Quattro parodie

Parodie

Daniele Ventre

In genere i condannati bevono l’ultima cena
come volessero spegnere la prima forma dell’alba
infine non resta loro che la scialba
traccia del tempo ricorso a conciliare la pena

Quattro parodie

1.

Già –la madre di Evelina
si lamentava in dialetto
in lingua ormai consegnata
alla storia
a dispetto

Dicono che la memoria sia poca cosa per certo
qualche parola fissata sul muro che si sfarina
se non ritorni a fermare la rovina
degli istanti con luce d’occhio conserto

(Eppure si cercavano le madri
e i padri abbandonati agli olocausti
–e il volto sorridente di pinocchio
scampato alla balena per un tratto
di dadi ti guardava dalla foto
con occhi di retorica innocente)

Strizzare i piedi asciugandoli
può essere doloroso –la nutrice
(certo una donna per bene)
potrebbe aversene a male
tanto da perderci il latte
Allora non servirebbe
che ti insegnassero i padri
a contare a non lasciare
che i numeri se ne scivolino
dal margine del quaderno
E rimarresti a saziare con lo sguardo
la sete mentre una goccia d’acqua scorre
dalle cornici di vetro della pioggia
Davvero somiglieresti
a un tarlo senza memoria
su venature di marmo
a un dito che segna a vuoto
figure nell’aria ferma
le regole della storia sono sempre
quelle dei bei vecchi tempi
coi soliti giocatori
sempre in perdita

In genere i condannati bevono l’ultima cena
come volessero spegnere la prima forma dell’alba
infine non resta loro che la scialba
traccia del tempo ricorso a conciliare la pena

(E tu non crederesti –la retorica
non è innocente –che perfino i mostri
fotografano i figli di domenica
che mangiano un gelato o vanno al mare
o ai giardinetti come fosse nulla
–che poi è nulla come fosse tutto)

E sì che le ultime cene
sono da sempre patetiche
e niente di nuovo al sole
e niente di nuovo all’ombra
(non conta la rispondenza
dei crimini con le pene)

L’esecutore di solito è figlio di qualche impero
per l’ordine del diritto sovrano sulla barbarie
né conta che per fermare l’orrore le sorti varie
ti guidino nell’orrore –che non lo credevi vero
–ma vuoi mettere il piacere di recitare compito
la parte del cavaliere lasciando al boia l’invito
fra semine di sterminio e turbini nucleari
che spargono per te gli uomini d’equipaggio
libratisi con coraggio
in volo per funghi amari

(l’esperimento nell’effetto è colpa
se lascia sulla carne le tue piaghe
le false arguzie delle menti infette
il gioco dei carnefici scommette
le vite altrui –ma le ragioni vaghe
degli ordini non porgono discolpa)

Ricordali tutti i segni
sullo stridore dei tronchi
schiantatisi nella notte
e le vestigia interrotte
della follia –se da un angolo
della rete non ritorna
altro segnale che il muto
formicolare di fondo
e non ne emerge figura
se non quella che ti immagini
per tua proclive natura
a immaginare ragioni
nella deriva del mondo
a definire gli oggetti
come aspetti de praesentia
Ma in fondo ci sono tracce sulla porta
epifanie di bozzetti
memorie d’emunte nari
lacerazioni di lune
de licentia
a sostegno dei più rari intendimenti
(dei malintesi più vari)
e quel che ti resta conta
se te l’ha insegnato un padre far di conto
nel calcolo dei piaceri
dei crimini e delle pene
degli utili e delle perdite
(un qualche padre per bene)
e interpretare la legge
per i molteplici aspetti
delle parole depèrdite
Te l’avrebbero permesso
di soddisfare la sete
dalle cornici di vetro della pioggia
se solo l’avessi chiesto
(ma vuoi mettere il piacere
di negartelo)

*

2.

È difficile –forse anche impossibile
spiegarlo di che parlino quei tèsti
queste voci dell’organo inceppato
che hanno come figlia naturale
l’oscurità –che sfuggono al concetto
e al racconto –che tutto si racconta
(dicono con ragione alquanto frusta)
anche se poi non la racconti giusta…
eppure quest’epigrafe sul tempo
ancora sa dell’erba mercuriale
e della ninna di Orfeo per le rocce
e per le querce con upgrade in serie
(che sono cose serie) –e le figure
dell’enigma che infine ti trascende
(prima che si trascenda) e i supersensi
con i superpoteri taumaturghi
quelli dove li metti? dove meno
ti aspetti –senza dubbio –nella lettera
del loro balbettio spiegato al mondo…
parlano di sibille come il vecchio
Edipo che mangiava il suo gelato
di pomeriggio –e i Tebani a passeggio
sullo spiazzo assolato del panoptico
sotto l’occhio distratto della sfinge
rauca –eppure la luce si specchiava
rifrangendosi in iridi ai frammenti
sconnessi opachi da cucire ancora
con arte di rapsodo fuori moda
“eppure sai che la stoffa del mondo
è materia di canti un po’ sdruciti
che il mondo infine (e tutto ciò che esiste)
è l’insieme dei fatti atomizzati
per il collezionista d’ossi buchi
e prosciutti e agnellini nel silenzio…
Così sono svuotati d’intenzione
gli atti delle parole e degli apostoli
della parola –e qui c’è un malinteso
e lo intendi anche tu (mal che s’intenda)”

Certo la scia di qualche retroguardia
muove sempre dal nesso inconfessato
che il senso delle voci è compromesso
(ma chissà che per questo anche funzioni:
ma tu non vuoi problemi e non prometti)
quanto più si diffondano alla radio
rauca le voci delle canzonette
e l’arte dei rapsodi fuori moda
–scusami l’espressione poco friendly
nei confronti del pubblico appagato:
io di sabato sera ho pochi amici
e ci si trova in luoghi infortunati
e fuori del comune –eppure tutto
non è che un gran parlare di noi stessi
anche lo speaker quando ti cantava
dello tsunami si… parlava addosso
e intanto il mondo è perso e l’orizzonte
ottico si dilegua fra le nebbie
che hanno come figlia naturale
l’oscurità che infine ci trascende
–ma tu fuggi la falsa trasparenza
l’eco inceppata che ci fa bio-teti
d’un corpo di individui e d’uno spirito
sociale (da rapsodi fuori moda)
–cerca la fata dei cristalli opachi
ora che nei frantumi i corpi emergono
come per guizzi d’improvviso buio
–ti sia lieve quest’organo inceppato
amputato al rimando delle cose
rimandate a settembre e all’orizzonte
ottico che disegni sulla nebbia
con tratto di matita copiativa
–fa’ (da bravo) che il margine interrompa
e irrompa e rompa l’argine dei corpi
sani –si faccia guerra di morenti
(tre lingue vibri e che il suo fischio goda)
nel divenire scoria dell’umano
storia di post-umani whisky & soda

*

3.

Non erano più le cinque
                                         (me lo dissero)
sedevo qui come l’ospite male atteso
e poco desiderato
vestito come si può
con vesti grigie capelli senza forma
(in fondo non conta troppo)
Uomini e donne vestiti come nulla
sedevano come nulla ma forse da un’altra parte
in un tempo parallelo dov’erano vivi i morti
morti i vivi
veri i falsi
reali i volti inventati dei romanzi
e fittizio nello specchio il nostro volto
diverso il passato forse
meno atroce
meno cieco
meno stolto
meno atrocemente idiota
di qualunque altro passato stolto e bieco
(ma per il vecchiaccio oscuro
non era cambiato molto
il suo senso sempre sbieco
sempre duro)

Ancora sedevo all’angolo
non c’erano più cortine come schermo
le dame dall’ermellino
sedevano con accanto fornarine
dal sorriso di malizia
–non era cambiato molto
non erano più le cinque
sedevo qui come l’ospite male atteso
non troppo considerato
e le tazze di tè vuote al tavolino
da salotto
e la teiera in sospeso
di te vuota
con il suo manico rotto
sulla soglia
dell’ospite mal arreso

*

4.

non dirmi no non dirmi no non dirmi che forse me l’hai detto
non dirmi esattamente quel che hai detto non dirmi no non dirmi
quel che hai detto a quei tizi no non dirmi quel che hai detto davvero
più o meno quel che hai detto no non dirmi non dir loro più nulla
anche di quel che vogliono quei tizi che tu dica per loro
non dirmi no non dirmi per alloro che s’addica a quei tali
non devi averle dette quelle cose dico dette per forza
per forza per amore dico dette per dolore e tristezza
dolenti cose tristi cose dette non lasciare che dicano
le cose non lasciare che le cose passino via col dire
cose che poi nessuno dice e sono come dolore e angoscia
non dirla tu la tua tristezza il tuo dolore non lo dire
a quei tizi non dirlo il tuo dolore non dirlo quanto sèi
triste non dire loro cose tristi non vogliono sentire
se vogliono sentirle non ti ascoltano per tuo bene non dirle
non chiedere alla gente non è bene per tuo male diresti
non chiedere non dire a quei tizi ogni cosa che ti chiedono
di dire il tuo dolore non lo dire non ti do l’ora a dirlo
tu non dire ogni cosa che ti chiedono anche messo agli arresti
non dirlo tanto il tempo passa sempre e tutto quel che vogliono
che tu dica alla fine non importa e quello che non vogliono
che tu dica alla fine importa sempre non importa per loro
a loro non importa dei tuoi anni di dolore e di noia
il pendolo è già fermo non serve che tu dica ve l’ho detto
tutto quel che sapevo non ascoltano ti credono uno sciocco
non calcolabile affatto per guerre e nemmeno ai consigli
non dire non li fare i tuoi calcoli di’ quel che ti sembra
di dover dire per calmare gli animi o per addormentarli
o per lodarli sempre sia lodato non dirlo troppo spesso
se no si insospettiscono e chi pensa tu voglia farlo fesso
se dici quel che dici tanto per dirlo e per lodarti meglio
bambino mio che ci ho la bocca grande e non dico per dire
al lupo al lupo non lo devi dire non ti credono più
perché il lupo c’è sempre tu non pensare di dimenticarlo
la memoria è importante tu non pensare di dimenticarla
ho un nodo al fazzoletto e un nodo in gola per non dimenticare
e per dire e non dire io ve l’ho detto quello che sapevo
e il tempo passa e noi non sapevamo fra il tuo dire e il non detto
che tu soffrissi tanto e il tuo dolore che fossi tanto triste
e che potesse voler dire tanto il tuo silenzio è il tempo
che passa e non ci sèi non ci sèi più e noi non capivamo
che tu soffrissi tanto perché noi non ti lasciamo dire
e siamo certi che no nessun altro lo sapesse davvero
e te l’avremmo detto in buona fede che siamo in mala fede
per questo poi venivano da te quei tizi e ti chiedevano
di dirti tutto, tutto quel che sai tutto quanto più o meno
nel più e nel meno che fra il dire e il male c’è di mezzo il non fare
e lo dovranno ammettere un domani anche se non importa
che un domani l’ammettano il domani ha già chiusa la sporta
dei giorni anche se so che non si dice non è mai bello dirlo
e tutto quel che sapevamo in fondo è che non va mai detto
quel che si deve tacere davvero –e non ti dirò altro
che la tua festa che a venire è lesta debba tornarti grave

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