Cattedrale

Gaetano Previati, Assumpta in coelum, 1905

Elio Grasso

Cattedrale

Un complesso di pensieri strani, accompagnano la donna e l’uomo, dove l’est e il nord confluiscono. Il primo mattino è terminato, la luce ora usa una frequenza leggermente più alta, i selciati sbiancano ed è un esempio di viaggio nel tempo, dalla spolverata di stelle all’unico e solitario faro che entra in ogni dove. Lui ha pensieri di terremoti, proprio in questo luogo, ma è trascorso un millennio e forse una cellula, o rare altre, hanno memoria del disastro. Lei pensa a come confluire le sue conoscenze d’arte in questa assoluta, stupefacente, richiesta d’amore. Saggia la polvere conosciuta anni addietro, e in tutt’altro luogo, dentro di sé, e vorrebbe trasportarla qui – ma il porto è poco distante, il porto non accetta con favore frammenti stranieri, nemmeno dalla donna amata. D’altronde l’uomo contiene ancora tracce di polvere carbonifera, quella che il padre tirava su dalle altissime gru. Quando il porto aveva ancora moli utilizzabili da navi a vapore e a vela, insieme nello stesso bacino. Era un tempo stratificato. Ora loro camminano nel tempo elettronico, che registra infaticabile, che è uno soltanto, e non frantuma ma liquefa. Entrambi giungono, all’unisono, davanti alla facciata di tre secoli. Le strisce bicrome orizzontali accade che siano marziali, e sovrastanti. La piazza è piccola, San Lorenzo deve essere guardata ruotando il capo verso l’alto, e può far male alle vertebre. Lui sa che è arduo osservare da lontano. Lei vorrebbe, ma cede alla mano ferma dell’uomo, che s’impegna a rendere nobile quella schiena nuda, dove s’intravedono gli esordi. E’ ancora estate, l’abito sembra sorvolare il corpo, non sa arricciarsi nell’incavo, ma lo rende idoneo a una colonia di sensi e di contatti. Tutti per lui, naturalmente. E nell’aria riflessa, eccentrica, la materia espande l’audacia luminosa. Gli occhi si stringono leggermente, l’uomo e la donna si fermano prima di affrontare la scalinata leonina. Lui sente ma non sa. Lei sa anche ciò che immagina, collega fatti remoti e invenzioni amorose dovute al luogo e alla presenza del suo amore. Viene da un’altra litoranea, ha viaggiato per diversi fusi orari, eppure fra i due mari non ci sono così tante miglia. Il mare, si sa, quando deve varcare le terre, smarrisce il proprio cervello, e la sua macchina mentale s’inceppa. Per questo i marinai perdono la vita, o quando va bene, le reti. Qui l’uomo e la donna stanno attenti a non lasciare le ore lucenti, i passi inquadrati, le visioni olfattive, i trofei sensuali, i languidi sapori filtrati dai vicoli. Una nuda e solenne presenza cresce davanti alla loro nuda e favolosa presenza. Uno scontro di grandi entità. Senza prenotazione, ma fatto di perentorio accadimento. Pelli di sostanza differente, ma disposte a saggiarsi senza troppa cautela. Dal porto alla sommità della scalinata pochi metri di dislivello. Ma pensano di aver scalato un’altitudine anomala. Come se onde strane avessero cambiato la prospettiva, e il taglio della luce si fosse fatto verticale.

Genova, Cattedrale di San LorenzoOltrepassano il varco gotico. Attenuano il passo per non disturbare l’arcaico e sempre presente invaghimento del portale. E lasciano la strada che penetra il centro cittadino come una freccia eternamente scoccata. In un lampo il tempo si sovrappone, le epoche si stratificano verso il basso rendendosi visibili, tutte comprese nell’arco di sguardo dei due, ora possiamo così definirli, innamorati. In un lampo le pupille e i muscoli ventrali tremolano, s’ingarbugliano e distendono, come durante l’amplesso. E non c’è difesa di fronte al privilegio. Le mani si cercano, si intrecciano le dita. Diventano impronte medievali ancora vibranti, mentre di fronte gli ori fanno sentire qualche pezzo di dio ancora presente. O quel che c’è stato, in altri tempi, e ancora è lì. Risuonante. Lei sente anche zone di scuro che giungono a macchiare il pavimento, a sfiorare caviglie e polpacci. Non sa ancora capire se siano le ombre ferme a vellicarle il collo, o lo sguardo dolcemente mobile di lui, mai fermo e mai chinato di fronte all’inesauribile architettura. Ma non se ne preoccupa, è tuttavia piacevole da entrambi, quel pizzicore arrossante. E i pilastri e le colonne influenzano il desiderio assistenziale della donna mentre l’uomo converte tutti i suoi umori con l’unica sostanza che può travasare negli occhi. Salino in corredo e irresistibile perfezione, nell’aria interna trasparente, a tratti velata dai fumi d’incenso. Tutte le menzogne decadono, trappole d’ogni dimensione si frantumano dentro i loro cervelli, la qualità non ha più bisogno di abiti o proclami. Ogni norma d’amore ha la sua forma, e questa sollecita le immodeste memorie, le rende cortesemente insistenti, pungola prospettive da cui loro non possono escludersi. Le lastre, i pilastri, i legni, i conflitti delle epoche sospingono verso l’interno, dove si respirano diversi odori e l’agio di voci sommesse, uno sciame leggerissimo di ombre colorate e veloci, giovani e giovinette a labbra socchiuse. Non ci sono dogane qui dentro, sfiorando e avanzando lui e lei diventano via via ospiti matrimoniali del luogo. Lo sanno e se lo dicono. Lo sanno e rendono opera intatta quel che fin lì mancava. L’intonazione, l’abrasione, la capacità del momento, l’assecondante esempio d’amore.

E ora si trovano tra l’altare di San Giovanni e l’Assunta di Previati. Non ci sono capodanni simili a questo, mentre il timbro dei loro palmi aumenta in profondità. I marmi alla loro sinistra si sollevano da un muro liscio, appaiono presi in volo e adesi in unica forma, fra gli applausi del pubblico. E’ una casa dove l’espressione del desiderio insiste, e la schiena si porge nell’estremo atto. Costanti saette di luce scendono dalla volta, sembrano frusciare e avvolgere come rubiconda medicina. Qualcuno se ne accorge. Mentre la massa di anime spinge verso l’alto l’Assunta, quasi in oscurità, con fare taciturno, e velature genovesi. La donna e l’uomo si guardano. E si baciano leggermente. Da qualche parte della loro vita non ci sono che occhi. E quella parte ora è lì. Mentre l’atmosfera si colloca con galanteria, si avvicina una ragazza, si presume americana, e con rapido gesto innalza il pollice in uno smisurato ok. Un velocissimo accento californiano: siete meravigliosi! e fugge trascinata dalla compagna altrettanto sorridente. Le parole schizzano via, da qualche parte della vita, e fanno sussultare la mente, forse perfino le anime dipinte snervate dalla postura. La luce investe ancora, a tratti, e il tempo si fa atletico, rigonfia lo spazio finora conosciuto. In ogni interstizio e piega marmorea trasuda la perseveranza di cui non si può parlare. E’ l’arte nelle frasi, l’arte deposta sulle pareti, che trasforma l’insolito stupore di un gesto la cui età prosegue. La donna e l’uomo hanno preso la loro gerusalemme in un soffio, senza nemmeno chiederla anche se i connotati lì erano riconoscibili. Il viaggiatore ha intravisto l’evento e l’ha deglutito orgoglioso. Cattedrale è un mondo che si vuole continui dopo l’apice del giorno, e al crepuscolo. La discesa al porto, nell’ora seguente, è fastosa quanto l’oro sulla schiena di lei. Forse ci sarà una stirpe. Creature potenti e sottilmente convinte di un ruolo. La conoscenza di due mari fa proseguire le stirpi, l’uomo e la donna si chiedono cosa resti da fare dopo quell’ora. Entrambi sanno quando i vestiti devono scendere ai loro piedi. E ai piedi della città qualcuno smani per imparare il loro linguaggio.

2 pensieri riguardo “Cattedrale”

  1. ho ammirato le architetture di pensiero e arte così ben mescolate tra loro, l’incontro delle acque, con le loro correnti ascensionali, la cattedrale degli angeli nella storia dell’uomo, ancora segreta, ancora da percorrere…
    è un incanto quell’immagine, quest’immagine.

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