Veneri e locuste

Veneri e locuste

Renato Job

Veneri e locuste” è un testo prezioso, uscito (probabilmente nel silenzio) a metà degli anni Ottanta per Corpo 10, con una nota di Elio Pecora in chiusura, e ristampato da Anterem nel 2011. Una scrittura esatta, solitaria e ispirata. Per la sua inclinazione verso la mitologia, per l’inquietudine con cui si guarda il presente, e per la sua precisione, potrebbe avere (o forse già ha) tra i suoi seguaci autori come Valentino Zeichen, Giuseppe Conte, addirittura Pasquale Panella. Renato Job, Veneri e locusteE, tra i più giovani, Federico Zuliani. Il destino dei libri di poesia è lento e imprevedibile, e quasi mai si può decifrare nell’immediato. Questo libro – come in generale la produzione (non solo poetica) di Renato Job – meriterebbe di restare ed essere riconosciuto, essere oggetto di studio. Ne estraggo e trascrivo sette poesie, nell’ordine in cui compaiono, indicando la sezione di provenienza, e secondo un criterio tra i più fragili, ossia il mio gusto personale.
(Raimondo Iemma)

Sette poesie tratte da
Renato Job, Veneri e locuste
Milano, Corpo 10, 1985
(Ris. Verona, Anterem Edizioni, 2011)

da “Fidia Frontone Est

I

La purezza dei loro grandi corpi
un tempo vedevamo nelle sere
d’estate profilarsi sui declivi
ma i volti luminosi reclinando
sulla spalla o sul petto a poco a poco
di nuovo nelle tenebre svanivano.

da “Grèce Hachette

Lutra

Il mare che di nuovo si allontana,
la grigia torma di nubi, il piovoso
commiato dell’estate, le schiumanti,
calde acque solforose alle pendici
dei monti dove Serse, dove Glabrio,
dove furono Erodoto e Pausania,
la nostra breve sosta, la stanchezza,
l’ora, le vecchie vasche abbandonate,
la donna turca che aspetta, lei sola,
nel piccolo edificio delle terme,
le panche vuote lungo i muri, il bar,
il caffè che beviamo tra gli anziani
seduti sotto gli alberi, non c’è
intorno a noi qualcosa che non sia
assediato dal tempo.

da “Veneri e locuste

Paestanus Sinus

Già si parlava di sbarco, dicevano
ci fosse un sommergibile.
Udivo a volte un piccolo aeroplano,
passare al largo perlustrando il golfo;
unici abitatori io e il pilota
di quegli spazi contesi, la luce
fendevamo inquadrati nel mirino
di un pesce o di un gabbiano,
forse di un periscopio. Anche la spiaggia
macchina per volare,
seguendo l’orizzonte si inarcava
sulle spalle di Atlante e dolcemente
planava verso i templi e la basilica
che alla piana del Sele come vuote
occhiaie la malaria abbandonò.
Intorno a me la sabbia vorticava
nei pomeriggi ventosi, ed oziosa
conchiglia levigata scivolavo
nell’acqua torbida; in quel ventre sazio
di Nereidi e di squali,
si temprava il mio cuore a un’altra guerra,
solitaria, di tutte la peggiore.

Salvataggio

Stare di qua o di là, essere viva
o morta, a quanto pare era per te
un dettaglio da niente; come può
altrimenti una brava nuotatrice
sotto gli occhi di tutti andare a picco
in un innocuo metro d’acqua, e lì,
tirata su per i capelli, ormai
cadavere, risorgere, e sorridere,
ma come se la avessero sopresa
dormire sotto un albero? Per me
fu invece un grande spavento, e fu duplice
perché come in un lampo mi era apparsa
la tua vera natura.

Donne di celluloide

Donne di celluloide – nelle tasche
una o due sigarette stropicciate –
amai spavaldo sfidando rivali
annidati negli angoli di strade
vuote che si perdevano nel nulla
di una marina spumosa o nel gesto
protervo di una rossa ciminiera.
Leoni centenari accovacciati
sui gradini guardavano indolenti.

Sul pontile

Ora paffute roselline in boccio,
come il loro giocattolo rotonde,
poi magre adolescenti, cresceranno
sempre condotte per mano da un lupo
dice la triste fiaba di Perrault.
Diverrà neve quest’acqua, un germoglio
fu questo legno grigio del pontile.
Mentre la luce e l’ombra in superficie
giocano, come voi che a mani tese
rincorrete la palla, un’innocente
partita, con immoti occhi di roccia
tendono vili agguati sul fondale
di sabbia fine i granchi, e io li guardo
come si guarda un ricordo.

La piscina di Rossana

Scende la notte. Con i cari amici
ceniamo. Nel giardino, tra gli ulivi,
ci allieta la piscina illuminata;
sotto il cielo stellato, del celeste
lago, del giorno sereno ha il colore.
Le gocce d’acqua sospese alle ciglia,
le grida di paura, le manine
che mi tengono stretto, gli occhi accesi
da contrarie emozioni, la tua prima,
disperata esperienza balneare
nella bella piscina di Rossana,
potrò dimenticare? Come l’acqua
in cui ridestano il giorno le lampade,
sarai nel buio che avanza.

__________________________
Nota biobibliografica

Renato Job è nato a Trento nel 1926. Ha vissuto i primi anni in Germania, poi rientrato in Italia ha errato di città in città rinnovando allo scoppio della guerra questo inquieto itinerario. Si stabilisce infine a Milano dove lavora in una casa di produzione cinematografica, e le esperienze di regia e di montaggio si riveleranno un polo di riferimento linguistico che diventerà fondamentale e da quel momento si affiancherà e si intreccerà più volte con la vocazione poetica. elementi riconducibili alla connessione e al dialogo delle immagini sono presenti nel Doctor Coppelius (Anterem, 2007), riappaiono nel Faust, ma troveranno espressione compiuta nei film Prima linea e Paris vision, in cui confluiranno molte Muse riunite in un indisciplinato Parnaso. Alla stessa fonte attingeranno in seguito le sperimentazioni di “collages” fotografici e di fotomontaggi digitali. La produzione poetica è in gran parte riunita nel volume Veneri e locuste pubblicato a Milano nel 1985 e ristampato a Verona (Anterem) nel 2011; quella narrativa è costituita da Intermezzo (Cierre Grafica, 2008), che segue a un anno di distanza il Doctor Coppelius. Attualmente vive in provincia di Brescia dove ha trovato consono rifugio in un edificio costituito dalla fantasiosa stratificazione di sette secoli, l’ultimo dei quali è presente solo quando il proprietario è in casa.
__________________________

***

7 pensieri riguardo “Veneri e locuste”

  1. Anni fa ebbi una barca a vela tutta di legno, un Vaurien, in società con Renato Job,
    poeta elegante come Mozart e profondo come Rembrandt.

    Io, entusiasta, volevo planare sul lago d’Iseo e osare azzardate boline.

    Però mi sarebbe servito un prodiere. A prora ci stava lo zio Job.

    A prora lui aveva sistemato una piccola biblioteca di bordo e, anziché seguire le indicazioni del timoniere e cazzare a dovere il fiocco,
    se ne stava sereno seduto in precario equilibrio sul bordo a leggere.

    Forse, oltre che leggere, Renato pensava anche questi preziosi gioielli che si leggono e rileggono ogni volta con rinnovata e profonda gioia

  2. Questa poesia fra mito e visione,vita e memoria e’ un rarissimo esempio di assoluta bellezza.Ripercorrendo il canonico viaggio in Grecia, dall’Acropoli all’Olimpo, essa rinnova e reinventa favole antiche ed echi remoti e vicini in modo straordinariamente vitale e fervido. E’ il segno che la verità della parola dura vicina e intatta. Giorgio Barberi Squarotti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.