicatamente Jolanda insinua al “Siddharta” di Hermann Hesse
    è senz’altro accattivante (a parti invertite: Siddharta/Nora e
    Govinda/Clotilde, cioè donne al posto di uomini) e l’atto
    finale della presunta veggenza di Nora si realizza in una
    sorta di pacata “illuminazione”, di estatica autoconsapevolezza.
    Nora, in altre parole, costruisce e vede il futuro degli altri
    perché – irrealisticamente – è tentata dal proprio futuro, da
    quella presenza o compresenza della e nella realtà, che
    tentiamo appunto idealisticamente di evitare o di rappre-
    sentarci, relegandola al sogno, alla visionarietà, a quel reale
    personale che cerchiamo sempre di migliorare e fare nostro.
    Non sono allucinazione isteriche, quelle di Nora, sono piuttosto
    allucinazioni indotte, normali in chi ha bisogno di ricostruirsi
    una sua esistenza personalissima. Hermann Hesse tentò col
    “Siddharta” di coniugare la spiritualità con la naturalezza della
    realtà (i sensi, i desideri, gli intenti): percorso arduo, questo,
    difficile e tuttavia coinvolgente (molta New Age, tra picchi
    e cadute, tra verità e falso si è ispirata a queste sensazioni).
    Nel caso di Nora – visionaria naturale e fisiologica – è
    preponderante il tentativo di capire più che di lasciarsi
    andare, di tornare alla vita più che di uscirne con autosuggestioni.
    Nora non torna al futuro ed accetta con pacato equilibrio quella
    che potrà essere una delle sue vite. Nora, forse, si è finalmente
    raccontata e rappresentata sul serio e ogni racconto, da sempre,
    è l’anticipazione di un prodigio, di una chimera, di un’auto-
    coscienza emozionante e liberatoria.

    Ancora grazie

    Antonio

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