Egregio signor Tanto

Saragei Antonini

Saragei Antonini

Una casa piena di vento

Borges diceva che le prefazioni sono “una via di mezzo tra lo studio critico e l’omaggio” e il lettore lo sa che “nelle prefazioni dev’esserci un po’ di esagerazione nell’elogio”. Però, continua Borges, “si deve scrivere solo su ciò che piace davvero”.
E così ho fatto. A me piacciono davvero le poesie di Saragei Antonini. Ma soprattutto è scrivendo su un altro scrittore che si scoprono le cose profonde alle quali si è inclini.
Le poesie di Saragei sono belle per tante ragioni che non tenterò di spiegare (ditemi, che senso ha spiegare la bellezza?). Però qui cercherò di aprire insieme a voi un libro che sembra una casa, una casa piena di vento.
In una delle stanze vive il misterioso Signor Tanto. Ha l’aria di chi ha viaggiato nella luce, una sorta di Tiresia cieco, che finalmente ha trovato “una stanza al buio tutta per sé” nella quale contemplare il mondo. La casa del vento è lieve, in ogni stanza c’è un sogno pronto a volare, un racconto tenuto insieme da associazioni delicate e sorprendenti. Qui non entra la luce del sole. C’è solo una lampada che, come miele, cattura il presente: “sappiamo entrambe che non uscirà mai / da questa casa / che il sole glielo racconti tu / e che la notte la vuole dolce / con il miele di una lampada accesa / un cucchiaino di presente”. Casa di sogni, dunque, e di antiche favole: “C’era una volta / il qui / che nessuno vedeva – / era piccolo / era ricco / il suo regno / si chiamava presente (…)”.
A narrare sembra una voce ipnotica, come quella del mare: i versi vanno di qua e di là, come onde. E quando le immagini svaniscono resta un profumo salmastro nelle narici: “non c’è mai nelle stanze un’aria pesante – / vi potrei dire che ha l’aria di una casa al mare”. Il mare è anche metafora del moto perpetuo delle onde che riportano gli oggetti alla deriva. Come una vecchia sedia, ritrovata per strada, sul marciapiede e che chiede di tornare a casa. Una sedia “instabile come un umore / non in grado di reggere una schiena”. Ma una sedia necessaria, per fermare le nuvole e i sogni sulla carta. I pensieri devono a volte diventare di legno “per superare l’inverno”, la sedia torna a casa a fatica, sale le scale “come una santa / l’ho pulita / le ho avvitato ossa alle ossa / e l’ho messa nell’angolo più balbuziente (…).” Dietro a una finestra troviamo ad aspettare anche il tavolo, il foglio e le parole che tentano di dare forma al vuoto (e per questo balbuzienti).
Nella casa del vento il mondo si salva proprio nell’attimo in cui il buio minaccia di inghiottirlo. Dietro alle tende si nasconde un occhio capace di scorgere legami inaspettati fra le cose, e fra esse e l’uomo. Perché scrivere è: “Una notte ad occhi aperti”, parlare con “tutte le luci possibili / anche solo quelle fuori / / la lingua dei lampioni / il vocabolario breve di una lampada.”
Scrivere è una notte che illumina il mondo. Queste poesie “sanno aprire la mancanza / come una noce”. Sanno “stare in una mano” per essere “sgusciate con cura”. Sanno essere leggere mentre tutto tende a diventare pesante, di pietra.
La leggerezza è desiderio, aspirazione: “Vorrei essere leggera come un amo / per piccoli pesci”, perché a volte il mondo si fa pesante e si fanno “barche con le pietre”. Descrivere il mondo è un esercizio quotidiano, un apprendistato al quale le parole di Sara si dedicano, tuffandosi come ami nel mare, nel cielo: “vado a lezione di piume / quasi ogni giorno”. Solo così tutto riesce a far ritorno dal nulla. Il tempo scorre lento e i ritagli di ore, gli incastri di minuti, vengono rivelati da una particolare condizione della luce. In questa incertezza della luce si nasconde la salvezza: “stiamo vicine / alla luce più incerta / davanti al tavolo più pesante / e la mia schiena è diventata credente”.
Il nitore di queste poesie è frutto non solo della leggerezza ma anche della rapidità. Le immagini scorrono veloci e Sara racconta sogni e visioni. Tutto è rapido perché “ci vuole più tempo / per scaldare l’olio che per fare una nuvola / a noi piacciono quelle di drago / leggere come quelle di cielo”.

(Giovanna Iorio, Prefazione a “Egregio signor Tanto“)

Testi

L’inverno coltivato si fa arare
né più né meno che la primavera

Emily Dickinson

Il vento di settembre
è vento di Inoltre –
non distingue i pensieri dalle foglie
la pioggia dai capelli bianchi –
primo fiato d’autunno
seconda vertebra del magro che si prepara
non ha chiaro nulla
nemmeno tutte le dita –
palpebre cucite:
con il peso di un nano
copre il cielo –
con la larghezza del sano
cresce a freddo.

*

Sessantasei per cento di tempo vergine –
quattro per cento di elasticità –
trenta per cento di anni superati –
immergere a dito
in tiepida pazienza –
esporre alle fonti che si hanno –
tenere lontano nei giorni dispari –
lasciare ad asciugare
con le maniche libere
di gesticolare al vento –
non stirare
non distillare
e non tornare
sulle pieghe
sull’orlo dei fatti a mano.

*

Eppure
sapevo aprire la mancanza
come una noce –
che poteva essere persino amara –
sapevo di poterci trovare
la leggerissima muffa
il riservatissimo verme –
di poterne fare due metà
o la fortunata intera –
sapevo
che il mio cervello non sarebbe
mai potuto arrivare a tanto:
stare in una mano
poi
essere sgusciato con cura
offerto
e mangiato
senza alcuna pellicina.

*

Ho trovato per strada
la sedia su cui siedo –
l’ho trovata
un mattino d’inverno
sul marciapiede –
vuota come una casa
instabile come un umore
non in grado di reggere una schiena –
ho fatto subito pensieri di legno
quelli che si fanno per superare l’inverno –
così l’ho portata a casa
l’ho salita per le scale come una santa
l’ho pulita
le ho avvitato ossa alle ossa
e l’ho messa nell’angolo più balbuziente –
da allora
stiamo vicine
alla luce più incerta
davanti al tavolo più pesante
e la mia schiena è diventata credente.

*

C’è una distanza tra te e me
che non fa pensare agli alberi
né a quella tra una parete e l’altra –
persino i giorni sul calendario
possono dirsi vicini –
e il nove dal cento –
mi fa compagnia questa distanza –
cucina per me
legge per me –
ha la sua sedia
il suo posto nel letto –
l’ora preferita
e una lingua madre a nessuno.

*

Il bianco
crepa senza darlo a vedere
dove si sta per annerire –
il bianco è stato vecchio –
è abituato alle pareti
ai chiodi come germogli –
è un pallore scampato.

*

Nessuna strada muore
può solo interrompersi
o rimanere al buio –
corde vocali del mondo
cantano
s’intonano –
lo vedi, che ho orecchio
che ho una voce che non mi ascolta –
all’incrocio viene investita –
non la muovere –
la strada continua
fino alla piazza
uno dei cori del mondo –
lo vedi, come è facile non incontrarsi –
qui fischio la morte –
tu suona il pianoforte –
facciamo come se non ci fosse
via della sorte.

*

Egregio Signor Tanto,
sono lieta di sapere, dalla sua lettera di anni, che ha trovato
finalmente, una stanza al buio tutta per sé –
in pieno centro, da quel che mi scrive –
immagino così possa proseguire i suoi studi sul canto –
interrogarsi, quando il sole è alto, sul disincanto –
al riguardo non posso più esserle d’aiuto – le nostre conversazioni
hanno dentellato le nostre direzioni
e oggi siamo in possesso di chiavi che aprono a voci che non si
aspettano –
le auguro di sapere quando cominciare e di non ritrovarsi nel
poco – ne hanno sempre sofferto le sue mani –
e spero di rincuorarla dicendole che alle ossa non ha nessuna
malattia –
e nemmeno agli occhi –
mi chiede se è in grado secondo me di prendere e dare –
ne è in grado – ma le invio il referto dell’udito –
pare lo abbia del tutto perso e, suppongono, per un amore
pochissimo – al punto che tutt’oggi è impossibile
cercarglielo dentro –
non esiste nemmeno una cura al riguardo – non la reggerebbe –
escludono anche una trasfusione di senso –
al momento non esiste abbastanza sangue solo per lei –
dunque,
prego perché resti così com’è e se ne faccia tanto una casa –
un mondo – un’abbondanza nella biblioteca di Dio.

*

Usa solo filo nero
al massimo grigio –
se piove fai attenzione a non perdere l’ago –
gli aghi annegano facilmente nell’acqua –
se ti pungi pensa a un’ape
e pensa che almeno questa non morirà –
quando cuci cerca di farlo sempre vicino a una finestra:
è guardando fuori che viene meglio il dritto e il rovescio –
è con il cielo che ci si ricorda di lasciare centimetri dove finiscono
i piedi –
se ti bruciano gli occhi
chiudili –
non sono i primi bottoni ad essersi persi –
se ti fanno male le mani
lasciale andare –
sono le pieghe che fanno riconoscere una misura più piccola
da una quasi perfetta.

*

Facciamo barche con le pietre
l’orizzonte con briciole di pane –
è levante il fumo che ti esce dalla bocca
una rete ad asciugare la tua voce –
togliamo le spine dai fianchi
le alghe da sotto la lingua –
abbiamo bisogno delle vele degli altri
degli ami improvvisi.

Saragei Antonini, Egregio signor Tanto
Prefazione di Giovanna Iorio
Piateda (SO), CFR – Edizioni
“Collana Poiein”, 2013

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Nota biobibliografica

Saragei Antonini è nata a Catania il 28 Aprile 1973. Nel 2000 pubblica la raccolta di poesie “Il cerino soggetto” casa editrice La Vita Felice, nel 2004 “L’inverno apre un ombrello in casa” casa editrice Prova d’Autore e nel 2010 “Sotto i capelli una nave” Edizioni Forme Libere.
Sue poesie sono nelle antologie “La comunità dei vulcani” (quaderno siculo-polacco di poesia, 2006) casa editrice GBM, “Dedica d’amore” edita da Prova d’Autore, 2007 e “Il ricatto del pane” edizioni CFR 2013.
Nelle riviste “I racconti di Luvi”, “Lunarionuovo”, “Foglio d’aria”, “La terrazza” (dicembre 2010, edizioni Novecento), e “Laspro”, 2011.
In rete, in “Compitu re vivi”, “Blanc de ta Nuque” e nelle “Edizioni Neve”. È uno dei redattori della casa editrice incerti editori.
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7 pensieri riguardo “Egregio signor Tanto”

  1. molto colpita da questo stile che ha poco d’italiano in senso stretto-e convenzionale. Ci respiro un’aria slava.
    Complimenti per l’originalità della cifra-preziosa quanto rara- con un bel grazie a Giovanna Jorio e a Francesco.

  2. Sì! un bel grazie a Francesco Marotta perché ospita il signor Tanto con calore e delicatezza in questo luogo così prezioso –

    Grazie a Giovanna Iorio per aver accompagnato il signor Tanto con una introduzione toccante per me – semplice, sensibile e immersa in quel Tanto che le è stato presentato –

    Grazie ad Almerighi che sono contenta di “rivedere” – per il suo commento altrettanto potente –

    Grazie a Lucetta Frisa – la sua riflessione è molto interessante: l’aria slava credo sia del volto del signor Tanto – ha colto il temperamento nordico del soggetto –

    Grazie a sercord perché i sì soffiano sempre buon vento –
    perché tanto piccoli e tanto accoglienti –

    e ringraziare vorrei anche i bloggers che stanno più su – con il loro quadratino presente!

    saragei

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