Daddy daddy

Zoran Music

Marta Campi

Daddy daddy
(inedito, 2013)

 

Arresto

anche le stelle conservano la loro prosaica profezia
bandite dal ciclo di favola,
ossessione e gingillo del sogno che cede,
limato ciarpame di nervo-groviglio
continua a brillare, nell’istante che anticipa la fine.

 

Casa

la curva della tua schiena è un bilanciere dove provarmi
apri le cosce di piscio
tieni l’uccello tra le mani
imbalsamato, ormai morto da anni, annunci
con sorriso beffardo che ti condensa la lingua in un latrato disfatto
e io osservo registro, desidero
il nulla odiato: solo quello.
mentre ora la vita che misuro è davvero tutta lì— nel raccolto
di sangue sperma che il verbo protegge]
mentre la morte questo incedere di corpi saturi di dicerie oscene
come nel sottile grado degrado, debole
come la fuga di un cieco dalla folla che lo arresta

 

tempo

rannicchiato nel cantuccio cinereo
lo sguardo disperde la tua macchia isolata
come posso scavalcare quest’onda e ribellarla a mio volere?
e scordare sollevare deridere quello che la pietas
compone di tale armonia distonica
da apparire celata da acqua
che non purifica ma scatena.

 

11.

e l’ago nel nell’osso
oltrepassare il fine di pelle
come un arcobaleno che congiunge una parte all’altra
nient’altro che porzioni di luminescenza
bagliore residuo di chi si orienta nel buio di un sogno bestiale.
e la vita appartiene e soggiace a questo gioco
menzogna dell’esserci e sopravvivere..

 

17.

Lei si alzò di scatto, assorbita dalla notte e
dalla processione interiore appena iniziata,
quale carezza provenire dal deserto?
coscienza dissennata coincisa al parcheggio n.3?!?!

lo sguardo di D. era sospeso tra l’aria tersa del mattino
e il fiore estivo, carezza mai ‘s-giunta’ al reticolo del passaggio

e lei —ora— lì,

sopra il confino tra questa ritrovata Isola e
il culto della terra di mezzo
dove i nostri piedi setacciano, giorno dopo giorno, il peso del cielo.

 

19.

tra incroci di gambe fluttuanti
memorie espulse da rami disseccati
tutt’intorno piove di febbrile trasparenza,
solo il ventre proietta la volta delle squame
il pallido scrollarsi, l’ossario
per muovere un impulso-processione
ancora raffermo al lieto.

 

nomen

col nome che porto potrei ricavare un opale
da vendere al dettaglio
microsfere dentali, ciuffi di cellule ammuffite,
lattice per nutrire il lembo-estensione
in utero
corruzione e violenza
corruzione e violenza
da assestare come l’acciaio
da vomitare come i secoli,
per il mio cuore dal battito accelerato
per i miei nervi palpitanti polvere e inchiostro
succo dal quale gravita l’alba
questa eterna impronta
da seghettare nel volgerla al nuovo
prima di apporre, ancora, un respiro.

 

lascerò il discorso a metà

il finale è per giovani idealisti
con l’arroganza feconda dello scrigno
mentre io rasento il fiato di scatola
a mezz’aria
schermata dall’ombra bluastra
d’alghe
come in una girandola graffiata che
elude
mentre la bocca distrugge le parole
e trattiene il filo di memoria

 

uno strano tono

bianco come i trasalimenti di Havel
le unghie della sera al tuo fianco
origine inestricabile
dove dondolo nel pianto di zolfo,
inesperta allento le tende dello sconforto
fino al punto più pietoso,
desiderio di uno stomaco indissolubile
che possa oltrepassare la notte.
mio? tuo?
controverso sorpasso del roseo demente
di ostinazione, e scambio
nella possibilità di uno sguardo teso
immerso nella direzione d’altri mondi.
In questo deserto dei miei occhi,
il filo ricacciato viene vomitato
come un urlo,
l’urlo della separazione delle scene.

 

27.

mi manca la tua nuvola di seta
che scansa e implode nel cuore
dove la veglia si fa dimora
dove il collasso è principio
del sintomo.
troppo tardi per certe parole
l’illusione del verde scolpito che avanza:
muoio e invece sto vivendo,
muoio e ho solo paura,
come da bambini nella scoperta
lo spavento

 

***

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