Il secondo bene

Flavio Ermini, Il secondo bene

Gabriele Gabbia
Flavio Ermini

Impossibile avere esperienza della morte, che sarebbe il compimento dell’esperienza umana, che si compie appunto quando non è più possibile esperire. Forse, per averne una sorta di figura, dobbiamo cercare altrove, forse in questi frammenti di morte che sperimentiamo per esempio quando siamo esiliati sul confine tra la veglia e il sonno. I pensieri si slabbrano, sembrano uscire da noi in lembi, che scivolano in una buia palude, o in lancinanti frammenti, in schegge che feriscono la coscienza fino ad annullarla in una sorta di malattia. Ci si aggrappa a un ricordo, e il ricordo sfugge e ci si dimentica persino di aver per un attimo ricordato. Si cerca di comporre la geografia di ciò che nel buio ci sta intorno, e tutto si confonde in una sorta di agglomerato di sensazioni strane. Si invoca il sonno che sprofondi il tutto, e nello stesso tempo in cui lo si invoca sentiamo che si casca nel sonno, si sprofonda appunto in esso, come in un abisso. E proprio su questo bordo siamo trattenuti. È la condizione umana. (Franco Rella, dalla Postfazione)

 

«Una straziante ricerca di autenticità»
Il secondo bene di Flavio Ermini

 

Più ci allontaniamo dalle vie della conoscenza canonicamente acquisite, storicamente e socialmente accettate, più ci approssimiamo alla conoscenza vera, e quindi, alla verità delle cose.
Enuncia Flavio Ermini in una recente intervista apparsa sul mensile «Poesia»: «La mia poesia si fa presente sulla soglia del caos originario, di quell’indistinto cui Anassimandro aveva dato il nome di Ápeiron. (…) La mia vuole essere una presa di posizione per l’essere prima di volgermi a qualsiasi altra destinazione (ad esempio la conoscenza). (…) Il senso della mia scrittura è strettamente connesso alla verità, quella verità che solo nell’interruzione dell’ordine del discorso si fa presente, quando si apre una crepa nel linguaggio, propriamente: nel pericolo del dire».
Da questa esperienza di radicale ed entropica «interruzione del linguaggio» e dalla conseguente, perigliosa deduzione «del dire» poetico proviene Il secondo bene – Saggio sul compito terreno dei mortali, ultima pubblicazione saggistica di Flavio Ermini, edita da Moretti&Vitali nel 2012, con una postfazione di Franco Rella.
Un libro che – come buona parte delle grandi opere d’arte – risulta essere in realtà indefinibile, la cui lettura infonde un senso di profonda bellezza e parimenti di angoscia e acuto dolore; un manuale di sopravvivenza per «l’essere dotato di parola» – come l’autore definisce le creature poetiche –; un libro – ancora – in cui Ermini dispiega e conduce a compimento tutti i fondamenti della sua poetica, che da oltre trent’anni lo ossessionano lo affliggono lo deflagrano.
Ma procediamo con ordine; Il secondo bene è – come annota lo stesso autore nella perturbante «avvertenza» – «un saggio che mette a tema il compito terreno dei mortali».
Quale sia questo compito ce lo indica Sofocle: «Tornare al più presto da dove si è venuti», ovvero – soggiunge Ermini – «tornare al bene che ogni bene supera: il non essere».
Prima di «non essere» però, ogni essere è chiamato qui a concretare la propria onerosa, quotidiana peripezia; e di questa peripezia – apofanticamente – il testo ci parla, distruggendo le nostre chimere e mostrandoci con spietatezza che «dallo smarrimento iniziale all’incontro con la sorella del sonno – la nostra vita è una terra malamente calpestata e di volta in volta riassestata con mezzi risibili. Una terra di esilio e di abbandono dove la speranza è un cartello tolto dal cielo e sepolto sotto molti strati di macerie».
Le «macerie» e il complessivo disordine tanto vaganti nella forza «indistinta» del corpo del mondo quanto in quella del singolo (forza arcana proveniente da quel «caos originario» la cui visione interna agli occhi dei «più viventi» per generarsi attinge), sono qui tuttavia rabberciati, minuziosamente raccolti, disposti e conchiusi in diciotto emblematici capitoli (poi suddivisi in ulteriori micro capitoli), che vanno dalla nascita da cui la vicenda umana prende abbrivio (peraltro – come segnala l’autore –, già inizialmente predestinata al «naufragio»), sino alla morte.
In questo breve e dolorosissimo arco di tempo narrato da Ermini, la «creatura dotata di linguaggio», mediante l’assurdità contingente dello spazio e del tempo assegnatigli, e poi l’incontro e il connubio dato dalla somma delle tappe ineludibili dell’umano sentiero e dalle «provincie della percezione», è destinata a scoprire «la propria finitezza»; ovvero – come si diceva nell’incipit – a prendere la direzione dell’autentica conoscenza (assai distante da quella comunemente battuta), e a perire in questa direzione – per questa direzione, giacché ravvisa che «la nostra vita è un errore prospettico, un tutto che è un nulla: è patire».
Non solo; come sartrianamente ha ricordato Alberto Folin a proposito dell’ultima pubblicazione in versi dell’autore veronese (Il compito terreno dei mortali, Mimesis, 2010), «in un mondo in cui l’infinita possibilità del nulla rende vana qualsiasi artificiosa protezione», occorre dichiarare «drammaticamente l’esserci di fronte alla responsabilità della sua ab-soluta libertà».
Con Il secondo bene Ermini intende manifestamente ghermire questa libertà e della responsabilità che ne deriva farsi carico, per descrivere con coraggio, sapienza e furore «la complessità e il potere illusorio dell’essere umano» (ma anche per affrancare quest’ultimo dai miraggi e dall’anelito di onnipotenza ch’egli stesso ha prodotti e che finiscono per distruggerlo), e «con pazienza» costringerlo ad enumerare «i suoi limiti costitutivi: la caduta, il naufragio e la costa lontana, lo smarrimento, la stanchezza, il declino»; tutte ‘figure’ che ci appartengono profondamente, perché «ciascuno di noi è gettato nel tempo ed è condannato a vivere», e al di là di questo, «Non c’è altro».
«La voce del dolore» dell’«uomo senza croce» ha «un volume lancinante» in questo libro, sempre; ad ogni pagina una morsa stritola il lettore che si trova costretto a sanguinare – come certo deve aver sanguinato l’autore dopo aver vissuto e dedotto quel che qui vi è scritto –, ma è una morsa (una presa), si diceva, che attesta una seria, coerente e indefessa ricerca di chiarezza e di verità: «una straziante ricerca di autenticità» – come Rella precisa –, in tutta questa menzogna che è l’esistenza umana.

(Gabriele Gabbia)

 

Flavio Ermini
Il secondo bene
(Saggio sul compito terreno dei mortali)
Postfazione di Franco Rella
Bergamo, Editore Moretti & Vitali
Collana “Narrazioni della conoscenza”, 2012

 

Testi

 

LA NOTTE

Lungo il cammino ci sono solchi profondi, nei quali avanziamo con tanta ignoranza.
La vita è un esercizio difficile che ci impone di accettare che il nostro volto possa essere sostituito da una maschera, nell’ombra che avanza. E intanto nulla ci protegge dal corpo che diventa fragile, dalla mente che ha paura…
Segnala Emily Dickinson: «Quando le luci si spengono – / poco per volta ci si abitua al buio / come quando il vicino, sollevando in alto / il lume sigilla il suo addio. // Dapprima – i passi si muovono incerti / nel buio improvviso – / poi lo sguardo si abitua alla notte…»
La vecchiaia rappresenta la notte per gli esseri umani che si sono spinti fino all’ultima luce. E riguarda tutti, nudi e non salvi, colpiti dal caso, dalla natura, dal dolore.

 

LA CONTIGUITÀ ALLA DISPERSIONE

La caducità, con la sua persistenza e la sua inevitabilità, si colloca al centro della nostra vita, in una sorta di estinzione che appare infinita.
Non c’è scampo nella terra aliena in cui viviamo. Tra le sue facciate instabili, l’entusiasmo e l’impegno sono come svuotati, tanto che il vivente umano è stretto in meccanismi che obbediscono soltanto a comandi esterni.
Il tempo non si mostra come un valore, ma si consuma senza uno scopo definito, e ogni giorno è irrimediabilmente separato dal precedente e dal successivo.
Siamo la testimonianza di questo deterioramento, costituito da antisequenze e moduli ossessivi portati a ridosso delle sensazioni più elementari.
Molti sono i pericoli nascosti nella tumultuosità e nell’aggressività delle forze in gioco.
Infatti, anche se sono mosse da ragioni vere, le nostre progettazioni rischiano sempre di autoledersi e di rendere poi difficoltoso l’accesso alle conclusioni attese.
Questa generale prostrazione ha in sé qualcosa di antico e di monolitico. La materia elaborata dalle nostre mani febbrili si erge come un monumento minaccioso, mentre ogni esigenza naturale viene declassata a decorativismo franto e inutile.
L’essere dei mortali e l’essere delle cose non conoscono intesa. S’impone invece il bosco, dove il limite si frastaglia in molti margini ai bordi della sua chiusura.
Del bosco si può dire che in esso qualcosa è sparito.
Tutto, in questa terra aliena è minacciato di prematura scomparsa. Non c’è guida ai nostri passi.
La nostra è una contiguità alla dispersione e all’orrore, dove dare figura alla caduta è dare figura a se stessi, scoprire la propria autentica identità. Questo incessante movimento – verso la dissipazione e verso noi stessi – è l’essenza del nostro compito terreno.
Vivendo, non sperimentiamo il limite, ma l’interminabilità che il limite attesta.

 

ALLE SOGLIE DI UN DESERTO

L’efflorescenza dell’essere nella sua dinamica spaziale più aperta ed esaltante appare in un movimento esogeno di corpi siderali e onde luminose che disegna l’intima planimetria della materia in espansione, guidata da una dinamica non ancora intaccata da elementi disgregatori.
Collocata in posizione principiale, l’efflorescenza dell’essere polarizza l’occhio e si fa elemento al quale i successivi sono indotti a riferirsi.
I semi cosmici che attraversano o contornano questa figura sono in larga espansione e vanno oltre il visibile; fanno pensare a un’infinità portatrice di salvezza e all’insorgere di un nuovo senso possibile, una luce e una bellezza non artefatte.
Eppure all’ampiezza di questi elementi fa riscontro fin dall’inizio la loro fragilità.
Un intrecciarsi, un comporsi e assommarsi di onde libere ci invitano a pensare a un altro inizio, a preparare un altro pensiero. Un pensiero che, pur restando reverente nei confronti del primo inizio, sappia distaccarsi da esso, volgendosi a un altro domandare, a un altro dire nel passaggio fra relative certezze ed evidente trepidanza, fra la difesa di ciò che ognuno inconfondibilmente è e il suo ineluttabile tramonto.
Quell’efflorescenza – così strettamente connesa alla fragilità – è per noi un richiamo alla possibilità di trovare ancoraggi al di là di un quotidiano schematico; rappresenta la possibilità di raggiungere una libertà non mistificata.
Con il bagaglio del nostro modo di essere ci troviamo di fronte a strutture talmente imponenti da farci sentire alle soglie di un deserto nel quale tutto ci induce ad avventurarci, ma dove mai vorremmo spingerci.

 

L’ABBANDONO ALLA CECITÀ

Nella caduta, l’essere umano è divorato in alto da viscose presenze. È piramidale e abbandonato alla cecità. I nodi originari sono assommati e ridotti a un nodo solo. Il ventaglio fisico è stato rinchiuso.
La corporeità diviene un distendersi lungo uno spazio costellato di momenti inerti.
Schiacciati dal peso della nostra collocazione fra le cose, discendiamo per i sentieri dei sensi, senza mai approdare alla sintesi. Il nostro è sempre un dialogo ravvicinato, in cui accogliamo con freddezza la voce che ci interpella.

Il reale è insidioso. Si affaccia alla nostra curiosità con la sua parte più caduca: l’opulenza delle forme. Tale aggressione è capace di depauperare lo spirito.
Fra il mondo e la sua vocazione si è ridestata una linea di dolore: quella che, tracciandosi, segna anche un limite, per il quale la separazione diventa rapporto.
Appartenere a tale rapporto di separazione vuole dire appartenere a ciò che ci è più proprio. Per questo ogni parola è un frammento di voce strappata al baratro dell’ammutolire.
Ma i nomi con i quali riempiamo questa terra di esilio e di abbandono vengono assegnati badando più alla loro funzione che al vuoto della nostra anima.

 

AMOR FATI

La nostra vita è una terra malamente calpestata e poi riassestata con mezzi risibili. Una terra depredata con metodo e che attende la calata dei nuovi razziatori. Una terra dove le parole sono usate per perpetrare nuovi soprusi e la speranza è un cartello tolto dal cielo e sepolto sotto molti strati di macerie. L’essere umano non attende più la resurrezione né altro compimento. È la morte senza illusione, quella che qui va in scena. È il nulla che ritorna sul confine oscillante tra dolore e angoscia.
La nostra vita è una pagina di quel diario sterminato che quotidianamente scriviamo nell’esporre alla luce la corruzione senza speranza del nostro spirito. È il diario di chi agisce privo di qualsiasi fede e avanza sapendo di non poter eludere il vuoto. È il diario che non ha futuro, se non quello della nostra distruzione.
L’infelicità è inevitabile. Nasce dall’urto tra il carattere illimitato dei desideri e il carattere finito del bene che ogni essere vivente riesce a procurarsi.
Sperimentare il limite significa sperimentare l’infelicità; apprendere la propria finitezza, scoprire che la nostra vita è un errore prospettico, un tutto che è un nulla: è patire.
Quel diario ci descrive la complessità e il potere illusorio dell’essere umano. Con pazienza enumera i suoi elementi costitutivi: il limite, il declino, la morte, il nulla.
La vita umana ha nel suo destino un solo istante di pienezza assoluta: quello che prelude alla morte.

 

***

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2 pensieri riguardo “Il secondo bene”

  1. “Dona e al contempo sottrae qualcosa di decisivo…”. Non saprei dire meglio. E la creatura dotata di parola mi ha immediatamente fatto tornare alla mente Il nuovo Epittetto di Jiří Kolář: Alcune cose della poesia sono in nostro potere, altre non lo sono…. Questo il primo verso.

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