4 pensieri riguardo “L’arte del monologo”

  1. Un testo molto interessante. E sarebbe interessante anche approfondire l’eventuale relazione (citata alla fine di questo testo) che lega l’attuale crisi teatrale, soprattutto per quel che riguarda la mancanza di fondi economici, con la decisione dell’artista, consapevole o inconsapevole, di costruire la propria opera in forma di monologo. Ricorderei anche, tra i monologhi importanti più recenti, “Scemo di guerra” di Ascanio Celestini, a mio parere uno spettacolo di qualità molto elevata.

  2. Antonio carissimo,
    conoscendo il tuo amore e la grande passione per ilTeatro, scritto, diretto, insegnato, posso dirlo?, c’era da aspettarsi un post come questo. C’è sempre da imparare dai tuoi scritti perchè dopo averli letti, ci accorgiamo che molto mancava alla nostra precedente conoscenza. per questo ti ringrazio ed ogni tanto, quando vado a rileggere qualche tuo testo, mi rendo conto che, nel passato quando mi sopno cimentata in qualche commedia per il popolo tutto, o in qualcosa che pensavo, ma solo perchè qualcuno me lo aveva detto,fosse drammaturgia, mi rendo conto che ci vogliono mezzi e strumenti culturali non indifferenti per affrontare alcuni generi letterari. così, ma è ovvio che ognuno di noi dietro quello che riesce a produrre, ha una storia personale che non sempre può inglobare una conoscenza alta, mi ritiro come un gambero e ti rendo l’onore che meriti perchè, come del resto per tutti i tuoi post, in una manciata di minuti apprendo concetti che sembravano scontati e che invece non lo erano.
    L’arte del monologo, sulla quale hai dissertato così bene, mi fa pensare che, quelle volte che sono riuscita ad ascoltarne qualcuno e mi sono annoiata, è stato perchè,in effetti, arte non era.

    Anch’io, come Francesco, ti auguro altri cento splendidi post.

    A entrambi il mio abbraccio di cuore

    jolanda

  3. Eduardo De Filippo era solito dire: “Credi di far teatro e ti accorgi che non è come pensi”. Quante volte si è ripresentata questa massima, o questa iattura, nella mente e nella coscienza di chi si dispone a far teatro o si prefigge di far teatro?
    Tante volte, cioè sempre. E allora che cos’è far teatro? Scrivere, certo, ma non basta: bisogna saper “scrivere teatro” e non limitarsi ad una maestrìa o a un’abilità compositiva. Per il teatro scrivono i battutisti (quelli che coniano battute, slogan, aforismi), scrivono i teatranti in senso lato (dagli attrezzisti col sacro fuoco dell’arte agli attori che non si fidano degli autori), scrivono i giornalisti, i critici, i registi. Per carità, tutti hanno diritto a esprimersi, ci mancherebbe: non mi sorprende sapere di “uno” che si sveglia la mattina e scrive una commedia: il sospetto mi attanaglia quando questo novello autore si sveglia e scrive una commedia la seconda, la terza mattina, come se scrivere dipendesse da come ci si sveglia… Questa prolusione è per aver apprezzato, innanzi tutto, e poi per ringraziare, Jolanda Catalano per la sua sommessa e coraggiosa dichiarazione di “spontaneità” (molto verace e cordiale) nei confronti della scrittura teatrale e di tutto ciò che la scrittura teatrale, per forza di cose, nasconde al pubblico o ai neofiti del teatro. Personalmente ammiro i filodrammatici che fanno teatro con molta passione e tanti sacrifici ma quello è un teatro di ricalco che diverte o commuove sul tracciato già sperimentato del teatro d’autore o, semplicemente, del teatro consolidato al repertorio e ai gusti del pubblico. Gaetano Failla si chiede con garbo che relazione ci sia tra scrivere per esempio monologhi e la fattibilità scenica di questi progetti… Come rispondere a questo quesito in modo soddisfacente? Potrei pormi questo questo problema: a un salumiere che ci sta impacchettando cinque-sei bocconcini di mozzarella chiederemmo mai se quei bocconcini sono in grado di sostituire una prosperosa mozzarella di bufala?
    O a un venditore di calzature chiederemmo se le scarpe da ginnastica che ci sta vendendo potremmo usarle anche per una cerimonia come un funerale? O alla banca chiederemmo se una pensione minima di seicento euro potrà mai far accendere un mutuo per l’acquisto di una casa di lusso? Non sembrino irriverenti gli esempi che ho contemplato né sembri odioso e fuori luogo l’atteggiamento derisorio che li ha ispirati. La verità è un’altra e riguarda la dimensione sociale e produttiva, fiscale e finanziaria di chi scrive per il teatro o di scrive tout court. È la dimensione di un lavoro che talvolta si fa con mestiere e talvolta con intenti più profondi. La fattibilità realizzativa di un monologo non riguarda quasi mai il testo ma altri fattori, tutti necessariamente imprescindibili. Per dire, i bocconcini valgono una mozzarella, le costose Nike un funerale e una striminzita pensione è per la banca una ghiotta occasione di accumulazione. E allora se non è il testo a stimolare la fattibilità scenica, a che cosa bisogna ascriverla quest’opportunità? Semplice: al sistema-teatro com’è concepito oggi. Il sistema-teatro è composto da neofiti, dilettanti, maneggioni, favoriti e qualche volta da autori veri e propri. I monologhi non riducono i costi di una messinscena solo perché c’è un solo attore sulla scena; i monologhi sono spettacoli completi come tutti gli altri (lo esige anche la Siae) ma hanno bisogno di tante circostanze favorevoli per potersi inserire nella programmazione di una stagione teatrale. Hanno bisogno di interpreti di prestigio o di richiamo, di allestimenti accurati e possibilmente innovativi, di una politica teatrale che invogli il pubblico a teatro. Poi, magari, viene in risalto il testo, ma solo dopo e non necessariamente. Beninteso, tutto ciò è perfettamente nella norma del teatro italiano di oggidì. Quanto alla qualità elevata di spettacoli o interpreti vige una consuetudine tacita fra i teatranti italiani: mai esprimere giudizi di valore sui colleghi autori. È una forma di ipocrisia, certo, ma è perfettamente compatibile con il seme germinativo del teatro: la maschera – ύποκριτής – è fondante, rassicurante, consolatoria, per chi l’adopera e chi la subisce. Il guaio o la colpa è che a fare la storia del teatro non sono quelli che scrivono sulla propria pelle ma quelli che scrivono sulla pelle degli altri (certi critici, certi prof universitari, certi registi, etc.etc.).
    Eduardo De Filippo l’avrebbe definita una “zarzuela”: responsabilmente la definisco una decadenza ma si combatte anche quella, anche oggi, nonostante tutto.

    Grazie per la pazienza a Jolanda Catalano e a Gaetano Failla.

    E grazie a Reb Stein che mi lascia la libertà non solo di scrivere ma di testimoniare per cento volte. La gratitudine non è un modo di dire: è stato un modo di essere per queste cento volte.

    Antonio

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