Stati d’amnesia

Lella De Marchi Stati d'amnesia copertinapiatta

Lella De Marchi

[…] sono sempre la bambina che non mi hanno
detto (la terza madre
di me stessa), sopra quei panni stesi
su di un filo, ad asciugare, ho costruito il mio altare
di parole […]

***

[…] La struttura interna è composta da tanti piccoli elementi, ognuno dei quali è subordinato non dico a tutti gli altri ma ad almeno uno degli altri. Vengono così a formarsi varie catene di significanti, spesso caratterizzate dalle posizioni delle parole cui spetta il compito di dettare il ritmo o quantomeno di caratterizzarne gli accenti tonali e la ripetizione dei gruppi timbrici. Sarà forse per questo che, vista dal di fuori, la struttura sembra semovibile o fluttuante, come per assecondare un ondeggiamento, quasi come se volesse schivare il colpo di ritorno da parte dell’ospite e conclamare ulteriormente il carattere «sfuggente» del dettato.

In definitiva – senza mai finire (o finirsi) del tutto –  l’assertività dell’io è destinata a confondersi o a sparire nelle pieghe del testo, nelle grinze, nelle sfaccettature, nei risvolti di una enunciazione spesso divaricata ma comunque differita in marche sfuggenti, o quantomeno rivolta ad un processo,  pressoché continuo, di rivalutazione e ridefinizione.

Forse i risultati migliori vengono raggiunti quando l’amnesia espressa nel titolo consente all’autrice di obliare il “tu”, ovvero il referente espressamente dichiarato e a cui rivolgersi direttamente, cioè quando essa opera  in un regime, per così dire, di asfissia, quando il dettato si fa serrato e non lascia quasi spazio al respiro, quando gli informatori oggettuali gareggiano con gli osservatori, ovvero con la moltiplicazione e la dispersione del soggetto. Penso a poesie come la terra, sedimento, i nostri nomi, dove siamo e a buona parte della sezione “stato animale” (che meriterebbe un’analisi a parte), dove la volontà di differimento diviene palese e apre la porta ad una serie infinita di supplementi o, se preferite, di protesi concettuali.

Se la lingua di Lella De Marchi, una lingua sempre affabile e affabulante, potesse essere dotata di sguardo, ebbene: quegli occhi che veicolano lo sguardo ci guarderebbero e ci inviterebbero con suadenza e, per certi versi, con un’aspirazione alla persuasione. È questo il primo specimine cha salta subito agli occhi.

Ci sono cose tattili e altre intoccabili, ma sarebbe più consono conferire alle seconde un carattere di leggerezza e di impalpabilità. Generalmente si tende a dividere le une dalle altre, come se non potesse esistere un terreno (un supporto) ove sia possibile l’incontro.

La poetica di Lella De Marchi, fin dai tempi de La spugna (la sua prima opera in versi, edita da Raffaelli nel 2011), è protesa (es-tesa) verso una ricerca di questo tipo, ovvero verso la creazione di un luogo neutro ove tentare la riconciliazione dei contrari. E la ricerca avviene per tipi, tipologie e tipicizzazioni. Ma, attenzione, conferire alle cose una caratterizzazione non significa univocizzarle, né tanto meno rinunciare a una certa modalità che qui definiremo «neutralizzazione». Ne è occorrenza esemplare la metafora «rovesciata» (oserei dire «pervertita», nell’accezione che Barthes dava a questo termine riferendosi a Bataille, che è un autore non tanto lontano dalla nostra autrice, almeno nelle intenzioni, nella propensione al dispendio e nella spiazzante consapevolezza di una improduttività di fondo: “costa fatica ogni giorno / ripartire da ogni punto / che non può tornare”) della “matrioska” che da possibile contenitore di umori e passioni, dei diversi aspetti della personalità, viene neutralizzata trasformandosi in un semplice “spazio / del vuoto”.

Sarebbe opportuno riportare almeno un’altra delle numerose occorrenze che certificano questa modalità: “vivo un eterno presente, privato / del presente, poiché temo / di non essere presente / a chi è presente”.

Ritornando, solo per un attimo, al neutro, senza scomodare Blanchot, senza calarci nelle fitte maglie dell’impersonale e del differimento, va comunque detto che, sulla scorta (e sullo scarto) della spugna già citata, il neutro è anche ciò che mette  al lavoro simultaneamente il doppio movimento di assorbire e rilasciare. La tipicizzazione più frequente risiede nel fatto che, qui, si tende ad assorbire lo «stato» in cui temporaneamente si agisce (ci si fa agire), rilasciando però gli umori degli altri «stati» già attraversati. Ma questo non basta, non può bastare. Difatti non è infrequente assistere a un lavoro per proiezioni, come se la spinta primaria dovesse caratterizzarsi nell’anticipare (o ripercorrere: “non avere paura / di non tornare / non avere paura / di ritornare”) oggetti, gesti e situazioni propri di un altro stato.

L’opera è suddivisa in cinque sezioni: stato di fuga, stato di materia, stato animale, stato di confine e stato di continua amnesia. Che i vari stati siano diverse componenti (univoche ma intrallacciate) di una sola personalità è cosa lampante e, per certi versi, ovvia. Ma il problema, se ce n’è, non è la personalità cosiddetta multipla, bensì la tendenza (e, forse, la voglia innata e ben radicata) di personificare gli oggetti (“i nostri oggetti presi / da un’interna frenesia possono / volare via // costa fatica rifare / l’inventario ricordare / quello che non c’è”) che caratterizzano i vari stati.

Del resto gli «stati» sono, a tutti gli effetti, luoghi in cui verrebbe spontaneo radicarsi. Ma Lella De Marchi non sembra voler cercare un perno a cui ancorarsi, semmai cerca di transitare in quei luoghi per transitarsi (non a caso l’opera esordisce così: “itinerare, senza fissa / dimora senza un dato / itinerario, transitare / da uno stato / ad un altro felice / di transitare / nel tuo […]), entra in contatto con gli elementi che li costituiscono quasi per mettere alla prova le sue capacità simbiotiche, ma comunque certifica, in maniera quasi inoppugnabile, l’urgenza di un necessario e pressoché continuo «cambiamento». Una tendenza metamorfica quindi, ma condizionata dalla predisposizione di rendere, per così dire, femminili quei luoghi. Basterebbe citare un passaggio qualsiasi de la terza madre per rendersi conto che nessun autore al maschile avrebbe potuto scrivere un testo così strutturato: “sono sempre la bambina che non mi hanno / detto (la terza madre / di me stessa), sopra quei panni stesi / su di un filo, ad asciugare, ho costruito il mio altare / di parole” […]

(dalla postfazione di Enzo Campi)

*

Testi

dove siamo

sopra campi ben arati, quasi di noi
ci sorprenda il disperdere le tracce dentro
linee ipotetiche dell’aria, diagonali
trasversali, sottoposti al vento
alle stagioni, quasi di noi ci conduca
chi non c’è, inseguiti
dai non sensi appoggiati sui segmenti,
sopra banchi poco usati come alunni
ripetenti, insidiati dagli spazi nelle ombre
di nascosto ricreati luci
strane, come neon da soffitti
penzolanti, artifici sonnolenti amanti
un poco stanchi, di silenzi trafficanti

dove siamo

*

matrioska

la nostra terra è una matrioska dentro
se stessa, contiene altre terre, tutte le terre
che sono emerse, tutte le terre
che non sono emerse

io sono l’ultima,
inespugnabile terra, la parte
più piccola il punto, di arrivo e di partenza, il punto
in arrivo o in partenza

maiuscolo a capo, spazio
del vuoto

*

il lombrico

lo stesso movimento, destra
sinistra indietro avanti
viceversa, un ritmo sempre
uguale, allungarsi poi contrarsi
in spasmi sincopati ma senza
variazioni rilevanti,
il lombrico aspetta il gesto
sconosciuto il colpo
che lo spezzi in due metà

identiche
simmetriche
sincroniche

il lombrico ha la purezza
incontaminata
del narciso

*

la terza madre

sono sempre la bambina che non mi hanno
detto, un’ipotesi alla nascita, data come vera,
mai verificata (la luce del giorno
non ci prende per intero)

ho sempre quattro anni o forse sei, il tempo
scorre assai velocemente incorniciando vuoti,
spesso dentro la memoria

la maestra ha steso le lettere intorno
all’aula, come si stendono su di un filo
i panni, ad asciugare (la  maestra è come
una seconda madre)

– non sai mai quale
delle due ti ha insegnato
l’alfabeto, cammini con i piedi
piantati sulle doppie
lingue delle madri –

– la lingua del padre è cosa
da temere, non la puoi
seguire, non ti deve
appartenere –

sono sempre la bambina che non mi hanno
detto (la terza madre
di me stessa), sopra quei panni stesi
su di un filo, ad asciugare, ho costruito il mio altare
di parole

– per, non vista, uscire
da quell’aula, per cercare
la bambina mai vissuta –

sono sempre la bambina che mi hanno
detto, puoi vedermi o non vedermi, la luce
del giorno non ci prende per intero

Lella De Marchi
Stati d’amesia
LietoColle

***

2 pensieri riguardo “Stati d’amnesia”

  1. Sento “La terza madre” come una calza dove infilarmi e spiare attraverso, rimango zitta nell’intimo mentre la leggo d’un fiato e nessuno mi vede.

    Complimenti e un sorriso
    Tiziana

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