En attendant le roman

En attendant le roman

Antonio Scavone

En attendant le roman
(Un’ironia)

     A chi scrive, parenti e amici chiedono spesso, con franca allegria e febbrile speranza, “Ma quand’è che scriverai un romanzo?”. È di fatto una richiesta affettuosa, formulata con il seme dell’auspicio, che lascia sicuramente inorgoglito chi la riceve e cioè lo scrittore che attende al romanzo, come si certificava una volta agli universitari sullo stato dei loro studi. È o può essere legittimo formulare questa domanda a chi scrive (ne designa o ne designerebbe l’aspirazione o il curriculum) ma chiederemmo per esempio a un idraulico: “Quand’è che installerai un impianto di acqua calda e fredda?” o a un falegname: “Quand’è che costruirai una libreria a tutta-parete?”. Si obietterà che i risultati sono diversi, come diverse le applicazioni per conseguirli e tuttavia sia l’idraulico che il falegname risponderebbero al quesito beneaugurante con disarmante ovvietà: “Se nessuno me lo chiede, per chi dovrei farlo?”.
     Anche il nostro scrittore potrebbe fornire la medesima risposta: anche di un romanzo si può invocare la necessità ma in mancanza di un committente o di una personale esigenza espressiva, il romanzo da venire resta un pio proposito. Un falegname, magari, per farsi apprezzare da una clientela occasionale, potrebbe mettere in mostra nel suo laboratorio una piccola libreria a tre ripiani, realizzata con legni pregiati, solida e ben rifinita, per superare il confronto con mobili pronti in kit di montaggio, funzionali e anonimi, dai costi contenuti, offerti da pubblicizzate industrie del settore. E così l’idraulico mostrerà nella sua officina lo schema di un impianto in scala, ridotto all’essenziale, con rubinetti asciutti che spuntano come cimeli di caccia grossa da un pannello traforato e con bocchettoni di tubi in sezione per simulare una condotta domestica. Analogamente, anche uno scrittore ostenterà nel suo studio i ferri del suo mestiere: qualche libro di racconti pubblicato, fotocopie ben rilegate di operine e operette edite da qualche parte, dattiloscritti in progress, ritagli di stampa. Ma non c’è ancora il romanzo in quella stanza delle idee, manca quel libro che è insieme denotazione e connotazione dell’essere un autore letterario a tutto tondo, a tempo pieno.
     I libretti, i fascicoletti, le fotocopiucce sono come la libreria a tre ripiani del falegname, come il modello dell’impianto d’acqua calda e fredda dell’idraulico: sono un biglietto da visita di quelli che si leggono appena, sono l’attestazione di una comprovata competenza e di una non indispensabile utilità. Anche lo scrittore che attende al romanzo si chiede, con pudico sconcerto: “Ma se nessuno me lo chiede…”. Ovviamente, dovrebbe essere egli stesso a chiederselo e, soprattutto, a soddisfare questa esigenza ma anche per l’artista della parola – come per quello del legno o del rame – la domanda che viene dal mercato delle lettere è fondamentale, talora esiziale.
     Il nostro scrittore “senza romanzo” si guarda intorno e scopre che molti suoi colleghi di penna scrivono romanzi a ripetizione, addirittura li sfornano a scadenze prestabilite: romanzi fluviali o torrentizi, storici o istantanei, che alludono ad altri romanzi o che ne completano surrettiziamente il fine, il messaggio. Come fanno costoro e quanto tempo ci vuole per scrivere un romanzo? Un anno, quattro mesi, un sabato e una domenica? E dove si scrive meglio un romanzo? Nel proprio appartamento in un casermone di città, in una florida campagna dai nonni contadini, in un resort di lusso ospiti di un mecenate della politica? Ci sono scrittori che pubblicano un romanzo ogni due anni: come ci riescono?
     Per scrivere un romanzo, a quel che se ne dice, ci vuole una storia possibilmente originale, uno stile notevolmente originale, un’idea-base compatibilmente originale. Sembra, a questo punto, che il romanzo debba essere totalmente originale, sotto tutti i punti di vista ma sappiamo che non è così, non necessariamente. Un romanzo può essere accattivante per la trama e insoddisfacente per lo stile, seducente per l’atmosfera che ricrea (ambiente, personaggi) e manchevole per il messaggio che dovrebbe suscitare. Ma non basta: c’è la questione della contemporaneità epocale, della sincronia tra fatti narrati e fatti storici, oggettivi.
     Un falegname non costruirebbe una libreria in stile Impero (legni laccati, finiture neo-classiche): gli sembrerebbe di scimmiottare un artigianato che non è il suo, di addentrarsi in una linea ridondante di stucchevoli modanature. Se proprio dovrà scegliere uno stile del passato, il nostro falegname opterà per esempio per quello sobrio e severo del Chippendale, che gli permetterà di creare un mobile geometrico e dalla linea intramontabile. Ma chiediamoci chi gli chiederà, al nostro falegname, una libreria simil-Chippendale? Le librerie, oggi, vengono disegnate dagli architetti più o meno famosi che si affidano, a loro volta, non più a falegnami/mastri d’ascia ma a rinomati ed eccentrici ebanisti. Così l’idraulico si limiterà ad installare progetti che hanno ideato altri dell’architettura d’interni, svolgendo solo compiti di manovale, di operaio. Vale, questa limitazione, anche per lo scrittore ancora senza romanzo?
     L’artigianato – sia di parole che di legno o di rame – è comunque artigianato: si parte da un concetto di fabbisogno per arrivare a un modello di presumibile consumo. Il nostro scrittore può attendere al suo romanzo in molti modi: può cominciare a scriverlo, poi fermarsi a riflettere e poi riprenderlo, cestinarlo o riscriverlo. Che cosa impedisce al nostro artigiano della parola di portare a termine il suo progetto, di esserne in varia misura soddisfatto, di sentirsi realizzato per averlo ultimato?
     È una questione che riguarda le sue capacità e potenzialità espressive (stile, linguaggio, innovazione) ma anche le sue referenze personali (ricchezza culturale, disciplina di lavoro e attenzione, vanità, orgoglio). Il falegname può cambiare il suo progetto strada facendo, può realizzare una variante in corso d’opera, passare da una libreria a un comodino e l’idraulico potrà più semplicemente calibrare il galleggiante dello sciacquone e lasciare esposto nell’indifferenza dei clienti il suo sofisticato impianto d’acqua calda e fredda. Anche lo scrittore ancora senza romanzo può tergiversare: ridurre il piano del romanzo lungo a romanzo breve o a racconto, ma questo ridimensionamento indica pateticamente che a reggere il romanzo da scrivere c’era solo la volontà o la velleità di scriverlo. Ma uno scrittore incompiuto non si perde d’animo tanto facilmente: si applicherà al suo progetto con fede e trasporto, consapevole e sicuro che quel benedetto romanzo è lì sulla pagina, ancora bianco e sfuggente ma pronto ad apparire nella sua entusiastica fascinazione. Ci vorrà del tempo, è ovvio, ma niente e nessuno bloccheranno all’infinito quell’esternazione espressiva che si è presentata, nei fatti, incerta e tormentata. Si lavorerà sugli strumenti del mestiere, si valuteranno le strutture del comunicare (una sintassi effervescente, un linguaggio confidenziale o criptico), si rinforzeranno i punti già forti per eliminare quelli deboli. Si farà un lavoro di accorto assemblaggio, dove tutto si incastra morbidamente: i personaggi con le loro storie, le intenzioni con i messaggi, l’inizio con la fine. Con il materiale espressivo anche gli scarti hanno il loro valore: possono essere recuperati, rivitalizzati, rifondati. E il nostro scrittore, tra tormenti e attese, può ritornare nel suo studio, rimettersi a compitare e trovare infine quello che andava cercando: l’illuminazione che gli mancava, che lo aveva esaltato e poi tradito.
     Una volta stabilito questo nuovo punto di partenza, diventa tutto più agevole e piacevole, si arriva alla gratificazione di se stessi, si capisce finalmente che scrivere era una sorta di missione destinata a pochi adepti, una vocazione sentita come inesorabile. Non resta altro da fare che scriverlo questo benedetto o maledetto romanzo: ci si metterà di buzzo buono a fantasticarlo, elaborarlo, propiziarne la stesura. Difetti e manchevolezze saranno fervidamente convertiti in pregi e virtù, i personaggi saranno calibrati, il titolo sarà scelto o inventato tra quelli incisivi, l’incipit sarà magistrale, la storia epocale, il messaggio monumentale e sarà vergata la parola Fine ad un lavoro auspicato e tanto faticoso.
     L’attesa si è conclusa e il romanzo, concluso e compiuto, comincerà a girare tra amici e parenti e poi, con ansietà, tra editori e critici. Verrà pubblicato quel romanzo, forse riveduto e dimezzato, corretto e indirizzato ma vedrà la luce, trovando per l’occasione, grazie ad un’indagine di mercato, il target di lettori confacente. Se ne comincerà a parlare, si sfoglieranno le sue pagine con ossequio o disinvoltura, si guarderanno il prezzo e lo spessore del libro, il frontespizio della copertina e una chiosa critica a commento. È fatta!
     Il nostro scrittore ha eliminato quel “senza” che lo aveva accompagnato e avvilito nell’aspettativa del romanzo e potrà a giusta ragione sentirsi arrivato e onorato. Ci saranno ovviamente scrittori o lettori animati da una malsana invidia e da una venale gelosia ma non potranno nuocere più di tanto: in fondo, fa parte del gioco misurarsi con coloro che gufano proditoriamente alle nostre spalle. Semmai, il nostro scrittore-con-romanzo soffrirà per un’ingenerosa ma imprevedibile malvagità quando qualcuno gli chiederà, d’emblée, con antipatica improntitudine: “L’hai poi scritto quel romanzo?”. La domanda, casuale e ferale, spoetizza il nostro scrittore-con-romanzo e lo affossa in uno struggimento degno di Oblomov, facendolo precipitare purtroppo nella decantazione di progetti e intenti, di una vita intera passata a inseguire un’aspirazione che langue, mortificata proprio da quelli che l’avevano invocata e blandita. Sarà difficile rispondere a quella domanda, sarà problematica un’altra attesa, sarà rischioso un altro romanzo ma il falegname e l’idraulico l’avevano già provata questa incresciosa delusione, questo successo effimero e, con la pazienza degli sconfitti, erano rimasti in bottega a fissare il vuoto, a pensare a niente.

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1 commento su “En attendant le roman”

  1. Antonio carissimo,
    non ci crederai ma questa tua incursione nello strano panorama di scrittori veri o presunti, mi ha strappato non pochi sorrisi.
    Tutto ciò che dici, spesso me lo sono chiesta anch’io che, nel mio piccolo mondo, ne ho conosciuti parecchi scrittori. Ma erano scrittori?! Alcuni si, altri così sembrava vista la casa editrice che li rappresentava e li supportava.
    Quelli veri si davano al pubblico con umiltà e generosità, gli altri, che io definisco raccomandati, sembrano attenti soltanto a mettere bene in evidenza la copertina e a rimbecillirci sulla bontà del loro prodotto.
    La nausea era naturale perchè un romanzo non definisce uno scrittore e neanche dieci o mille e neanche le più grandi e rinomate case editrici.

    Chi scrive, di prosa o poesia, dovrebbe fare più spesso autocoscienza e pensare che definire come si usa dire, prodotto editoriale, non sempre è sinonimo di grandezza perchè prodotti grandi o grandi prodotti, si trovano persino nei supermercati.

    E in questa Dimora così ben frequentata, mi è sembrato davvero strano che altri ancora non abbiano espresso la loro opinione, ferma restando la libertà di ognuno di fare ciò che più gli aggrada.

    Mille abbracci a te,Antonio, a te, Francesco

    jolanda

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