La me ga scrito (III)

paraboliche

Emilio Villa

L’andamento poematico, composto da 278 versi, si apre minimizzando la ragione demiurgica di questo testo, con un minuscolo “nulla di che” in un italiano prosaico «un’idea così, un’ideina, un’idea di sesso lì per lì, quasi di straforo», un italiano che a Milano si adotta tanto per “ciaciarare eccetera”. Si sviluppa con un lungo godurioso excursus che scarliga tra senso e nonsense della parola come tra divagazione e peregrinazione nel verbum che si fa e disfa in un corpus tanto personale da essere universale. Si conclude con uno spogliarello latin-francese che sancisce la mitizzazione di un assoluto “nulla di fatto” della parola stessa, dove il termine latino “Deus”, impiegato nella chiusa in forma di anafora liturgica, eleva a stato di divinità maiuscole i capi (“Patron”) d’abbigliamento nominati in francese. Questa spoliazione “Facile” degli indumenti «Nunc et in hora, / ora, sbora sbora,» inscena la celebrazione dell’avvenuta notte di nozze degli opposti: del basso con l’alto, del sacro col profano… «Deus Jupe / Deus Caleçon / Deuslip / est un Patron Facile / Deus Soutien-Gorge / Deus Jarrettelle / est un Patron Facile».
L’opera si manifesta fin dall’insegna in veneto – La me ga scrito (III) – quale divertissement rituale, metalinguistico, colto, alchemico, erotico, che da tutti i pori della sua “superepidermide” emana una freschezza espressiva e una libertà d’essere, ben concertata, che definiremmo con parole del Villa traduttore biblista «a-confessionale intimamente e interamente laica».
Va dichiarato immediatamente che questo studio preparatorio all’oratura di La me ga scrito (III), più che giustificare una scelta interpretativa, perlustra delle possibilità di dizione, indaga a partire da questo testo la poetica di Emilio Villa per sondare appigli, scorgere tracce di orientamento, traendo spesso come unico risultato certo il suo opposto: il disorientamento. Partiamo dal sapere che, – Carmelo Bene a parte – un’oratura è significativa, in quanto traduzione orale di una scrittura interpretata ad alta voce, laddove si fa messaggera pregnante di una verità per mezzo della voce, nella consapevolezza che all’interno di una scala tautologica, la voce sia un gradiente del messaggio. Il problema sta nell’individuare quale verità pregnante servire e con quale voce inverare ogni singolo verso. La me ga scrito (III) è un testo che pretende una resa incondizionata e chiarisce fin dalla prima lettura che qualsiasi sia la caratura dell’interpretazione (persino se fosse di Carmelo Bene, non me ne voglia Villa), si dovrà contemplare un parziale se non totale fallimento. Il compimento del fallimento, qui inteso come nota di merito, è scritto nel DNA dei testi di Emilio Villa i quali si presentano ad una prima impressione come dedali di n possibilità di x possibilità interpretative dove semantica, fonetica e iconografia della parola si rimandano come in un gioco di specchi riflessi in altri specchi: “Al di là dell’anima ogni cosa è specchio” (Villa). Ad una seconda lettura il dedalo cede il passo ad uno scenario non più caleidoscopico ma labirintico. Nel labirinto, dove è possibile solo andare avanti o retrocedere, ogni cosa raddoppia o si spezza: il caos primordiale si misura con lo sforzo di ordinarlo – in questo caso tramite la parola – in una cosmogonia. L’“epidermide” in Villa si tramuta in “superepdermide”: il culto dell’etimo ha risvegliato il mito racchiuso nella parola, la quale apre ad una dimensione “metamytique”. Scrive Spatola: «l’inveramento di un minimo significato cultuale del e nel testo poetico può darsi soltanto a partire dalla «rete letteraria » verso il senso criptico, o zona linguistica che soltanto gli adepti possono decodificare, come sempre accade nella poesia moderna dopo la discesa agli inferi di Rimbaud- Orfeo». Bene, allora non ci resta, come scrive Villa che “infernarsi”.
(Dome Bulfaro, Oratura per Emilio Villa)

 

 

AA.VV., Parabol(ich)e dell’ultimo giorno
(Per Emilio Villa)
a cura di Enzo Campi
Sasso Marconi (BO) / Milano
Le Voci della Luna / Dot.Com Press, 2013

 

La me ga scrito (III)

 

un’idea così, un’ideina, un’idea di sesso lì per lì, quasi di straforo
di pene in meglio ci piace ciciarare eccetera
con la voglia di gremirci dentro dentro
                             se la ci puzza molti anni addietro
nei minuti meno lunghi
ho sempre lassiato che tu dicessi: ‘errore,
errore di sbaglio, non uso ormai più, più, basta,
ecco, son guasta, così, è sacro, è una
enorme fatica, senza sicurezza, con colpa
che ti sbatte addosso l’altro, se ci mette l’occhio,
se c’infila dentro il dito, il naso, lo recchio,
chiamando, chiamando, revocando, perché
che cosa evochi, diglielo diglielo, lo scrivo
sul quadernetto, con foga di dirglielo,
e per cappire per soddisfare la colpa, per
tagliare la polpa, così scrivo, prima che
lui rincasi distaccato dalle sue voglie,
stravaccato nella sua adolescenza, frugando
di sotto, grattando, eheh, uhuh
e ce l’ha là al ragù, al sugo de mussa
ti sorprendo a salvaguardarti
e a tagliare a pezzi la formicola
ma se mi tira la gandula,
va là gandula!
e, di sporco, che boiate
che dici, che ci dicci dunque, dicci
come ipotesi
stralunante, e
vagga, va, vacca,
vava a la banca,
col danaro in coscia,
de coscia, e aspira
il macubà, tabacco
d’isportazione, ispirato
nell’albero natio!
nell’albergo natio!
     casta fogna!
poi tocchi qui tocchi là tocca sù
tocca giù tocca uno tocca l’altro
tocca il foresto tocca il signore cristonando
tocca il padreterno tocca un carne di collo
come si dice e si dice esca lei che entro io
ne abuso io ne abusa lui
toc tocchi il fogliforme
tocca stereofonico
tocca tocchetti tocchelli tocchi
un tock de merda
le cose esistono sì, ma fino a un certo punto
la stagnazione
per dura che sia
perdura, perdio,
che stangata!
va là stangona!
     stang!
     bang!
oh sì che te butto, che te, sì che te, te butto
utto utto tutto
rutto rutto rutto
te butto là ciccia te butto là la ciccia
te butto, là, te brutto, là, tutto, così, ciccia
un acquazzone da togliere
ma e che cosa costa poi di qui infernarsi
eh, sì
ma tenere il cuore distaccato dal lenzuolo, sì
e chi può darmi un aiuto chi?
quali principi mi reggono?
                 ostia!
       sgraffignata
che il mississipi fiorisce
sul nascere s’incendia
di carezze, cita nomi
e uomini impercepibili,
raddoppia il nascere,
eminenza forzuta, forzata
e ruota libera, fidata, fottuta,
in infinito busto, in frammento
smontato dagli annessi connessi
nessi smessi, fessi che si
trascinano meravi glio sis
si ma mente e mi
bel che un bel qua
un bel
        che cresta, saltami addosso, saltami
di sotto alle falde imbastite
anatra sconsiderata che son io, io
la pivetta a smaltire il capogiro indecomposto
si pigliano le domestiche che nascono sul posto
che foglia, che foliga,
che folgore,
che io sono,
oh, che sono!
la virtù la verginità
non si ascolta
non si difende
si va si sta, posù pogiù
che ancora ma non sempre si adatta
senza lotta nonostante
ciononostante, no, gloriosa morbida mortidaorbida
nei sensi volevuti volati voluti muti
in retrocedere senza nemmé
un bel cazzo sparigliato spaiato
poi di poi me la sono mettuta
a lavaggio e candeggio
un sacco di cancelli, di cancellature,
di cosce scassate cassate
cangianti cose e dissipate,
seppie e non seppie mai
                         e non sbraitate!
provocazioni scambi eliminazioni
           spettri sintetici?
dov’è arrivata la temperatura?
sotto dove, sotto che, sotto quanto?
generalmente è bassa, è
messa là, sotto, via sotto e vien su
temperatura espulsa, dove
è sceso sesso? dove il? dove il sesso?
dove l’hai messo sto fesso di sesso?
chesso! chesso? un polì un polà, posù pogiù
eh, sì, anche se sì, se si fanno
due passi avanti e uno indietro,
e sì, quattro passi indietro e
quattro davanti davanti,
al momento imbambolato dell’hesitation
eh sì, l’innocenza balla, l’innocenza
manaccia, giù la manaccia, minacciata
eh, sì, perfino sorridersi di lì, arditamente
con bruciore, con proposta, con dichiarazione,
eh, sì, malizia, malizia,
completamente snocciolata, chiara,
sapeva di eleganza bianca,
scuciata mutanda, giarrettiera
stappata, si sgancia, l’elastico
                 scoppia, scazza,
ma chiodo scaccia chiodo
          codo schiaccia codo
                                     ma
                 fu a
la stanza tutta piena d’acqua ed ecco
arrivare (sogno) attilio pierelli
tutto vestito da prete, nudo
nudo come un verme (sogno)
ma nudo finfino alla cintola,
ma dalla cintola insù
tutto nol vedrai, no no no,
nudo fino alla morte,
guadagnava terreno (arabile,
edificabile) a ogni pillola
(immortale, esovitaminica,
acidoaminobasica) sventrata,
a ogni polla, palla, bella, e non
palpando propellendo palleggiando
polpa           folle            polpastrelli
pelle            frolle           apollo
sfregugliando ragnere ragne
ro ra r marogne carogne raramente
fogne per irrorare il rognone di champagne
              archeologizzato blu
cosa vuoi che tribolino abbastanza
quelli che vengono a passo avanti
in avanti in misure sesquipedali
dai cadaveri non sgorgano né
acque né ansietà né galassie
escatologiche, e l’avorio
satanica premura l’eczema
per pochissimo, solo, solissimo, per pochissimo,
semplicemente, trasparente, consuma, siero,
muco di qualche posizione, di qualche grado,
brevi, allora sì si dovrebbe, sì, dovere,
si doverebbe, deverebbe, beverebbe, bevere,
bbe
      casta costola
              fischia pirla fischia pirla, strozza
                       in stato consunto, soffia
tirato con la stringa, stretto di stringa, di correggia,
scorreggia, scopi, scopi, reconditi, munizioni
e cose
       fl     e        tu           s
                                       sss    ess    es
la regione, la regione glutea, la ragione glucosia
             il tutto e con il tutto, il grande
             espresso, pressato, spremuto, sprecato
i filamenti intorbidivano l’agua, l’agua
svolazzanti, nuotanti, si battevano nel deserto erratico
                                                   dio, che lezione!
il bisbiglio innamorato, nel nascere idrogenico
ti telefonano dentro, ti telefonano anche gli attimi
materna Wies-vies-baden, ehm, insomma
                oh, disgrazia, il ruolo, il ruolo!
                                   capisci? dalla coscia,
                                               della coscia, e per
il disgelo!
             tagliato, rotto, disperato, incominciava
a valvole disciolte, tutta sincope
             nelle mani quelle, nelle mani fanatiche
              di calore interno, di idrogeno, il siero, nelle mani
a sommità del fu del fufusto del fusto, con rossore e senza,
                                             e senzissima e flato
                                    fla   fl   ahaahato
                                             ah ah
                                               ahhh
propulse, propellenti, a pannocchie,
ginocchia infiammate, foglie distaccatetrasparenti
                                                    epidermide,
cosa di cosa, cosa, cosa della cosa
perché solo solo i minuti scadono
in un tempo così industriale
la via cede, la gita non si fa, son morte le siepi,
le schiene sudorate, che bara, che baraonda,
che bara, che onda, che cara, che tonda
chi? chihappa, chihappa, chiappa, acchiappa, pappa
pappa pappa smappa scappa… eccetera
oh, il pruinoso ascoso inconscio diafano
                                        preservativo!
trovato a mano libera, provato in prova,
piova né piova, piova o spiova, tante ova
e sù sù sù per la parte altra, per
la parte alta della coscia destra, fra il quadricipite
e i muscoli addominali, addomineddio
e per qui qui qui per questo costato santo mio, dentro
dentro piaghe piaghe piaghe la fanga del populino
arcobaleno
sù sù sù, fa sentire la tua voce, fuori la voce, sù, culo
                                                               alegro!
scànnati, intòssicati, barbaturica! uno speciale attrarre!
e aparve, sindrome infuocata, con tutti i suoi svaghi
                                 cosa percepisce il tuo birlo?
che se ti dice sloggia sloggia sloggia brutta loggia
                                                          tu che ci fai?
ma ma ma tu va là pirlotto bigotto! pirlassa bagassa
                                              va là va là ven chi!
la larva, alla larga, alla tiepida! la larva
una figa stratificata, sykomora sykomora, ombra
avviata, brulicante, fosforescente, con i risvolti, mucose,
le rughe, le ghiandole, cosa la sfiora, cosa! gondola
                                                       parallela, llena
il, fatalle nei secoli, infedelle nei millenni, le papule
i fornitori muiono senz’apparecchio, decessi sensazionali
per depressione, sì, per depression e beriberi beriberibe
e smog eczemi incendiati, accesi di meraviglia
                                                       anticoncezionale
l’emoglobina l’elettrochoc
ma métteteci una pacetta santa
ch’io mi sento quanto meno
quanto più in perfetto disordine
eh!
che dose e quale,
e quante dose
me ne dai,
me ne darai,
nunc et in hora,
ora, sbora sbora,
che dose, quale, quanta di dose
e colei che si dovrà fermare
e che il suo periodo ritorna con fatica, a stento
e molto disinteressarsi del destino venereo
così lungo
che da qui e là
cià tempo di cambiare tempo
e di fare i sub tempi
della indigestione ultima, perenne
e ti scrivono tutte le isole
sulla superepidermide
a sudar nelle balle lustre d’amor
a andar su tutte le fotte
a fotte a fotte su tutte le furie
anamechanical suspensory
chi sa afferrare il Dubbio?
galvanizzare il cazzo dabbolo
trotrop decomplex dracines
tratra
truantrop
antrop
Deus Caleçon
Deuslip
          est un Patron Facile
Deus Soutien-Gorge
Deus Jarrettelle
          est un Patron Facile

 

La me ga scrito (III), scritto nel 1967,
fu pubblicato per la prima volta in “Uomini e idee”,
2/4, Napoli, 1975.

 

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3 pensieri su “La me ga scrito (III)”

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