Pertiche

Alberto Cellotto, Pertiche, 2012

Alberto Cellotto

Pare non cercare evocazioni né suggerire avventurose ipotesi Alberto Cellotto, intitolando «Pertiche» la sua nuova e densa raccolta di poesie. Eppure, al di là del più immediato rinvio, quella pertica su cui si fa esercizio in palestra, salendo per arrivare da nessuna parte, ovvero a niente altro che dover poi lasciarsi scivolare giù, leggendo questi versi viene da pensare ad altro, ricordandoci che nei luoghi dove vive Cellotto la pertica è un’unità di misura geometrica che riguarda gli appezzamenti di terra. Misura orizzontale, quindi, rasoterra, a cui si contrappone la verticalità di una pertica che invece sta infissa nella terra di quel tanto che occorre a sorreggersi e a reggere, a marcare un confine o stabilire un punto notevole dal quale traguardare altre distanze. Il sempre rinnovato punto di partenza di queste poesie credo sia proprio qui, e da qui detti il suo passo versuale e verbale: riconoscere, definire uno spazio, con questo singolare sistema di misurazione orizzontale/verticale, entro il quale catturare un tempo che moltiplica e confonde i suoi contorni. […]

(Gian Mario Villalta, dalla Prefazione)

 

Alberto Cellotto
Pertiche
Prefazione di Gian Mario Villalta
Milano, La vita Felice, 2012

 

Testi

 

Carbonio 14

winnie: Win! [Pause.] Oh this is a
happy day, this will have been another
happy day! [Pause.] After all.
[Pause.] So far.

Samuel Beckett, «Happy Days»

 

Cicatrici

La punta delle bandiere vicino
le fabbriche, la cima ferma dell’albero.
Il rosso sta scendendo, l’aria
rimane all’altezza delle formiche.
Chi se lo immagina un posto
così tra dieci anni, chi prova
a combaciare le diverse
epoche che scantonano dal passato.
Per una volta chiedere ai piedi
come stanno, se c’è una radice
che solleva l’asfalto navigando
nel bitume e pesca l’ossigeno.
Potrebbe essere come il tornare
al mondo, all’angelo
che mi guardava cadere sempre,
alle croste rimaste sulle ferite.
Dopo, lì una pelle sbiancata
poteva solamente spiegarci
che il sangue era quello
che ci tocca davanti,
agli occhi al naso alla bocca.

 

Parabole nuove

Una volta c’era, e ora ancora
accanto al campo c’è quella mura
sempre oltrepassata dai palloni
calciati male, sbucciati
che prendono un effetto
indifferente a qualsiasi vento.
Così, per quanto ne sanno
questi giocatori soli
di sera, si può chiedersi, ugualmente:
vero che è bello qui? Che stiamo
bene e manca solo quello che manca?
Accanto a quel campo posso
smettere di fare domande alla mia pianura
irata dai tetti delle case.

 

Conoide

Quel che conta è ogni piano
del mondo. Ogni missile
di storia, la vita delle sue cavalle
sporche pronte a scappare
sul terrazzamento. Ciò
che è proprio della terra
e dei suoi accumuli:
pensare un tuono, estate,
finire il temporale
al suono degli allarmi.

 

Riverire

Il fiume è partenza. Ritroso
al nostro ritorno, resistente
di ogni refluo esistere. Il saluto
è verde che sotto l’acqua
magnifica ogni foglia. Arriva
piano il ramo, sarà una
liberazione il primo
temporale, come riverire
il vento, la traccia
di ogni vita e della follia. Primavera.

Il cane grande si
bagna e morde, morde
un argine il piede
scalzo che sarò, quando
la luna fredda velerà
lievemente, sorda,
la lontananza di tutte le terre.

 

Intervallo

Sono due punti questi
fuochi, l’argine di occhi
appena segnato,

sponde che a vederle
tenere dovrei risalire, indietro:
in ogni stagione della vita

quindi sostare, e traguardare
quella montagna che sogniamo
in scalare.

 

Lettere alle persone

Occorrono troppe vite per farne una.

Eugenio Montale, L’estate

 

C., un uomo adulto

Quando C. ha voglia di ridere
alza il mento e scuote la testa
per un solo colpo. Vorrebbe dire
che si stava bene al caldo,
e forse che il suo mondo
si è fermato dieci anni fa.
Nessuno sa perché da allora continua
a graffiare un cielo matto
con le sue facce distratte,
con le bestemmie imparate,
e con strati e strati
di foglie che sfiorano
ad ogni raffica
il loro chiaro fruscio.

 

Vado assieme a S.

Ora mi crescono le unghie come ai morti.

        Dario Bellezza

Quando è settembre S. si
asciuga i capelli che sanno
più del loro odore. C’è già un sole
che fa ruvido il muro della casa,
quattro finestre che potrebbero
essere un manicomio e forse
hanno luce per tutto, sole se
vogliamo vederle chiuse.

Prima i cimiteri aperti S. li
guardava per tutti quegli ovali
di visi spenti e adesso, che la Volpetta
e le quattro minori della Lira
sono entrate nei suoi occhi,
le loro lucette sono altre tante
stelle terra terra, vie di grandi
desideri da prendere per i capelli
con la forza delle unghie.

 

V. come una vasta golena

V. è come una vasta golena
e lo sa lui per primo, meglio di chiunque.
Il suo naso è come una lama
breve che riconosce per essenze, lui lo
pizzica e se lo gratta con l’indice.
Con soddisfazione mi
mostra l’umido di questo posto,
poi l’inorganico
che è la parte tra tutte
più bella. Ha detto una
dopo l’altra le alluvioni,
che sono i suoi panici vissuti
senza rimedio, quando
ad arginare l’ansia è rimasta
sola la possibilità di muoversi
nel fermo immagine di una
acqua morta.

 

O. nella bolgia

Per andare al fiume?

Seguite O., vi porta a quella fossa
a metà della campagna,
sulla linea delle risorgive,
scortata ai lati dai gelsi.
Ogni albero una faccia,
una persona della sua vita,
riuscirete a trattenerla.
Non ritratti ma corsi
di violenza impartita
con poco senso ad uno come O.
che ha fatto tutte le guerre
di tutti i giorni:

O. si alza
ancora la mattina per registrare
quanta nebbia si è alzata
e di quanto i vostri colli chiari,
battuti da una fessura
di fuoco, s’abbassano a guardare.
O.: un essere nella bolgia,
un cuore fregato dal liquore
bevuto le sere per non dilagare.
Per andare al fiume seguite O.

Ma sapete cosa è un fiume?

 

Spedale

Ma oltre queste verità e dentro queste
vuote parole ho perso la misura.

Beppe Salvia, Cuore

 

Pianti, occhi

Mi piacciono quegli occhi
che anche quando ridono
somigliano agli occhi
di chi ha pianto tanto,
sono fermi in un abbaglio
di sole che ti dice
ridi, anche tu. Mi tengo
di riserva
il rosso e il bianco
delle pareti del viso.
Il bianco è questa stradina
che si perde,
laterale, dentro
la vita rossa di vergogna.

 

Innesto

Morire dopo un incidente,
i familiari
hanno autorizzato
l’espianto delle cornee

la prima cosa sono gli
occhi, che migrano su altri
occhi, e innestano col vedere
quella lotta di persone lontanissime

 

Nervobalistica

La domanda arriva corta, un colpo
di mortaio,
che cosa collezioni? Quali calibri?
Niente, la mia risposta sopra
l’orlo dell’acqua
brillante. Stupito che io fossi
al loro tavolo, mi chiede
cosa mi porta alla guerra
del quindici diciotto. Con l’indice
credo di aver indicato la mia fronte
e aver bofonchiato qualcosa
sulla testa dei soldati. Allora alza
il suo e con la schiuma
sui baffi mi dice
la testa dei generali, piuttosto.
No, quella dei soldati.
Con un gesto della mano lui, come
a dire di lasciar perdere:
paura e basta.

Ecco. Paura. Grazie.

 

Vento e roccia
(14 dicembre 2011)

A dodici anni mi hanno
mandato al bosco,
dovevo cercare dio dicevano.
Ho trovato solo un albero
immobile. Ho avuto terrore
della sua statura, di lui fermo.
Mi ha invidiato, gambe all’aria
testa sotto terra.

Poi al torrente dovevo
processare qualcuno che non stava
seduto più in una sedia.
Ho seguito l’acqua mentre capiva
come una coperta la roccia
rimboccata.

Ora aspetto la neve, quella
che resta a sognare sulle cenge
fino ad aprile, il disegno
di una guancia che stempera
il facile fossile di nicchio nella roccia.

Faremo così: un soffio, un sole,
il sogno di una montagna
impressa in un’impronta
azzurra come di grazia.

 

Muri

Le targhe sui muri
appartengono alle case,
lontano dove sei vissuta
e i pavimenti sono levigati
da malanni epocali,
mal accettati movimenti
nell’età che ha consumato.
Quale colore rimarrà nel mucchio
di ricordi mangiati
dai presenti, dagli affanni?
Vorrei esserci quando la città
si sveglia lenta su te,
capisco poco questo continuo
che chiamano i più
vita o croce o conclusa via.
Ho provato a convincermi:
quello che ho avuto di te
non fu altro che sfrigolare
di volti, continuamente
conosciuti, curati con vortici
di fedeltà ai muri.

 

***

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2 pensieri riguardo “Pertiche”

  1. Cellotto, che non conoscevo (ma quanti eccellenti autori sono costretti a vivacchiare causa il pochissimo spazio loro concesso da chi lo occupa già indegnamente o per rendita di posizione?) ha una poetica di taglio moderno un occhio sempre pronto e al servizio della creatività, davvero un eccellente autore, grazie

  2. Ogni corpo poetico deve contenere una unità di senso capace di rappresentare, nel suo linguaggio, un percorso di vicende segnato da tragitti compiuti. Nel volume di poesie, Pertiche, Alberto Cellotto mostra al lettore la padronanza consapevole dell’utilizzo di linguaggi comunicativi ed espressivi che rendono, il suo lavoro, una vera e propria ufficiatura di seria, drammatica e, allo stesso tempo, di gioiosa lettura del mondo. Lo sguardo dell’autore è spesso rivolto ad un passato storico che ritorna tra le modernità delle cose come coscienza di una realtà trasparente che vive tra il sé e l’oggetto. La parola poetica diventa traccia visibile depurata dal conflitto che ancora genera inquietudine nell’animo umano e nei territori di appartenenza. Chi legge si ritrova in una verticalità caratterizzata dall’assenza, che non è mancanza, di spazio e tempo: una temporalità che, comunque, posiziona la propria costante tra il passato e il presente. Il racconto cronologico, quindi, è scardinato e mescola metafore, attese, luoghi, personaggi in una sequenza quasi crittografica. Pertiche non è un’opera dedicata ai lettori sprovveduti: nessuna iniziativa contenutistica o simbolica, contenuta in questo lavoro, è un’avventura espressiva. Cellotto rifiuta il casuale per dedicare ogni suo impegno alla congiunzione tra la quotidianità del reale, seppur persecutoria, e l’annuncio di un mondo esterno sorvegliato dalla confidenza con l’antico intimo, familiare. La lotta ancestrale contro l’anonimato degli individui che hanno determinato il quid e sfidato la propria storia sociale spinge Cellotto a coagulare la tensione di ogni vita punteggiando scene ed episodi così da nutrirci di cose viste, ascoltate e narrate (Joyce, Wolf). La pertica, come unità di misura o come il bastone che bacchia le noci, è l’arma poetica con cui è possibile manipolare il punto di vista (James, Contrad) del modernismo rimescolando il già detto delle forme chiuse appartenenti alla scrittura postmoderna. La prospettiva diventa la continua ricerca dell’identità di ciascun individuo che per comunicare e abbreviare le distanze sociali ha l’urgenza di trasmettere la conoscenza della vita, celebrata e accolta.

    Rita Pacilio

    http://poesia.lavitafelice.it/news-recensioni-r-pacilio-per-cellotto-726.html

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