Del pensare ossessivo

Yayoi Kusama, Ossessione infinita, 1977

Gianmarco Pinciroli

Del pensare ossessivo

Soltanto la musica e la poesia
possono permettersi di non insegnare…

Vladimir Jankélévitch

Sul pensiero ossessivo. Vai a letto e sai di avere un pensiero ossessivo, e ti addormenta soltanto l’estrema spossatezza. Quattro, cinque ore di sonno; il minimo rumore esterno all’alba ti sveglia e per il riposo ormai non c’è più niente da fare; ed il pensiero ossessivo è lì che ti aspetta. Ti accompagna per tutta la giornata, qualsiasi cosa tu faccia, dica, scriva, qualsiasi cosa apparentemente altra da quella che tu pensi. Il pensiero ossessivo, infatti, s’insinua negli altri pensieri, talvolta li pervade come un corpo estraneo che li violenta con sfrontata prepotenza, talaltra invece si mimetizza con parti di essi succhiandone –feroce parassita- la linfa vitale. L’insonne che, quando infine è ben desto, cerca salvezza, da che cosa la cerca allora? «Tu –grida la vittima con la poca forza che le rimane – tu lo sai che sei il mio male?» e poi aggiunge, pentita e spaventata del fatto che quel suo male, qualora scomparisse, perfezionerebbe la tortura proprio mancando del tutto: «No: forse il mio male lo sei soltanto diventato». Può, infatti, accadere questo: un pensiero buono diventa un pensiero ossessivo avendo esaurito la sua carica di bene; sui motivi di questo svuotamento non vale quasi mai la pena di perder tempo. Ma si ponga attenzione a questa sequenza: poiché si pensa che il bene sia il senso delle cose, e poiché è scritto (da noi?) nelle cose il loro caricamento di senso, lo svuotamento di senso (e di bene) allora occupa, nella parola che dice la cosa, la zona scura che sta ben nascosta, in agguato, nella luce della parola stessa. Se poi intendiamo che il bene sia amore, e amore sia dunque il senso delle cose, lo svuotamento riconsegna le cose al loro enigma custodito nell’oscurità della parola (d’amore? della parola che dice con amore la cosa? della parola che dice la cosa d’amore?), e riconsegna l’amore a chi fino lì lo ha donato al mondo. E tutto questo incomprensibile movimento, che approderebbe come sembra al silenzio d’amore (all’amore come silenzio? all’amore come silenzio delle parole? delle parole che finalmente mancano?), rappresenta forse un’altra forma di bene.

Il pensiero ossessivo non è pensiero filosofico, ma lo precede come una sorta di precondizione. Infatti, tutto può assoggettarsi al pensare filosofico a patto che si depuri del tono emotivo che determina il materiale ossessivo, in seguito possibile oggetto del filosofare. Il pensiero ossessivo è questo materiale che, dal canto suo, si distingue comunque dal semplice pensare funzionale all’agire quotidiano; ciò che qui lo distingue, appunto, è la sua ossessività, da interpretarsi, qualora s’intenda profilare questo pensiero sull’orizzonte di un suo eventuale evolversi in direzione filosofica, in termini di unicità escludente, ed anche in qualche misura autoescludentesi, nella misura in cui un pensiero non ossessivo cresce attraverso il confronto con l’altro di quel pensiero, altro che è poi ancora pensiero, mancando il quale confronto l’esclusione rispetto all’altro del pensiero è anche esclusione verso se stesso, ovvero: progressivo inaridimento. Il pensiero filosofico, invece, presuppone già come istituito al proprio interno un tal confronto e imposta, semmai, un confronto privilegiato con ciò che chiamiamo in generale l’esperienza, l’esperienza nella sua totalità (pensiero, non pensiero), donde peraltro esso proviene in quanto esigenza, dove dunque esso infine approda come sua argomentazione. Cosicchè, se il pensiero filosofico si qualifica come tale sia sul versante del che cosa (esperienza) che sul versante del come (pensiero filosofico) quel che cosa venga argomentato, il pensiero ossessivo, invece, dopo aver assunto un che cosa come contenuto (escludente tutti gli altri contenuti di pensiero) lo ripropone mediante un come eternamente uguale a sé, iterando la sostanza di quel contenuto presuntivamente data una volta per tutte, sotto le apparenze di una gamma metamorfica di proprie presenze instancabile e invece incredibilmente monotona, solo in superficie imprevedibile; in una parola: sotto una gamma metamorfica ossessiva. Il pensiero ossessivo, allora, è tale a causa della gamma di fatto ossessiva delle sue manifestazioni in superficie così diverse tra loro. L’ossessività del pensiero ossessivo è un come diventato indifferente al suo che cosa, è un pensiero che non segue più l’evoluzione del suo contenuto, non feconda quel contenuto e non ne viene fecondato, non cresce, non diviene; esso è, malgrado la multiforme gamma delle sue presenze, sempre identico a sé. Il pensiero ossessivo ha una qualche parentela tutta da decifrare con la malattia morale dell’innamorato nell’esperienza solipsistica dell’amore.

«Tu, qui, ci sei. So che ora non vorresti più. Almeno così credo. Il tuo ‘ci’ si è svincolato del tutto dal mio, almeno tu lo credi, ma io non so bene se è veramente così, e per di più credo che non serva, che non ti serva. A me, purtroppo, non serve senz’altro. Tu ci sei sempre. Durante il sonno sei appena sotto il velo del sonno, mi sveglio e il pensiero di te prende tutto lo spazio di cui la mente dispone. Soltanto allo stremo delle forze il pensiero di te accetta di riposare sotto quel velo per qualche ora e di lasciar riposare il luogo mentale e sentimentale che lo ospita. Ad una notte segue un’altra notte e così via, con le ore della veglia sempre ben occupate dalla tua presenza fantasmatica, e così via sempre. Sempre il pensiero di te che ora si nega, di te che ora ammonisci, di te che ora taci e acconsenti, di te che taci e non acconsenti affatto, sempre un qualche pensiero di te sbuca in ogni pensiero attraverso cui, esso, il pensiero, si pensa, in qualsiasi pensiero esso, il pensiero, si pensi riguardo al resto delle cose delle situazioni delle persone del mondo. Sempre il tuo volto che amo fa capolino dietro i sipari delle recite quotidiane; i luoghi ti evocano, tutti, quelli dove non sei stata perché sarebbe stato bello che tu con me ci fossi stata, quelli dove con me sei stata anch’essi per questo stesso semplice motivo, ed il fatto che tu ci sia stata con me, lì, proprio lì, quella tal volta, rappresenta per me ora un esserci-stato una volta per tutte, una sorta di terribile metonimia temporale che caccia via, secondo un’altra escludente ossessività ancora, tutte le altre volte venute con altri prima e dopo…»

Difendersi dal pensiero ossessivo è possibile soltanto ad una condizione, che esso si sappia sublimare in qualcosa di concettualmente più elevato, riuscendo finalmente ad entrare in contatto fecondo con ciò che gli è “altro”, altro dall’ossessività sempre ricorrente su di sé, dalla monomania facente perno su di una presunta datità inamovibile e quindi conosciuta una volta per tutte. Questa alterità del pensiero si presenta in prima istanza come pensiero plurale, disamorato di sé e disincantato nei confronti di tutte le ricorrenze, come se esse non bastassero mai a fissare una volta per tutte qualcosa di pensato come vero; un pensiero scatenato dai ceppi del se/allora della logica e disubbidiente rispetto ad ogni supplica del senso comune, trasgressivo intellettualmente dunque, al servizio al tempo stesso della vita e della morte, in quanto ambedue costituenti un unico pensiero in una continua crescita su di sé, nulla escludente di quanto resta fuori della sua portata; un pensiero incessantemente all’opera, mai a riposo se non nell’opera, fondatore instancabile d’ordini precari di senso.

Un pensiero ossessivo, la cui precisa ossessione costituisce l’inoltrepassabile limite dell’umano, è quello che lavora attorno al concetto d’identità. Il pensiero ossessivo dell’identità produce ciò che negli ambiti di sapere più diversi chiamiamo la coscienza, e che dunque ancor meglio definiremo coscienza dell’identità a Sé. L’apertura concettuale più elevata rispetto al Sé prodotto dal pensiero ossessivo dell’identità è il Sé-Altro, col quale il Sé entra in contatto con l’Altro inteso come, e dunque con la qualità di, funzione fondante del Sé, cosicchè la coscienza dell’identità a Sé appare sotto questo profilo un prodotto secondario, a fronte dell’assoluta primarietà del Sé-Altro, dell’indistinto pronominale. Ovvero: prima avremmo il Sé-Altro, poi – sullo sviluppo della sua base – il Sé come coscienza dell’identità. E’ facile chiamare solipsismo un tale prodotto coscienziale sganciato dall’Altro, anche perché ripete in tal modo, sul piano teoretico, quella figura dell’Io che sul piano morale chiamiamo egoismo; l’egoismo, infatti, è il nome più comune che assume l’ossessione legata al processo identitario facente perno esclusivamente sul Sé, d’altra parte l’altruismo non ne è che il versante uguale e contrario, equivalente, quanto a squilibrio spaziale, o distanza, tra il Sé e l’Altro, all’egoismo, nella misura in cui, nel caso dell’altruismo, l’ossessività, invece di far perno sulla gratificazione del Sé, si scarica tutta sulla rinuncia a Sé, nella dimenticanza di Sé. Per superare la dissimmetria tra Sé e Altro e ricomporne l’unità originaria nella consapevolezza riflessiva, l’altruismo rimane comunque il primo passaggio, e passaggio obbligato; però, rimanendo l’altruismo nella sostanza una rinuncia dissimmetrica a Sé, allora esso deve potersi non appagare di un tal rifiuto e deve, invece, conciliarlo con la presenza non destruente dell’Altro al fine di configurare la forma corretta del Sé, la forma del Sé-Altro. Si vuol dire questo: quando l’amore, per esempio, è rinuncia a Sé e questo soltanto, esso è ancora pensiero ossessivo, e tale rimane finchè gli mancherà la corrispondenza paritaria, nel suo caso, Amante-Amante e al suo posto rimarrà vigente la corrispondenza subordinante Amante-Amato. Nella corrispondenza Amante-Amato il primo elemento della coppia (Amante) è lavorato fino all’osso, fino alla follia dall’ossessione oggettuale rappresentato dal secondo elemento della coppia, la cui oggettualità ne fa un Amato, almeno finchè non diventa soggetto d’amore a sua volta, e quindi Amante; fino a quel momento, l’Amato non può che fuggire il desiderio di possesso manifestato nei suoi confronti, oggetto d’amore, per non restarne arso, consumato, distrutto. Tanto più si apre la distanza tra Amante e Amato, tanto più il pensiero d’amore dell’Amante è pensiero ossessivo, solipsismo erotico, solitudine affettiva. […]

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Il saggio di Gianmarco Pinciroli
sarà pubblicato a breve, integralmente, in
Quaderni delle Officine, XXXIV, Ottobre 2013.
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