Bambini

Javier Olivares

Ana María Matute

La bambina brutta

     La bambina aveva il viso oscuro e gli occhi color prugna. La bambina portava i capelli spartiti in due ciocche e intrecciati ai lati del viso. Ogni giorno andava a scuola, col suo quaderno pieno di lettere d’alfabeto e la mela lucida della merenda.
     Ma le bambine della scuola le dicevano: «Bambina brutta»; e non le davano la mano né volevano starle vicino, né nel girotondo, né nel salto della corda: «Vattene, bambina brutta». La bambina brutta mangiava la sua mela, guardandole da lontano, dalle acacie, vicino ai rosai silvestri, le api d’oro, le formiche maligne e la terra calda di sole. Là, nessuno diceva: «Vattene».
     Un giorno la terra le disse: «Hai il mio colore». Misero alla bambina fiori di biancospino sul capo, fiori di stracci e di carta increspata in bocca, nastri celesti e viola ai polsi. Era molto tardi, e tutti dissero: «Quant’è bellina». Ma essa scappò verso il suo colore caldo, verso l’aroma nascosto, verso il dolce nascondiglio dove si gioca con le ombre allungate degli alberi, i fiori non nati e i semi di girasole.

*

Polvere di carbone

     La bambina della bottega del carbonaio aveva polvere nera sulla fronte, nelle mani e dentro la bocca. Cacciava la lingua al frammento di specchio che aveva appeso al chiavistello della finestra, si guardava il palato, e le sembrava una cappellina affumicata. La bambina della bottega del carbonaio apriva il rubinetto, che tintinnava sempre, malgrado fosse chiuso, con una tenue perlina. L’acqua usciva con forza, come spezzata in mille cristalli, contro la vasca di pietra. La bambina della bottega del carbonaio apriva il rubinetto nei giorni che entrava il sole, perché l’acqua brillasse, perché l’acqua si triplicasse nella pietra e nel frammento di specchio.
     Una notte, la bambina della bottega del carbonaio si svegliò, perché udì la luna che sfiorava la finestra. Saltò precipitosamente giù dal giaciglio, corse alla vasca dove si riflettevano spesso i visi neri dei carbonai. Tutto il cielo e la terra erano colmi, imbrattati dalla polvere nera che filtra da sotto le porte, dalle fessure delle finestre, che uccide gli uccelli ed entra nelle bocche tonte che si aprono come cappelline affumicate. La bambina della bottega del carbonaio guardò la luna con grande invidia: «Se potessi mettere le mani nella luna», pensò. «Se potessi lavarmi il viso con la luna, e i denti, e gli occhi».
     La bambina aprì il rubinetto, e mano a mano che l’acqua saliva, la luna scendeva, scendeva, fino a tuffarvisi dentro. Allora, la bambina la imitò. Strettamente abbracciata alla luna, l’alba vide la bambina nel fondo della vasca.

*

L’anno che non arrivò

     Il bambino doveva compiere un anno. Uscì dalla porta e guardò il margine delle cose, dove c’era una luce di colore completamente diverso. «Compirò un anno, stanotte, alle dieci», disse. La luce si fece più viva, riempiendo il guscio del cielo. Il bambino tese le braccia e cominciò a camminare, pigramente.
     Aveva, legato a ogni piede, un sacchetto di rena dorata. Udì il gridìo stridulo dei rondoni. Salivano, come uno spruzzo d’inchiostro verso quella luce bella. «Compirò un anno, stanotte, alle dieci».
     Ma l’urlo dei rondoni bucò il guscio di luce, il colore che era diverso dagli altri e quell’anno, nuovo, verde, tremante, scappò.
     Scappò da quel buco e non si potette compiere.

Javier Olivares

El hijo de la lavandera

     Al hijo de la lavandera le tiraban piedras los niños del administrador porque iba siempre cargado con un balde lleno de ropa, detrás de la gorda que era su madre, camino de los lavaderos. Los niños del administrador silbaban cuando pasaba, y se reían mucho viendo sus piernas, que parecían dos estaquitas secas, de esas que se parten con el calor, dando un chasquido. Al niño de la lavandera daban ganas de abrirle la cabeza pelada, como un melón-cepillo, a pedradas; la cabeza alargada y gris, con costurones, la cabeza idiota, que daba tanta rabia. Al niño de la lavandera un día lo bañó su madre en el barreño, y le puso jabón en la cabeza rapada, cabeza-sandía, cabeza-pedrusco, cabeza-cabezón-cabezota, que había que partírsela de una vez.
     Y la gorda le dio un beso en la monda lironda cabezorra, y allí donde el beso, a pedrada limpia le sacaron sangre los hijos del administrador, esperándole escondidos, detrás de las zarzamoras florecidas.

Il figlio della lavandaia

     I bambini del fattore tiravano pietre al figlio della lavandaia, perché andava sempre carico di un secchio pieno di panni, dietro quella grassona di sua madre, sulla strada del lavatoio. I bambini del fattore fischiavano quando passava e ridevano molto delle sue gambe, che sembravano due stecchini secchi, di quelli che si rompono con il calore, dando uno schiocco. Veniva voglia di aprirgli la testa, al figlio della lavandaia, la testa pelata come un melone, a sassate; la testa allungata e grigia, piena di cicatrici, la testa idiota che faceva tanto arrabbiare. al figlio della lavandaia, sua madre, un giorno, fece il bagno. Gli fece il bagno nella conca di terracotta e gli mise il sapone sulla testa rapata, testa-cocomero, testa-di-pietra, testa, testone, zuccone, che bisognerà spaccargliela di un colpo.
     E la grassona gli dette un bacio sulla testa pulita e spoglia, e là, dov’era stato il bacio, i figli del fattore gli fecero uscire il sangue a sassate, aspettandolo, nascosti, dietro i rovi fioriti.

*

L’incendio

     Il bambino prese le matite color arancio, il lapis lungo e giallo e quello con una punta azzurra e una rossa. Se li portò alla cantonata e si stese per terra. La cantonata era bianca, a volte la metà era nera, la metà era verde. Era l’angolo della casa e tutti i sabati lo imbiancavano. Il bambino aveva gli occhi irritati da tanto bianco, da tanto sole che tagliava il suo sguardo con fili di coltello. Le matite del bambino erano arancione, rosse, gialle, azzurre. Il bambino prese fuoco all’angolo di casa con i suoi colori. Le sue matite – soprattutto quella gialla, tanto lunga – si agganciarono agli sportelli e alle persiane verdi e tutto schioppettata, brillava, s’intrecciava. Si sbriciolò sulla sua testa, in una bella pioggia di cenere, che lo abbracciò.

*

L’altro bambino

     Quel bambino era un bambino diverso. Non si calava nel fiume, fino alla vita, né cercava nidi, né rubava la frutta dell’uomo ricco e brutto. Era un bambino che non amava i cani né li martirizzava, né li portava a caccia con un fucile di legno. Era un bambino diverso, che non perdeva la cintura, né rompeva le scarpe, né aveva cicatrici sulle ginocchia, né si macchiava le dita con l’inchiostro viola. Era un altro bambino, senza sogni di cavalli, senza paura della notte, senza curiosità, senza domande. Era un altro bambino, un altro che nessuno vide mai, che apparve nella scuola della signorina Leocadia, seduto all’ultimo banco, col suo giubbetto di velluto color malva, ricamato d’argento. Un bambino che guardava tutto con un altro sguardo, che non diceva niente, perché tutto era già stato detto. E quando la signorina Leocadia vide che le due dita della sua mano destra erano unite, che non si potevano staccare, s’inginocchiò piangendo e disse: «Povera me, povera me, il bambino dell’altare era triste ed è venuto nella mia scuola!».

Javier Olivares

El niño del cazador

     El niño del cazador iba todos los días a la montaña, detrás de su padre, con el zurrón y el pan. A la noche volvían, con cinturones de palomas y liebres, con las piernas salpicadas de gotitas rojas, que, poco a poco, se volvían negras. El niño del cazador esperaba en el chozo de ramas, oía los tiros y los contaba en voz baja. A la noche, tropezando con las piedras, sentía los picos de las palomas, de las perdices y las codornices, de los tordos, martilleando sus rodillas. El niño del cazador soñaba hasta el alba en cacerías con escopetas y con perros. Una noche de gran luna, el niño del cazador robó la escopeta y se fue en busca de los árboles, camino arriba. El niño cazó todas las estrellas de la noche, las alondras blancas, las liebres azules, las palomas verdes, las hojas doradas y el viento puntiagudo. Cazó el miedo, el frío, la oscuridad.
     Cuando le bajaron, en la aurora, la madre vio que el rocío de la madrugada, vuelto rojo como vino, salpicaba las rodillas blancas del tonto niño cazador.

Il bambino del cacciatore

     Il bambino del cacciatore andava tutti i giorni in montagna, dietro suo padre, con la bisaccia e il pane. Tornavano di notte, con cinturoni di colombi e lepri, dalle zampe cosparse di goccioline rosse che, a poco a poco, diventavano nere. il bambino del cacciatore aspettava nel capanno di rami, udiva i tiri e li contava sottovoce. Di notte, inciampando sulle pietre, sentiva i becchi dei colombi, delle pernici e delle quaglie, dei tordi, che gli martellavano le ginocchia. Il bambino del cacciatore sognava fino all’alba di cacciare, con fucili e con cani. Una notte di gran luna, il bambino del cacciatore rubò il fucile e scappò in cerca degli alberi, su per la salita. Il bambino cacciò tutte le stelle della notte, le allodole bianche, le lepri azzurre, i colombi verdi, le foglie dorate e il vento pungente. Cacciò la paura, il freddo, l’oscurità.
     Quando lo portarono giù, nell’aurora, la madre vide che la rugiada dell’alba, diventata rossa come vino, cospargeva le ginocchia bianche del tonto bambino cacciatore.

*

El niño al que se le murió el amigo

     Una mañana se levantó y fue a buscar al amigo, al otro lado de la valla. Pero el amigo no estaba, y, cuando volvió, le dijo la madre: «El amigo se murió. Niño, no pienses más en él y busca otros para jugar». El niño se sentó en el quicio de la puerta, con la cara entre las manos y los codos en las rodillas. «Él volverá», pensó.
     Porque no podía ser que allí estuviesen las canicas, el camión y la pistola de hojalata, y el reloj aquel que ya no andaba, y el amigo no viniese a buscarlos. Vino la noche, con una estrella muy grande, y el niño no quería entrar a cenar. «Entra, niño, que llega el frío», dijo la madre.
     Pero, en lugar de entrar, el niño se levantó del quicio y se fue en busca del amigo, con las canicas, el camión, la pistola de hojalata y el reloj que no andaba. Al llegar a la cerca, la voz del amigo no le llamó, ni le oyó en el árbol, ni en el pozo. Pasó buscándole toda la noche. Y fue una larga noche casi blanca, que le llenó de polvo el traje y los zapatos.
     Cuando llegó el sol, el niño, que tenía sueño y sed, estiró los brazos y pensó: «Qué tontos y pequeños son esos juguetes. Y ese reloj que no anda, no sirve para nada». Lo tiró todo al pozo, y volvió a la casa, con mucha hambre. La madre le abrió la puerta, y dijo: «Cuánto ha crecido este niño, Dios mío, cuánto ha crecido».
Y le compró un traje de hombre, porque el que llevaba le venía muy corto.

Il bambino al quale morì l’amico

     Una mattina si alzò e andò a cercare l’amico dall’altra parte dello steccato. Ma l’amico non c’era, e, quando tornò, la madre gli disse: «L’amico è morto. Bambino, non pensare più a lui e cercane altri per giocare». Il bambino si sedette sulla soglia della porta, col viso tra le mani ed i gomiti sulle ginocchia. «Tornerà», pensò.
     Perché non era possibile che lì fossero le biglie, il camion, la pistola di latta e quell’orologio che non camminava più, e che l’amico non venisse a cercarli. Arrivò la notte, con una stella molto grande, e il bambino non voleva entrare a cenare. «Entra, bambino, che arriva il freddo», disse la madre.
     Ma, invece di entrare, il bambino si alzò dalla soglia e andò alla ricerca dell’amico, con le biglie, il camion, la pistola di latta e l’orologio che non andava. Arrivato al muro di cinta, la voce dell’amico non lo chiamò, né l’udì nell’albero, né nel pozzo. Passò tutta la notte a cercarlo. E fu una lunga notte quasi bianca, che gli riempì di polvere il vestito e le scarpe.
     Quando spuntò il sole, il bambino, che aveva sonno e sete, stirò le braccia e pensò: «Quanto sono sciocchi e piccoli questi giocattoli. E quest’orologio che non va, non serve a niente». Buttò tutto nel pozzo e tornò a casa, affamato. La madre gli aprì la porta e disse: «Quant’è cresciuto questo bambino, Dio mio, quant’è cresciuto».
     E gli comprò un vestito da uomo, perché quello che portava gli era diventato molto corto.

 

Javier Olivares

Ana María Matute
I bambini tonti
(Los niños tontos, 1961)
Traduzione di Raimondo Del Balzo
Con diciotto tavole di Magdalo Mussio
Milano, Lerici Editore, 1964

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