Viaggi, sogni e traslochi

Paolo Beneforti, Fuoco, 2013

Luigi Sasso

Viaggi, sogni e traslochi

 

La vita, strano, dovremmo tenerla in pugno come il filo d’un aquilone, e invece sono altri che ce la vengono a restituire – non so? come l’ombrello dimenticato al caffè.

A. Savinio

 

1.
In principio era il mito. Il luogo in cui la parola sembra assorbita dall’abbagliante potenza dell’immagine e appare nel contempo capace di creare mondi, di far nascere corpi come dalle pietre di Deucalione e Pirra. Il luogo da cui scaturiscono, con movimento inesauribile, simboli, metafore, significati, il testo che esige un tentativo di interpretazione ma che a ogni definizione si sottrae, l’orizzonte verso cui rivolgere lo sguardo, sapendo che mai potremo raggiungerlo, il serbatoio di storie nel quale, da qualche parte, si nasconde il nostro destino. La letteratura è la galassia di parole che dal mito trae, in fondo, origine, che quello incessantemente riscrive, lacera e ricompone, cancella e torna di nuovo a incidere.
Anche questo libro procede dal mito, da una storia esemplare che non poteva, nei secoli, non tradursi in allegoria. L’occhio, strumento della visione, specchio dell’anima e del mondo, ne è il protagonista, racconta la sua vicenda, il suo affannarsi e chiudersi nel sonno, il suo ridestarsi, in altre forme, immortale. Che cosa abbia rappresentato tutto questo per scrittori e artisti, per retori e filosofi, per gli uomini infine, è la prima risposta che, in veste di ipotesi, si tenta di dare qui.

 

2.
Definito un tema, si trattava di individuare i percorsi più opportuni per attraversarlo, l’angolo inconsueto di osservazione. Si trattava di verificare se da quella prima indicazione altre ne potevano scaturire, altri temi potevano proporsi. Era possibile insomma che quell’evento mitico fosse la storia stessa dell’arte, della letteratura, e delle forme, dei rapporti che arte e letteratura hanno costruito nei secoli? Era possibile una storia della scrittura attraverso le sue metafore? Procedere in questo modo poteva fornire dei vantaggi e insieme dei rischi: per esempio quello di collocarsi sempre ai margini, se non al di fuori, di discipline e ambiti di studio convenzionali e codificati, di specifici limiti cronologici, di confini culturali, geografici. Ovviamente non era possibile occuparsi di tutte le allegoriche rappresentazioni della scrittura. Ma qui il mito suggeriva la strada: gli animali come metafora della condizione e dell’attività dello scrittore. Gli animali: cioè l’esito, quasi obbligato, di una metamorfosi.

 

3.
Il sogno è il luogo delle trasformazioni. La domanda: quale rapporto intercorre tra il sogno e la letteratura costituisce uno di quegli interrogativi a cui ogni epoca ha tentato di dare una risposta. Ed è un nodo cruciale, decisivo. Non è un caso, infatti, che le allegorie della scrittura si siano manifestate spesso proprio attraverso il sogno, dentro uno spazio comunque onirico.
Il Trattatelo boccaccesco ne è la riprova. E non è certo un caso che il Novecento si definisca non solo, ma certo anche per una diversa e nuova interpretazione del sogno, grazie alla quale è cambiato anche il nostro rapporto con la tradizione, con il mito, è mutata la nostra idea di letteratura. Cosa sia quindi la scrittura, se rivelazione di un dio, dell’immaginazione, di una pulsione inconscia, o al contrario supremo superamento di queste istanze, è possibile dire soltanto chiedendosi in che modo alcuni autori abbiano messo a confronto il testo e l’inafferrabile realtà del sogno, la pagina e l’oscura profondità di un’apparizione.

 

4.
Ogni scrittore muove da quanto altri hanno scritto prima di lui. Ogni scrittore riscrive la tradizione che lo ha preceduto, elabora la propria genealogia culturale. Interpreta i suoi autori preferiti. Reinventa i suoi predecessori. Ogni scrittore ne sogna un altro.

 

5.
La critica letteraria è uno dei prodotti del Romanticismo. Negli ultimi due secoli il giudizio e la riflessione su un’opera si sono accompagnati alla nascita di una vera e propria teoria della letteratura, all’ampliarsi e moltiplicarsi degli strumenti di indagine e delle vie d’approccio al testo letterario. Linguistica, psicanalisi, sociologia, semiotica, antropologia, per abbozzare un elenco, hanno offerto nuove prospettive di lettura, hanno aperto nuove frontiere nella comprensione dell’opera degli scrittori. Questa straordinaria, inarrestabile produzione critica, questa ipertrofica riflessione ha avuto alcune conseguenze, tra le quali quella di modificare l’oggetto della propria indagine. Così come, nell’ambito della psicologia, il notevole impulso della riflessione sui meccanismi della coscienza ha portato a spegnere la naturalezza, l’ingenuità, l’immediatezza del gesto a vantaggio di una sempre più lucida, persino nevrotica autoanalisi, di un’implacabile introspezione; così come la scollatura tra essere e pensiero che da Cartesio in poi, perlomeno, ci accompagna ha limato il nostro spontaneo e irriflessivo esistere ampliando, enfatizzando il ruolo della meditazione, non di rado malinconica, sul nostro sempre più esiguo ed esitante agire; così come, dunque, per dirla con parole pirandelliane, siamo indotti a guardarci vivere, anziché più naturalmente e semplicemente vivere; allo stesso modo scrivere, oggi, significa, soprattutto, guardarsi scrivere, riflettere sulle ragioni e le trame della scrittura, sui palpiti e le forme della parola, sull’origine e il destino della pagina. Per questa ragione i mezzi formali ed espressivi si trasformano, più che mai, in elementi del contenuto.
Si è assistito così a una sempre maggiore consapevolezza teorica da parte degli autori, che li induce a formulare la propria poetica, a redigere manifesti, a discutere i nodi filosofici del proprio lavoro, a selezionare, vagliare i propri strumenti. Occhi si aprono sui testi. Nel contempo questo grado di coscienza del proprio operare si trasferisce all’interno del testo, la cui scrittura appare commista a quella del saggio (Musil), sempre più virgolettata e di secondo grado, allusiva, portata alla citazione e alla riscrittura (Borges). E’ una tendenza già insita in origine nel romanzo, la cui struttura si rivela da subito disponibile a inglobare materiali eterogenei e disparati, riflessioni filosofiche e dispute ideologiche, commenti e divagazioni dell’autore. L’esito, inevitabile, è che ogni parola debba indicare la propria provenienza, alluda ai luoghi della propria origine, alle sue tentacolari radici. Non c’è opera, e il discorso coinvolge anche la poesia, che non metta in discussione se stessa, in cui l’autore non indaghi sulle ragioni profonde della sua scelta di scrivere, in cui non si guardi nello specchio del foglio, in cui, disperatamente, non si interroghi.
La letteratura propone – forse sempre, ma oggi in modo più accentuato – una reinterpretazione del mito (l’Ulisse di Joyce, per esempio), una lettura incessante di altri testi, una formulazione di ipotesi, più che la naturalistica rappresentazione di eventi, la mimetica descrizione di luoghi e persone, per non parlare dell’epica esibizione di imprese nuove e leggendarie.
Oggi narrativa e saggistica tendono a contaminare, a ripensare i propri strumenti espressivi: a volte collimano, sembrano quasi coincidere. Così un’opera narrativa si traduce nell’interpretazione critica di un’altra opera, di un altro autore; analogamente il testo critico deve costantemente ripensare i propri strumenti d’indagine, mettere in discussione il proprio linguaggio, individuare nuovi modi di avvicinare i testi, costruire in ultimo un mondo, un universo possibile e dotato di senso, una realtà simbolica. Il testo critico si costruisce non molto diversamente da quello narrativo e poetico. Si racconta la propria avventura tra i libri, il proprio viaggio tra le parole, il dialogo tra pagine diverse e sconosciute, ignare di poter essere poste a confronto, chiamate a pronunciarsi, persino, talvolta, a discolparsi. C’è un esito solo a cui tende la scrittura. Scrivere è imbarcarsi per questa navigazione scombiccherata e pericolosa: assurda, disperata, irripetibile, affascinante, inutile, come a volte è la vita.

 

6.
Forse l’ambizione più grande della letteratura è dare un senso a ciò che esiste. Questo compito contraddistingue, con modalità specifiche, anche la biografia. Ma che cosa fa parte del racconto di un’esistenza, quali elementi vanno salvati, quali esclusi? Che posto occupa il sogno, evento marginale e fittizio? Il caso del Trattatelo è emblematico. Sopravvivenza, censura, spostamento: a queste pratiche viene sottoposto il sogno nella formazione della moderna biografia. Scrivere la vita non è più l’individuazione di un significato simbolico, di un destino mitico ed esemplare, ma la ricostruzione, documentata e fedele, degli eventi di pubblico, oggettivo rilievo dell’esistenza dello scrittore. A partire dal Rinascimento la biografia appartiene al rigore razionale e filologico ed espunge le scorie, i residui del sogno, gli elementi rivelatori di una finzione.
Il mondo infantile, privato, notturno, ludico, potrà essere riabilitato dal Romanticismo a patto, tuttavia, che muti di segno: non più messaggio del cielo, impronta astrale e divina, ma irriducibile sottosuolo dell’individualità dell’artista, segnale della sua inconfondibile identità.

 

7.
Quale fine attende, in epoca romantica e moderna, il patrimonio mitico? Subisce le scosse di una rivoluzione che cancella molti legami con l’antica cultura, modifica il significato delle figure, ribalta valori, frantuma il racconto, degrada e sublima, miniaturizza e dilata, illumina, riflette, smorza, promuove luoghi, volti, paesaggi, animali a nuovi risvolti simbolici. Su questo sfondo di inseriscono nuove metafore della scrittura, immagini che alludono a una memoria irrevocabile, dicono la nostalgia dell’ideale e dell’azzurro, ci portano nel gelo dell’impotenza, in luoghi di rovine. I nuovi colori retorici sono il bianco e il nero: l’intermittenza della luce e della scrittura.

 

8.
Si ripete, fino a sfiorare il luogo comune, che tradurre un testo equivale a un tradimento. Una maschera si cala sulle parole, un velo imprevisto ci nasconde l’esatta configurazione del mondo che il testo rappresenta. Non c’è abilità o sapienza, filologica scaltrezza o competenza specifica che possa annullare la distanza delle lingue, lasciare intatta e inviolata la delicata architettura della pagina. Eppure questo sfilare e poi ritessere, questo spostamento e questa trasformazione delle parole sono il necessario e forse unico modo in cui possiamo avvicinarci alla scrittura. Leggere, sgretolare il muro, finché nuove forme possano alla fine comparire.

 

9.
Si può anche cercare una distinzione teorica tra metafora, simbolo, allegoria. Qualche minima differenza emerge, come ricorda qualsiasi vocabolario. In realtà questi termini ricevono significato dal diverso contesto culturale in cui si inseriscono; a volte differiscono da autore ad autore. E’ più opportuno, allora, procedere a una storia dell’idea di metafora, allegoria, simbolo, a un’analisi dei loro mutamenti, a un confronto, persino, tra diverse forme di espressione artistica. Come un vocabolo riceve senso dalla catena sintagmatica della frase e dal rapporto, nel tempo attuale o passato, con la langue e con la parole di chi ne fa uso, così, proprio così accade per un’immagine, per un’idea. E’ questa serie di relazione che è importante esplorare, su questi rapporti misurare la distanza che separa epoche e scrittori, la solitudine o il silenzio di cui ognuno, prima o poi, finisce prigioniero.

 

10.
Le strade che conducono a un senso, a uno spento barbaglio di verità, sono quelle minime, e le più distanti. Questo vale anche in un’opera letteraria. Se c’è un metodo critico, se può darsi un’etica del lavoro di interpretazione, se si profila sul terreno un’ombra di poetica, è questo: interrogare il testo nelle sue crepe, nelle sue monadi, procedere come una talpa, percorrere trasversalmente le opere e il tempo, a costo di inseguire i nomi, i numeri, le lettere, i colori, gli specchi, le metafore, i silenzi e i vuoti della pagina, i lapsus, l’iridiscenza di una frase, di un titolo, di una firma, di una citazione. Reliquie insomma, relitti, rifiuti. Questa psicopatologia della scrittura non conduce a un io né a inconscio, ma al sottosuolo della nostra tradizione culturale. Tra questi detriti possiamo ancora muoverci e camminare, in questa palude, infine, riconoscerci. Qui anche il guscio di un insetto rivela la complessità del mondo, contiene il gelo di un labirinto, scruta, come l’occhio di un cieco, gli inquieti universi del possibile.

 

11.
Non sempre il testo critico deve svelare tutte le sue allusioni, chiarire ogni nesso, annodare legami e rapporti tra le sue parti, farsi trasparente, aperto. Altre vie può percorrere. L’interpretazione può servirsi di simboli, può lasciare affiorare il senso in modo indiretto, chiamare il lettore a soffermarsi sul suo linguaggio, su forma e struttura, portarlo in modo imprevisto di fronte a una conclusione, alla porta che rinchiude un’ipotesi, una verità.

 

12.
La modernità sembra distinguersi per una contraddizione. Da una lato è quella che potrebbe definirsi una «coazione al nuovo», la ricerca, a volte ossessiva, di una terra inesplorata, di un luogo sconosciuto, di ciò che, insomma, mai è stato detto prima. Dall’altro essa fa i conti con quella che è stata battezzata «l’angoscia dell’influenza», la condanna a percepire in ogni inclinazione di voce un timbro affine, l’eco di un altro canto, la vibrazione di un contrappunto. La modernità è questa condizione limite, questo paradosso, questa sfida, questo desiderio di viaggiare in mare aperto per ritrovarsi, infine, nei vicoli di un labirinto.

 

13.
Prima dell’invenzione della stampa, giullari, glossatori, poeti e scrittori in genere – che cos’è un autore nel Medioevo? – avevano l’abitudine di comporre testi, o comunque di trascriverli, sul verso del foglio di un manoscritto, che conteneva, magari, altre poesie, trattati, composizioni d’ogni tipo. Ci sono opere che possono essere interpretate, e debitamente commentate, da questo semplice gesto e sulle quali si sono consumati inutilmente secoli di esegesi. Lo sforzo della critica dovrebbe ripartire da lì, e questo gesto dovrebbe rappresentare il compito di ogni lettore, di ogni scrittore, infine. Quello di portare lo sguardo dietro la superficie del foglio, nella zona d’ombra del linguaggio e, in ultima istanza, delle cose. Un’ambigua leggerezza contraddistingue ogni foglio che leggiamo, ogni pagina sulla quale tracciamo i segni della scrittura. Varcare quell’esiguo spessore significa andare nel cuore delle parole, nella profondità dello spazio e del tempo.

 

Tratto da:
Luigi Sasso, Il sogno del pavone
Pavia, Liber 1994, pp. 108-119

 

***

8 pensieri su “Viaggi, sogni e traslochi”

  1. è veramente difficile al giorno d’oggi trovare in un blog commenti di tale acutezza e profondità
    l’autore dell’articolo sarà sicuramente contento di avere dei lettori capaci di tali raffinate chiose analitiche

  2. Anch’io non credo che la discussione sul quadro ci porti lontano. Conosco da molti anni “Il sogno del pavone” di Luigi Sasso, un libro di saggi che, a partire dal “Trattatello in laude di Dante” del Boccaccio, porta il lettore a riflettere sulle questioni fondamentali della critica moderna. Invito qui a rileggere il quarto frammento che termina con una frase per me fondamentale: “Ogni scrittore ne sogna un altro”.

    1. “…una frase per me fondamentale: “Ogni scrittore ne sogna un altro”. Sì. Ma non sarà che proprio per questo uno (eventualmente uno scrittore) scrive? Nel senso: perché è stato sognato da quello che ha già scritto, oppure sarà sognato (rispettivamente: anela di esser sognato) da uno scrittore che verrà? Che poi è anche – anche o prima? – il lettore? Io capisco così…
      Ciao da Sercord

  3. Salve, Amici!
    Grazie del post e complimenti a Luigi Sasso che sa addenzare concetti con acume e grande capacità comunicativa.
    Uno sprone che ti lascia dialogare ad ogni frase restando nella bellezza e ti spinge a fare con parole tue altre sintesi gemmate(parlo de mio caso specifico – ho scritto un po’ di racconti, qualche piccolo saggio, un po’ di poesie dialettali e non -) perchè l’Autore ti spinge in una miniera di riflessioni al vaglio delle sue preziose, originali idee…
    Affettuosi saluti a tutti:-) ,Gaetano dall’Irpinia

  4. portare lo sguardo dietro la superficie del foglio, nella zona d’ombra del linguaggio e, in ultima istanza, delle cose….

    Cos’altro dire del compito di un poeta se non questo? che dovrebbe proprio far parlare la zona d’ombra, dire ciò che c’è e non si vede. Da qui il rapporto con sogno. Il sogno stesso, come scrive Pascoli, è l’ “infinita ombra del vero”.

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