Il seme di un pensiero

Beppe Mariano

Beppe Mariano

Della poesia di Beppe Mariano si è occupato, e molto bene, Davide Nota, con un intervento sul suo blog Fonti Coperte (L’Unità). A quell’articolo rimando per un avvio di analisi critica. Nel 2012, Aragno ha pubblicato l’opera omnia del poeta piemontese, dal titolo “Il seme di un pensiero”: dagli esordi a “Notizie dalla Castiglia”, racconto di prigonia, fino a testi relativamente più recenti, molti dei quali ambientati nei luoghi cari a Mariano, tra tutti quelli di montagna. E anche alcuni inediti. Ecco, di seguito, dieci estratti dal libro. (Raimondo Iemma)

Beppe Mariano
Il seme di un pensiero
(Poesie 1964 – 2011)
Torino, Nino Aragno Editore, 2012

da “Ascolto dell’erba” (1966 – 1970)

Antichi libri

Restano di fortunali onde affatturate.
Il mare altalena navi verso porti di ventura.

La ragazza riaccende la lanterna magica,
riapre antichi libri di avventura:
dalle pagine balzano amati fantasmi.

Un cavaliere biondo, bianco il cavallo,
per le strade di Hannover.
Vi è chi accenna alla sua esagerata fierezza:
ma dimentica che è un dio.

Reclusione per le genti di Nubia.
Il re ha remato in cerimonia fino a Menfi.
A lui ti sei consacrata ancella e regina.

Marinai induriti dal mestiere, ma leali,
pescano per la loro regina prodigi in tutti i mari.
Defunte navi si ricoverano in oscuri porti
per rimorire con i loro morti.

*

da “Notizie dalla Castiglia” (1973)

Diurno IX

Doversi continuamente riequilibrare
tra onda che s’avventa e risacca,
rimpianto e desiderio inappagabile.
Doverne anche sostenere l’urto
senza merito né consolazione:
quando si vorrebbe invece
l’inedia a ricoprirci lieve,
come un sudario trasparente.
Oh, venir diffusi nell’azzurro
incolore d’un cielo senza cielo.

Diurno X

Dopo un silenzio notturno
venato di biascicata disperazione,
al controllo mattutino
le grate percosse sadicamente
s’affondano nel cuore.
La conta è scandita
come bestemmiante
preghiera abituale.

Il carceriere ha stanotte
sognato una chiave tascabile.

Diurno XII

Le mosche vengono ad intrecciare
loro fastidiosi geroglifici,
a copulare sfrontate nella cella,
per riprendere poi stordite il volo.
Anche un gatto ci schernisce
entrando ed uscendo per la grata.
Se torna lo daremo in pasto ai topi
suini delle celle d’isolamento.

*

da “Scenari” (1986 – 1996)

(sezione “Autostorie”)

2

Ero per fare un sorpasso rischioso,
quando tu mi hai dissuaso
una tua mano premendo sulla mia
coscia che stava accelerando.
Un attimo dopo abbiamo incrociato
l’auto contro la quale ci saremmo
schiantati. Fuggevolmente ho guardato
il suo guidatore, che a sua volta
mi ha guardato, insultante,
a tal punto gesticolando
da avvedersi in ritardo che davanti
a lui un autocarro stava frenando…

13

Ci siamo parlati coi fari, alti e bassi,
in modo insistito, non avendo raggiunto
un accordo, ci siamo abbagliati,
presi a parole esagerate.
C’è tanto astio tra guidatori,
come tra parenti d’una stessa famiglia.
Invece di guardare avanti, oltre il parabrezza,
si preferisce osservare nello specchio
retrovisore la vita che è appena passata.
La realtà va filtrata, altrimenti abbaglia,
lo sterzo va alleggerito se a una sosta
al semaforo si vuol riconoscere
un possibile amore, o a un sorpasso casuale
l’ala che ci sfiora dell’angelo protettore.

*

da “Il sorriso e le lune del Monviso” (1996 – 2002)

Come ‘l mat

Scorgo dal treno scomparire la città
progressivamente, e mi par già
di sentire l’aroma del mare
che ti annuncia. Una faccia troppo
allegra debbo mostrare perché
la capiscano gli altri passeggeri.
Mi compatiscono: “a l’è come
ij mat che a grigno pёr gnente”.
Scorgo la campagna arretrare
mentre altra campagna avanza.
Così è il mare – mi dico –
onda dopo onda; così è l’amore,
anno dopo anno, quando l’amore
è come il mare. E nuovamente
sorrido come un impudico matto
d’amore e di mare.
“A grigna pёr gnente”, (1)
ripetono ancora, sempre più
sconcertati dalla mia felicità.

(1) “è come i matti che ridono per un nonnulla

Comincia la parola

Sfiorato da più macchine furenti
mi rifugio nell’ingresso di casa
dove triste indugio, sopraffatto
da un groviglio di motorette,
qualche disfatto mobile,
qualche siringa, giornali sparsi
e altri sfregi condominiali.

L’ascensore è la sola salvezza.

Dal mio terrazzo, finalmente,
lo sguardo si dilata dal torrente
alla campagna, alle lontane città
appena visibili, o soltanto immaginate.
Più in là del Monviso,
e di ogni oltranza,
là dove l’occhio manca
e comincia la parola.

Bettina

Sottrattasi alla vigilanza familiare
a caso deve aver composto un numero
telefonico – il mio – la piccola sconosciuta,
capace di pronunciare stentatamente
il proprio nome: Bet-ti-na.
Mi è parsa gioiosamente stupita
di ricevere la mia voce da quella buffa
scarpa che raccorda orecchio e bocca.
Sullo sfondo, smorzati, percepivo gli acuti
di un agitato dialogo femminile.
La piccola ha conversato per quel che poteva
con me. Ci siamo intesi per l’appuntamento,
padre e figlia in un’altra vita promessi.
All’interrompersi della comunicazione
sono rimasto a lungo in ascolto
in un silenzio rammaricato, cercando
d’immaginare il suo piccolo volto. Invano.
Invano ho telefonato alle mamme della città.

*

da “Monvisana” (1990 – 1995)

Il seme d’un pensiero

Il 7 luglio 1989 un grande blocco
di pietra e ghiaccio, che credevamo
essere perenne, si è staccato dal Monviso…

Rilevo l’incavo lasciato dal cuore,
favo ghiacciato, staccatosi
e rovinato a valle a soffocare un lago

a sconvolgere sedimenti millenari:
là dove s’andava, il cuore pago, per
arditi passi, a vertici di luce, a pensieri.

A smiava ‘d podej
arvesé ‘l mond, che
a basteissa pié per ij cavej
‘l nòstr ancheuj
e tiré fòrt, con na blaga
che adess i compatiss. (1)

Sopra il nevicato venoso della
fronte Monvisana,
d’un passaggio aereo appare il segno

gessoso, presto sfatto,
come cancellato dal vorticare rapinoso
di un’aquila accecata.

Salgono dal ventre montano colorate
frotte di ciclisti in gara.
Scende una nube che li inghiotte.

Sensa lus, possand
sij pedaj, sla montà
grev, ant ёl berlus
ёd n’ariv ch’a riva pà,
dna sima che a-i è pì nen. (2)

Capovoltasi la montagna,
nell’imbuto tutto precipita
tutto s’innalza verso lo zero.

Sul ghiacciaio vacillante
poter ibernare, in attesa dei tempi,
il seme d’un pensiero.

(1)

Sembra di poter / rovesciare il mondo, che / bastasse impugnare / i capelli del nostro oggi / e tirare forte, con una prosopopea / che adesso compatisco.

(2)

Senza luce, pedalando / a fatica nella greve salita, / nel miraggio di un arrivo che non giunge, / d’un traguardo in cima che non c’è più.

__________________________

Nato a Savigliano nel 1938, Beppe Mariano – come ha scritto Giorgio Luzzi – è diventato torinese per cultura e frequentazioni. Una sua prima, parziale antologia poetica è stata pubblicata da Internlinea nel 2007 con il titolo Il passo della salita. Oltre alle numerose poesie, ha scritto racconti e testi teatrali (il principale è Il caso Molineri). Dopo essere stato, negli anni Settanta, cofondatore e redattore della rivista “Pianura”, diretta da Sebastiano Vassalli, nel primo decennio del Duemila ha condiretto la rivista “Il cavallo di Cavalcanti”. Tra i premi vinti, si ricorda il “Cesare Pavese” per la poesia edita, nel 1997.

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4 pensieri riguardo “Il seme di un pensiero”

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