L’autoconservazione

Cloaca maxima

Antonio Scavone

L’autoconservazione

     L’omeostasi è la proprietà che un sistema (fisico, chimico) ha di riprodursi e di mantenersi in equilibrio per evitare – e realisticamente annullare – processi di disgregazione della sua unità e delle sue risorse originali.
     Per traslato, è considerato “omeostatico” qualsiasi sistema o apparato che tende a proteggere e perpetuare le caratteristiche fondanti e gli elementi distintivi del suo patrimonio o repertorio ontologico, che riguarda cioè il suo essere e il suo fare (possono considerarsi omeostatici i sistemi della produzione del senso in ambito letterario o quelli che difendono la remunerazione ma non la produttività in ambito finanziario). Un sistema omeostatico per eccellenza è quello politico: le strutture che lo compongono e che lo definiscono (leggi elettorali, regolamenti e procedure parlamentari, fisionomie dei partiti) nonché i rappresentanti eletti dal popolo, sono – queste risorse – le condizioni necessarie affinché un sistema politico sia credibilmente legittimo e proficuo. Tuttavia, queste condizioni, pur essendo necessarie e in astratto inderogabili, non sono sufficienti: perché un sistema politico sia passabilmente omeostatico occorre che sia, per così dire, auto-immune, che sia implicitamente auto-conservante, che reiteri con moduli diversi e paradigmi difformi la propria capacità di restare quello che è.
     L’autoconservazione, in politica, ha a che fare tanto con il conservatorismo quanto con l’immobilismo, con la volontà di innovare e con quella di rimandare o invalidare. L’autoconservazione non dipende, in senso lato, dai paladini delle riforme o dagli affossatori delle innovazioni: la sua genesi è coessenziale al milieu culturale o antropologico del suo modo di essere quello che è e che si vuole essere. Al di là del gioco di parole, il sistema politico si autoconserva perché è interlacciato con quello economico, con quello affaristico, con quello clientelare. Quando si dice che un sistema politico “è quello che è” non ci si nasconde dietro una comoda e sterile tautologica ma, tautologicamente, si afferma una caratteristica precipua di quel sistema, quella che sovrintende – furtivamente, capziosamente – alla sua riproducibilità e alla sua valenza intrinseca. Un sistema politico si autoconserva con i conservatori propriamente detti (reazionari, fascisti, populisti) e con i radicali (democratici, libertari, attivisti) e persino con i moderati (buonisti, popolari, perdonisti).
     L’omeostasi politica tende a ripetere i comportamenti di coloro che li assumono di fronte all’elettorato e nei confronti degli altri eletti (sodali, concorrenti o avversari) e si prefigge di realizzare gli obiettivi delle singole formazioni politiche attraverso leggi, regolamenti, consuetudini. Ma questa è la teoria, la pratica è un po’ diversa: quei comportamenti e quegli obiettivi si stabiliscono e si raggiungono spesso attraverso sotto-sistemi di potere prossimi ad un’occulta cooptazione, ad un deprecabile compromesso segreto. Tuttavia, l’autoconservazione non avrebbe senso se non si preoccupasse di privilegiare lo status dei partiti, la loro attendibilità programmatica, la condivisibilità ideologica. In altre parole, un sistema politico si conserva perché conserva se stesso: tanto perché si difende per le posizioni raggiunte (di potere, di prestigio), tanto perché si impegna a raggiungerle. Sembrerebbe ovvia e scontata questa conclusione ma l’arte della politica e la storia della società ci dicono – ci hanno sempre detto – che un sistema politico si impantana e comincia a regredire quando fa a meno delle sue ragioni d’essere, quando cioè esita o stenta oppure ostacola il percorso di un oggettivo ammodernamento. Non stiamo dalle parti di una rifondazione o di una rottamazione (tentativi estremi e generici, ma unilaterali, di una nuova vitalità sociale), stiamo e restiamo dalle parti di quelle alchimie connaturate a un sistema che sopravvive solo autoconservandosi con maggiore o minore compiutezza.
     La corruzione, la frode elettorale, le leggi personalistiche, gli incidenti procedurali come le omissioni o le reticenze non sono le insidie o i pericoli dell’autoconservazione di un sistema politico ma, sorprendentemente, ne costituiscono la forza e la capacità di rigenerarsi. Non sembri strano che una minaccia di disgregazione diventi e sia poi una garanzia di continuità: tutto ciò che è fatiscente prima o poi crollerà, è sicuro, ma il punto critico o catartico è in quel lasso di tempo – “prima o poi” – che assicura comunque, pur nell’incertezza, una sostenibile compatibilità con gli altri sistemi, una stabilità en surplace che consente soprattutto con i tempi lunghi di ritardare o ridimensionare il crollo o la decadenza.
     Un sistema politico che voglia conservarsi deve fare i conti col sistema finanziario e industriale, talora col proprio mandato elettorale o, se non altro, con la propria coscienza, ma nella pratica delle cose ne subisce la lusinga e l’influenza e ne viene puntualmente condizionato. Imprigionato com’è in un meccanismo costrittivo o ricattatorio (e lesinando virtù autocritiche), il sistema politico si affida agli strumenti soliti del suo primato di potere: interventi che toccano poco i privilegi dei pochi e inficiano i diritti dei molti. Le alleanze palesi o improprie, gli accordi di basso o alto cabotaggio, le mediazioni o le dichiarazioni incaute di ministri e parlamentari sono l’altra faccia della luna di un convincente “welfare”, di una rigorosa ed egualitaria politica fiscale, di un’economia sorretta da incentivi personalizzati, di un’occupazione favorita più che assistita, ma l’altra faccia della luna, si sa, è quella che non vediamo. E tuttavia l’altra faccia della luna si muove anche se non si manifesta ai nostri occhi: si muove nascosta e in sincronia con la rotazione del nostro pianeta. Al di là della metafora, un sistema che si preoccupa di conservarsi non è un sistema immobile e non è neppure un sistema che fa della fedeltà o della lealtà a se stesso il suo pregio migliore, tutt’altro: è un sistema che regola i suoi pesi e le sue misure (quasi sempre contrastanti) e si regola secondo le opportunità che di volta in volta si presentano per aumentarne la velocità (incidere, cioè, nella gestione oculata dei problemi) o per modificarne la lentezza (risolvere conflitti e controversie scaricando ad altre forze o soggetti la responsabilità).
     Per quanto nebuloso, il paradigma di un sistema omeostatico è in verità molto accurato, sorgivamente accurato nella sua nomenclatura e nella sua governance. Si muove tra opacità e impulsi, tra smanie di protagonismo e protagonisti inventati all’occorrenza. L’autoconservazione ha bisogno, in egual misura, di populismo e qualunquismo, di radicalismo ed estremismo, di guru e venditori ed è un mercato dove l’offerta supera sempre la domanda, anche quando manca il potere d’acquisto e la disponibilità dei beni reali giacché quelli fittizi e virtuali sono sempre in esubero. Che cosa vende, allora, un sistema omeostatico? Illusioni o stabilità? Lacrime e sangue o progresso e sviluppo? La risposta è fin troppo semplice, addirittura ovvia: vende se stesso, vende la circostanza dell’esserci più di quella del fare, vende conflitti e promesse, scissioni e ricatti, capipopolo e azzeccagarbugli, bon ton e turpiloquio.
     In un sistema omeostatico ci sono tutti, sono tutti compresenti e facenti funzione: è una questione di democrazia, si dice, ma democrazia non è avere un coglione o un pregiudicato al parlamento, quella è demagogia, è la sovraesposizione di una casta bovinamente sostenuta e difesa da un popolo opportunista e faccendiere. Sarà una questione ideologica? E allora qual è la posizione o la responsabilità della destra e della sinistra (per non dire del centro moderato e spesso codino) in un sistema politico che si rigenera di continuo sulle proprie manchevolezze o inefficienze?
     Oggi si dice che destra e sinistra non esistono più ma sappiamo che non è vero, nel senso che la storia o l’efficacia di un partito di sinistra sono ben diverse da quelle di un partito di destra. Si è assistito, oltre tutto, ad un travisamento etico e teoretico di un partito di destra che non è mai stato liberale ma sempre e solo liberista e di un partito di sinistra che si è affossato nelle sue diaspore interne senza sembrare di sinistra o senza confrontarsi con i suoi elettori di sinistra. Va da sé che un emendamento o una proposta di legge avanzati dalla destra possono essere condivisibili e approvabili anche dalla sinistra e viceversa: è in gioco il bene comune e sul bene comune non intervengono di solito preclusioni e inibizioni. A ben guardare, però, non è del bene comune comunemente inteso che si parla, ma del bene che si raggiunge o si raggira attraverso diktat, aut-aut o ultimatum che il sistema politico riceve e raccoglie al suo interno e che alla fine fa propri e consolida, talora tacitandoli. Uno scandalo, una tangente, un’appropriazione indebita, un abuso edilizio càpitano a destra e a sinistra: è l’autoconservazione del sistema politico che lo consente e in più occasioni lo favorisce.
     Blandire, corrompere o minacciare il sistema politico (tanto dei partiti quanto delle istituzioni) è un postulato e insieme un corollario della manipolazione e della fragilità di un sistema politico, per cui si pone un dilemma pressoché irrisolvibile sulle potenzialità propositive di quel grande apparato che è la vita politica di uno stato e dei suoi cittadini. È, in altre parole, il potere esercitato arbitrariamente o approssimativamente a scoprire i lati deboli di un sistema politico o è il sistema politico a creare le zone d’ombra del potere per esercitare condizionamenti e godere di indebiti privilegi? La risposta è in fibrillazione, tarda a manifestarsi, secondo il nostro costume mentale e culturale.
     Le ultime, per non dire le recenti vicende del nostro paese, hanno manifestato una parcellizzazione contrastante di iniziative e progetti a breve e lungo termine, una frattura esasperata e disperata tra ciò che la società è nel suo complesso paradigma di necessità e aspettative e ciò che il sistema politico appronta per soddisfare quelle necessità e conferire sostanza a quelle aspettative. Un sistema politico che si preoccupa di conservare positivamente le sue attribuzioni di statuto e le sue finalità di governo è sicuramente un sistema virtuoso perché contempla, tra le sue prerogative, anche quella di correggere disuguaglianze e arbitrii adempiendo ai “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 3 della Costituzione).
     Storicamente, purtroppo, il dettato costituzionale è stato variamente disatteso e minacciato da manomissioni o tentativi di manomissioni unilaterali, correntizie, ad personam. Se il sistema politico attuale si perpetua, nel bene e nel male, sulle proprie inefficienze e fragilità, che bisogno c’è di modificarlo ulteriormente? Se nell’autoconservazione rientrano, ad ogni tornata elettorale o crisi di governo, forze o rappresentanti che tendono a sconvolgere l’ordinamento che li ha eletti e li ha cooptati nel suo nucleo, che bisogno c’è di reindirizzarlo se, con le new entries, è stato già reindirizzato?
     La questione diventa levantina, barocca, salmodiante: stiamo tra il Basso Impero e la decadenza di Roma Imperiale, tra edificanti paradossi e retrivi proclami. La spendibilità di un sistema omeostatico, per quanto confusa e cialtronesca, è la misura esigua della sua ansiogena sopravvivenza, il sigillo della sua perpetua caducità, della sua continua variante in corso d’opera. La nostra omeostasi politica ha vissuto pluri-ventennii di coalizioni, cordate, verifiche, patti, contratti che, pur scalfendone le formazioni in campo, disseminando scorie e rifiuti, hanno nei fatti riproposto la necessità stimata insopprimibile del suo originario modo di essere. La virtù, dunque, non dipende dal sistema in sé e dalle leggi che lo governano (si è detto che il sistema è per sua natura auto-immune): la virtù proviene dai singoli, dai soggetti, dalle persone, dalle organizzazioni, dai partiti che propongono un modo d’essere diverso o alternativo, consapevole e responsabile. Ci sono cittadini che si sono turati e si turano il naso quando hanno espresso il loro voto e cittadini che hanno espresso con il voto la propria esigenza di rappresentatività: i primi sono stati accontentati (di solito vengono sempre accontentati) per veder salvaguardato un loro interesse particolare (un condono, una pensione di invalidità, un trasferimento, una promozione, una segnalazione), i secondi stentano ad essere accontentati o ascoltati e devono rifarsi alle loro personali competenze (economiche, esistenziali) per reggere o, nei casi più infausti, per resistere.
     Sembra un quadro melodrammatico e difatti c’è tutto: l’opera buffa, il tragicomico, il surreale, il favolistico, l’osceno. Ci si copre e ci si difende l’un l’altro e non per una solidarietà amicale ma per una convenienza che, a fasi alterne, può essere mercantile o cosnortile, di primato elitario o snobistico, provvida o nefasta, fortuita o epocale.  Infine, ci siamo tutti in un sistema omeostatico, lo accettiamo e lo rifiutiamo, ne cogliamo quand’è possibile il tornaconto e ne deprechiamo lo sperpero quando il tornaconto tocca ad altri: ci siamo dentro e ne cantiamo il declino perché oggettivamente ci uniformiamo agli altri, ai nostri omologhi e quelli che ne stanno fuori, è chiaro, non hanno voce in capitolo e difficilmente l’avranno.

***

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2 pensieri su “L’autoconservazione”

  1. ok, va benissimo, l’analisi è profonda e in verità seria e condivisibile, ma oramai conosciamo a menadito questo sistema, ormai atto soltanto a perpetuarsi e a perpetuare le rendite parassitarie che elargisce a discapito della collettività, ben altra analisi meriterebbe il come venirne fuori…

  2. Siamo uno dei Paesi più corrotti del mondo , a cui va aggiunta una consolidata ventennale mutazione antropologica che ha visto sostituiti i valori con il consumo , l’essere con l’apparire . Il mix di questi due dati di fatto ci consegna una società allo sbando , ormai fisiologicamente incapace di rapportarsi a qualsiasi prospettiva di convivenza civile equa solidale ecc.
    A vent’anni di degrado credo si dovrebbe opporre uno sforzo straordinario nella cura dei giovani e giovanissimi da parte della famiglia e delle istituzioni ; istituzioni a cui occorrerebbe una volontà politica antitetica a quella che ben conosciamo …
    Una nuova classe politica decente non può che nascere da una rifondazione – radicale – dello Stato dei diritti e dei doveri che passa attraverso la scuola e la cultura . La barbarie primitiva e asociale inizia dall’età della ragione , è lì che si forma il cittadino di domani se il suo egoismo non trova contraccettivi adeguati .

    .- Con un grazie ad Antonio Scavone
    leopoldo attolico –

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