O Vate, Publio Virgilio Marone

Virgilio

Antonio Scavone

O Vate, Publio Virgilio Marone  (70-19 a.C.)

     tu che all’età di ventun anni lasciasti la natìa Mantova e Cremona e Milano, dove avevi seguito i primi studi e abbandonasti poi Roma e il suo vanaglorioso chiasso per scegliere gli “ozi” e la quiete di Neapolis… com’era la Napoli del 49 a.C.?
     Che cosa ti affascinava e ti stimolava della nostra città che era stata cumana, greca, romana, ellenistica? Quale disposizione ti invogliava la città delle sibille? Cosa pensavi di scrivere, o di poter scrivere o di dover scrivere, in un posto già allora famoso per il mare, la campagna, le colline lussureggianti? E quali erano le tue mète preferite?… Pozzuoli, il lago d’Averno, il fiume Sebeto, l’intrigo dei decumani e dei cardines, quelli che oggi noi chiamiamo vicoli?
     Questa lettera non è inviata al poeta che Augusto volle come amico e cantore di Roma, o che Dante elesse a guida e maestro per il suo viaggio surreale: questa lettera è, sì, per il poeta, ma soprattutto per l’artista giovane, per l’uomo giovane, per quel “personaggio” tanto lineare quanto sfuggente, uno di quei sommi dell’antichità per il quale si è sempre nutrita un’ammirazione sincera, ma anche complessa e a volte contraddittoria.
     Pensa, vate, all’impressione che dovevi suscitare quando passeggiavi davanti al Tempio dei Dioscuri (l’attuale Chiesa di San Paolo Maggiore) o per il macellum, il mercato, che sorgeva sotto quella che gli Angioini nel XII secolo edificarono come Basilica di San Lorenzo Maggiore… Sommo Virgilio, tu ti muovevi su quella che era l’acropoli della città greca, che poi i romani chiamarono appunto Neapolis e le tue passeggiate, le tue visite o soste nell’agorà, non potevano non destare commenti o curiosità.
     Grande e grosso com’eri, dal portamento misurato e schivo, dallo sguardo attento ad ogni persona o cosa che incontravi sul tuo cammino, dovevi costituire per i napoletani di allora (ma succederebbe anche con quelli di oggi) una rarità, un interesse indefinibile e tuttavia intrigante. In quell’accozzaglia che doveva essere la città tra le sue origini greco-cumane e la sua rivalutazione romana, fra due culture tanto dissimili quanto di fatto consimili, la tua presenza era sicuramente avvertita come quello di uno straniero (per la mole della figura, il tratto della persona). Apparivi, però, come uno straniero particolare, un forestiero che alludeva o imponeva un tipo, un carattere, una maschera che non avevamo o credevamo di non averne la necessità: eri un poeta, vate.
     Eri qualcuno che i napoletani avevano sempre sostituito con l’imbonitore del mercato, con l’aedo del tempio, con il cantore di feste religiose o profane. Cosa sapevano di te, i napoletani di allora? Che eri un giovane colto, raffinato, invidiato… Perché invidiato? Che cosa di te suscitava l’invidia e che cosa cercava un giovane colto e raffinato della Napoli del 49 a.C.?
     L’invidia, forse, era per le amicizie che ti davano lustro: Mecenate, Augusto… o per quelle solidali, e diremmo professionali, di Lucio Vario Rufo e Plozio Tucca che curarono l’eredità artistica dell’Eneide. Oppure l’invidia nasceva dal fatto che un giovane poeta avesse esordito con le Bucoliche e le Georgiche, cantando le atmosfere delle campagne e dei pascoli, delle tecniche di semina e di raccolto delle messi, dell’allevamento del bestiame e della condizione di pastori o agricoltori affrancati dalla schiavitù… Era questa l’invidia maggiore? Questo il risentimento per gli argomenti così comuni che avevi scelto e che trattavi in poesia?
     Per altri versi – è il caso di dire – per i versi di Catullo o di Marziale, poeti che si erano stabiliti nella Roma dei trionfi augustei, non scattavano né rancori né gelosie. Catullo parlava d’amore e Marziale era lepido nei suoi epigrammi: perché Virgilio destava tanto rispetto e tanta diffidenza?
     I napoletani di allora, già sarcastici e taglienti, coniarono un nomignolo per te: parthenias, verginella o verginello, a seconda dell’intenzione nascosta che tuttavia lasciavano allusiva e ambigua. Dicevano addirittura che eri un mago, nient’altro che uno stregone, uno di quei personaggi così soliti in una città così composita come Neapolis.
     Descritti così bene da Petronio Arbitro nel suo Satyricon, questi personaggi venivano presentati come bizzarri, eccentrici, inquietanti. Se ne parlava come di esseri asessuati oppure di dèmoni ingordi e lascivi, di uomini continuamente alla ricerca di un bene perduto, fosse stato l’intelletto, il piacere, la fortuna benigna, la protezione di Augusto.
     Dante avrebbe detto: “E tu, duca, ti prestavi a tanta doppiezza?”, ma non lo disse, tutt’altro! Per Dante, come per moltissime generazioni di poeti e di educatori, sei sempre stato il poeta del travaglio intimo, della continua ricerca del mistero della vita e della compiutezza della morte, come scrisse Hermann Broch ne La morte di Virgilio.
     Dove vivevi in quella Napoli antica? Che cosa mangiavi o presso quale taverna consumavi i tuoi pasti? E, soprattutto, dove scrivevi? C’era qualche angolo preferito, qualche posto che ti ispirava più di un altro, o qualche momento della giornata – il tramonto, la notte, l’alba – che ti faceva prediligere Napoli a Roma?
     So cosa stai pensando o cosa mi risponderesti: che la vita da sempre non si allontana molto dalle abitudini che ognuno si costruisce addosso e che riguardano tanto l’essere che il fare, il desiderio o l’angoscia, la poesia o la noia. Come dire che siamo predestinati, poeta? Che il fato dispone di noi totalmente, senza trovare ostacoli, furore o arbitrio? E che anzi è il fato a divertirsi – secondo la lezione di Sofocle – sulle nostre tensioni, allentandole o esasperandole nei tempi sbagliati dell’entusiasmo e dell’abbandono?
     Il tuo Enea, timido Virgilio, non era l’eroe che avresti scelto per obbedire alla richiesta di Augusto di celebrare la genealogia divina della gens Julia. Probabilmente non avresti mai pensato a un eroe, a un uomo figlio di una dea, a un guerriero che difende con le armi il proprio onore, la disfatta della sua città, lo smarrimento e lo sradicamento della sua stirpe. Eroe minore nell’Iliade, Enea diventa con te segno e metafora di quella pace, di quella equanimità, che volevi attribuire alla storia di Roma, alla gloria dell’impero, alla remissione di vinti e vincitori.
     Questo poteva essere un archetipo di quell’uomo padano pacato e giudizioso, che tutt’al più sarebbe diventato una sorta di eroe curiale, impiegatizio, di eroe-burocrate (e in tante parti dell’Eneide così ce lo ritroviamo), ma che, per nostra fortuna, si presenta talora come un “uomo tranquillo”, un ambasciatore di temperanza, un modello di equilibrio… Ma non sapevi anche tu, vate, che quell’Enea, inseguito e creato dalla tua personale poetica del tormento, correva poi il rischio di essere stucchevole, inadatto e incompatibile con le avventure di guerra e di conquista che la celebrazione di Roma richiedeva?
     Quel tuo Enea, Virgilio, definito non altrimenti pio, quale parte di te incarnava e quale soffocava o riduceva? Era più forte l’ardore di un empito trattenuto o la sommessa contemplazione di una controversa fatalità? E che dire poi del lavoro di cesello, di rifinitura e di scomposizione del poema, dei versi lasciati monchi, della volontà di distruggere l’intera opera per un sentimento di inadeguatezza e di svuotamento, come se avessi voluto rimuovere il protagonista principale, quelli secondari, le storie e gli spunti che contribuirono a fare la fortuna del tuo capolavoro.
     Tutto, probabilmente, avresti rimosso tranne la poeticità dei tuoi versi, le acute invenzioni linguistiche, le metafore, le similitudini, il fluire smanioso di un soliloquio che voleva restare soffuso, monocorde. Come un romanzo in versi, la tua Eneide ci ha dato e negato, ci ha fatto sentire partecipi e discordi, traditi e valorizzati. C’è come un angolo, un cantuccio, un posto appartato nel quale riusciamo, sia pure a fatica, a intendere la bellezza dei tuoi versi, ma hai trasmesso anche a noi lettori moderni una strana illusione, un’ineffabile suggestione: di ritrovarci con l’Eneide in una dimensione della coscienza che non è mai reale, che non scatena contrapposizioni, che vive astrattamente della sua bellezza, piena di slanci rimossi, di passioni evitate, di estetizzante incompiutezza.
     Del resto, l’hai detto benissimo in un verso, come per invocare la pietà del lettore: “Oh menti ignare dei vati!” (ENEIDE, LIBRO IV, v. 65): è una dichiarazione di consapevolezza ed è un testamento di disincantata estraneità al mondo e agli uomini.
     La tua tomba è qui a Napoli, nei pressi di una grotta, quella che oggi chiamiamo “Galleria delle Quattro Giornate”: davanti a te, ancora oggi, c’è un antro, il mistero buio e inafferrabile di una gloria seducente, di un segreto ineffabile.

        Ave atque vale, poeta

***

2 pensieri riguardo “O Vate, Publio Virgilio Marone”

  1. Antonio,
    ho sempre amato scrivere lettere ma se ci provassi adesso mi sentirei ben poca cosa dinanzi a questa meraviglia appena letta.
    Hai saputo ricreare la magia del Vate e, a dosi massicce, l’hai unita alla magia del tuo essere scrittore ma non solo……
    Quando andrò a leggere, con più tempo, tutte le altre lettere che Francesco con generoso slancio ha racchiuso in PDF per il numero 50 della Bibblioteca, sono certa che non avrò molte sorprese riguardo alla loro bellezza e oserei dire armoniosa plasticità, quanto, piuttosto per le persone a cui sono dirette.
    Ma anche questo è un modo degnissimo per continuare a studiare………..

    Vi abbraccio forte, miei giganti nel cuore

    jolanda

  2. una lettera su cui meditare ma (semplice mia intuizione) il Nostro si ritrovò in un topos (Neapolis) più greco_cumano che romano, mai del tutto domata, si fa per dire, dalla cultura romana, e, di conseguenza, cosa il Nostro (appunto) meditava? Complimenti al raffinatissimo scavone e mi scuso per la mia intrusione..

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