Bukowski, o del nichilismo americano

Ham on rye

Gianmarco Pinciroli

Bukowski, o del nichilismo americano
Per una lettura di Ham on Rye di Charles Bukowski

«Un giorno – dissi a Jan – quando scopriranno che il mondo ha quattro dimensioni invece delle solite tre, si potrà andare a fare una passeggiata e sparire. Niente funerali, niente lacrime, niente illusioni, niente inferno e paradiso. La gente dirà, “Che cosa ne è stato di George?” E qualcuno risponderà, “Be’, non so. Ha detto che andava a prendere un pacchetto di sigarette”».
Charles Bukowski

Una salvifica dannazione

Charles Bukowski ha passato l’intera sua vita di scrivente a scrivere della sua possibilità di scrittura, del fatto cioè che in lui giaceva ora sepolta ora manifesta una sorta di salvifica dannazione, che lo portava nell’oggi di ogni suo giorno di vita a domandarsi non tanto il senso del suo Esserci, o non così direttamente, quanto il senso del suo bisogno di testimoniarlo(1).
Il personaggio alter-ego(2) (Henry “Hank” Chinaski) del romanzo di Bukowski oggetto privilegiato di questa nota, e di molte altre pagine sparse nella sua immensa opera in prosa e in versi, ha comprato e quindi – così ci racconta – impegnato al Banco dei Pegni un numero incalcolabile di macchine da scrivere tra gli anni cinquanta e gli anni settanta, poi non ha avuto più bisogno di impegnare i ferri del mestiere, poiché ha cominciato ad avere successo, è passato alla macchina elettrica, infine al computer e negli anni ottanta è dunque ‘diventato’ uno ‘scrittore’, riconosciuto come tale, invitato a letture di poesia, tradotto in tutto il mondo, intervistato, e in qualche caso persino trattato come una sorta di maître à penser, che poteva fare su qualsiasi argomento qualsiasi affermazione, anche insensata, poteva ubriacarsi durante una trasmissione televisiva e andarsene seduta stante, poteva permettersi di recitare, o forse vivere, il lusso di un disagio della civiltà che diventa, a certe condizioni molto privilegiate, spettacolo come qualsiasi altro fenomeno apparentemente conturbante. Probabilmente, il caso Bukowski è l’archetipo del nichilista americano contemporaneo(3).

Ne ha tutte le caratteristiche. Se assumiamo come provvisorio elemento definitorio di nichilismo il disvalore di tutto ciò che la maggioranza assume come valore(4), allora il non-lavoro, la pura sopravvivenza, il principio di piacere opposto a qualsivoglia principio di realtà, l’assunzione di fumo e alcool oltre i limiti della sopportazione fisica fino al suicidio che tale sovradosaggio accusa e rivela, la marginalità sociale totale, la piena assenza di progettualità lavorativa ed affettiva, il gioco dei cavalli come fonte di sostentamento in occasionale alternativa alle occupazioni precarie più umilianti che il mercato del lavoro possa offrire, e ancora tutto quanto l’immaginazione di chi legge può accumulare accanto e dentro una tale scelta esistenziale, ebbene, tutto questo Bukowski lo è stato, lo ha vissuto, lo ha scelto, ne è stato scelto, lo ha difeso e lo ha persino legittimato e giustificato, e non se n’è mai nemmeno pentito, portando come collante di una tal scelta di vita il suo disprezzo per la natura umana nel suo complesso(5), per tutti i suoi simili dunque, per se stesso anche e soprattutto, insomma avanzando come bandiera e come ideologia la sua radicale, convinta misantropia e misoginia. Ma con un tratto in più rispetto a tutti i milioni di disperati che condividono con lui un tale tipo di vita per interi decenni nelle più diverse città d’America, soprattutto comunque nel macrocosmo multietnico di Los Angeles, un tratto in più che ne fa nientemeno che il testimone di una condizione di vita non soltanto storicamente determinata, ma probabilmente rinvenibile in luoghi e tempi anche molto diversi dall’America degli anni del secondo conflitto mondiale e del secondo dopoguerra. Infatti, e contro tutte le aspettative rispetto a una scelta esistenziale di questo genere, Charles Bukowski scrive.

L’’autenticità’ americana: la filosofia del non

La sua biografia ci informa del fatto che, prima di tutto, il giovane Bukowski legge, legge di tutto e legge di nascosto, e leggendo al lume della lampada tascabile di nascosto dai suoi genitori scopre un mondo che lo danna per sempre. Poiché il fatto di farsi raccontare delle storie è fin da subito sostitutivo nei confronti di una vita che non vive, che non può vivere: la sua eccezionale bruttezza fisica, il non meno eccezionale sfogo d’acne sul volto e su tutto il corpo durato per anni, proprio quelli in cui s’impiantano le strutture relazionali che poi varranno per tutto il resto della vita, la particolare natura patologica del nucleo familiare (tedeschi immigrati di seconda generazione) in un’America sempre molto diffidente nella sua accoglienza verso chi non è WASP, tutto questo naturalmente spiega l’estrema difficoltà nel modo di percepire il mondo incontrata da questo ragazzo, poi da questo giovane, e infine da questo uomo diventato adulto in queste condizioni. Charles Bukowski, però, non diventa un malato di mente, o un serial killer, o altro tipo di disagiato sociale da rinchiudere affinché non turbi i corpi e le menti di coloro che si considerano ‘normali’. Bukowski diventa uno scrittore. Uno scrittore americano, ossia un tipo ‘particolare’ di scrittore.
In Europa, affermerà più tardi, se n’è perso un po’ lo stampino, dopo Céline, di questo tipo di scrittori. Questo spiega il suo odio caldo caldo per tutti gli intellettuali, i giornalisti, i professori d’università, gli scrittori laureati. Scrivere, per Bukowski, significa denunciare il proprio perfetto sradicamento sociale, lo scrittore è inadatto alla vita comune, non di meno non intende rifugiarsi in una torre d’avorio, Bukowski non è Mallarmé, Bukowski ama davvero le puttane, i giocatori incalliti e gli alcoolizzati come lui, e non so se si può azzardare un paragone tra la Méry Laurent di Mallarmé, l’assenzio di Verlaine e Charles Bukowski. Forse è più vicino a Bukowski un tipo come Baudelaire, che quanto a stravizi e puttane non scherzava affatto. Però erano altri tempi, Baudelaire amava Wagner, i pittori, Poe (altro nichilista americano assai più vicino al Nostro di quanto si creda), e Bukowski?
Bukowski consuma, dal canto suo, immense quantità di musica classica alla radio (Mahler, Bruckner, Brahms i suoi compositori preferiti), legge Norman Mailer, Hemingway, e conosce tutti gli europei che contano qualcosa, ma li liquida per la gran parte, considerandoli poco ‘autentici’. Chissà se il parametro dell’’autenticità’ può essere assunto senza discutere per descrivere le sue simpatie e i suoi disgusti? Sembrerebbe di sì, secondo lui, il che però farebbe fatalmente del Nostro un ingenuo, considerata l’estrema scivolosità di un tale parametro di giudizio. A meno che non si riesca a dedurre dai suoi giudizi che cosa intenda mai dire assumendo un tale parametro.

Per Bukowski l’’autenticità’, come tradizione americana vuole, coincide con la ‘vita’ e, sul piano letterario, con una forma ‘indiscutibile’ e irrevocabile di ‘realismo’. Anche Ginsberg afferma di stare bene attaccato alla realtà dei suoi tempi, e ci riesce, eccome, almeno per tutti gli anni cinquanta-sessanta, e Bukowski in più di un’occasione, parlando di Ginsberg, ne ha riconosciuto il valore.
Anche Kerouac ha pensato della propria scrittura questo giudizio, e molti altri – Bukowski non lo nega – in terra americana hanno seguito questa sirena pararealistica, ma poi tutti, chi più chi meno, hanno – secondo Bukowski – per così dire tradito, si sono ‘laureati’ scrittori, si sono istituzionalizzati e si sono perduti nei fumi del successo fasullo o della vanità o del denaro facile.
Che cos’è allora l’autenticità per Bukowski? L’autenticità, sembrerebbe di poter dire, è il grado zero, il grado zero donde si diparte tutto il valoriale metafisico possibile: è il ‘non’ fatto precedere a tutto ciò che il senso comune riconosce come alcunchè di ‘positivo’, è il non-lavoro come terra da cui si dipartono i gradini di un buon lavoro, è la non-letteratura come luogo di impiego del tempo in cui si scrive esattamente ciò che si vive, o illudendosi che la corrispondenza scrittura-realtà si realizzi così, è la non-relazione come cominciamento di una presa in carica problematica dell’alterità che si pone il compito di ricostruire l’umano, perché a questo punto, in terra di quotidiano nichilismo, nessuno sa più bene che cosa sia l’umano e che cosa non lo sia(6).
Può darsi che questa esigenza di autenticità abbia qualcosa di inconsapevolmente fenomenologico, certo la somma di tutto l’autentico bukowskiano può compendiarsi nella formula classica del non-sapere, come fondamento però di un’esistenza che gioisce del proprio referente infondato, della propria casualità d’appartenenza, dell’arbitrarietà con cui decide, sceglie, si abbandona.
Ecco: il tema dell’abbandono; il tasso alcolemico sempre molto elevato dei personaggi di Bukowski non consente loro di assumersi, come si dice, responsabilità, donde l’emergere di un’etica del non-agire, del non-decidere, del non-scegliere, del lasciar essere che le cose siano come sono, ed esse sono come accadono, ed esse accadono per come vengono lasciate o fatte accadere dagli altri. Il non-intervento coincide fatalmente coll’agire degli altri, con la somma delle scelte, delle decisioni e delle responsabilità degli altri, con l’accettazione deliberata di subire il mondo e la vita, di vivere all’insegna della passività, al fine di conseguire in essa proprio in questo modo l’ occasione di un ultimo rifugio.

Un solo, piccolo passo fuori dal nichilismo

L’occasione di un ultimo rifugio riscatta Bukowski dall’abiezione che, altrimenti e per tutto il resto, lo accomuna al fallimento generale; infatti, la dannazione che lo segna, la stessa di tutti gli altri rifiuti della società losangelina, trova espressione, si manifesta in tutto il suo orrore, in tutta la sua nuda, accecante libertà, in tutta la sua insensatezza inebriante e inebriata: Bukowski scrive.
La salvezza: non è propriamente la sua intenzione, un prodotto volontaristico di un progetto di lunga gittata, che in Bukowski non ha luogo ad essere. Ma la sua effettuale scrittura narrativa e poetica è testimonianza di una forma della salvezza; essa parla per tutti, denunciando la tracotanza dell’America, forse più in là la presunzione di superiorità dell’occidente (di cui gli USA sono un’incarnazione, probabilmente ultimativa), forse addirittura l’insensatezza della forma più generale della mondità del mondo giunta in fondo al secondo millennio della sua discutibile storia di occidentale dominio.
Il successo di questo autore che odia uomini donne e successo, che vorrebbe restare totalmente incognito, che si accontenta di quanto basta per sopravvivere decentemente e detesta il superfluo, forse si spiega esattamente così, nella misura in cui la sua parola interpreta un sentire al tempo stesso comune e altro dal senso comune, consentendo a tutti i suoi lettori al tempo stesso di guardare negli occhi l’imperante opulenza del nichilismo contemporaneo e di sentirsene fuori nel giudizio che se ne può dare per quel tanto che se ne riconoscono comunque partecipi: un solo, piccolo passo fuori dal nichilismo.

Scrivere equivarrebbe oggi, dunque, a questo piccolo passo?(7)

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Note

(1) L’ipotesi generale, di natura teoretica, che sottende questo lavoro è che, sotto la superficie salvifica della scrittura, si nasconda la salvaguardia dell’identità che lotta contro il nichilismo radicale della modernità (americana, europea, occidentale), connotante sia l’ambiente in cui vive l’uomo contemporaneo sia la reattività, immediata e non riflettuta, di chi ne subisce per lo più inconsciamente l’azione. L’atto di scrittura diventa salvifico nella misura in cui porta a piena coscienza questa condizione generale. Si spiega in tal modo il giudizio negativo di Bukowski su molti colleghi scrittori più o meno a lui contemporanei: esso consiste proprio nell’accusa loro rivolta di non essere affatto in grado di ‘affrontare’ la realtà, per lo meno quella, apparentemente estrema e in realtà solo l’altra faccia di quella levigata e ufficiale, nella quale si trova (per scelta, in gran parte) lui a vivere. “Stai solo cercando di sfuggire la realtà”, disse Becker. “Perché non dovrei?”. “Non diventerai mai uno scrittore, così. I veri scrittori l’affrontano, la realtà.” “Ma cosa dici? È proprio quello che non fanno mai!”. (Charles Bukowski, Ham on Rye, Black Sparrow Press, 1982 [trad. it. Panino al prosciutto, Milano, Sugarco, 1990, p. 298])

(2) Si apre – lo notiamo en passant – il consueto problema riguardante la relazione presuntivamente autobiografica tra le vicende attribuite da uno scrittore al personaggio (o all’Io Narrante, come spesso accade in Bukowski) e quelle accadute realmente all’autore. Senza pensare di potere in queste poche pagine anche solo impostare, men che meno risolvere, la questione rispetto a Bukowski, si ponga comunque attenzione al fatto che nelle interviste (una per tutte, la più famosa per noi italiani, quella condotta da Fernanda Pivano nell’agosto del 1980 e pubblicata da Feltrinelli nel 1982 col titolo Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle) molti degli aneddoti e delle considerazioni che vi si leggono sono pressochè identici a fatti narrati qui e là nel romanzo in oggetto. Aggiungiamo che, oltre a Ham on Rye [Panino al prosciutto], tutto impegnato a descrivere infanzia e adolescenza di Bukowski, una probabile ‘autobiografia’ dell’autore è contenuta anche in Factotum, 1975 [Factotum, SugarCo, 1979], Post Office, 1971 [Post Office, SugarCo, 1981] e Women, 1978 [Donne, SugarCo, 1980], opere che descrivono giovinezza e adultità dell’autore.

(3) Qualche chiarimento di metodo. Mantenendo provvisoriamente ferma (provvisorietà ribadita nel testo) la definizione nietzscheana dei Frammenti postumi (“Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al ‘perché?’; che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi si svalorizzano.”), e suggerendone come complemento necessario il commento heideggeriano (corso universitario friburghese del secondo trimestre del 1940, ora in Il nichilismo europeo, Milano, Adelphi, 2003), qui si è scelto di assumere in qualità di campione di un ipotetico nichilismo tutto statunitense Bukowski piuttosto che Henry Miller, o Hemingway, o Philip Roth, o Foster Wallace, o altro nome, sia per una qualche più evidente (o più semplificata) esemplarità rispetto all’ipotesi qui discussa di un tale nichilismo, sia anche per dare un piccolo contributo alla scarsa letteratura critica (almeno italiana) che, riteniamo, lo dovrebbe riguardare con maggiore attenzione, e che sembra configurare una frettolosa e ingiustificata liquidazione del personaggio.

(4) Bukowski ovviamente non è Nietzsche, e men che meno Heidegger. Il suo lavoro di scrittore intende valere, e qui come tale lo assumiamo, come semplice testimonianza. Il nichilismo che Bukowski è in grado di testimoniarci attraverso i suoi personaggi è il risultato di un’esperienza vissuta al limite di ogni valorialità che il conformismo, non solo statunitense, vorrebbe invece, come sempre, assoluta e indiscutibile. Cosicchè la qualifica di ‘nichilistico’ deve poter riguardare sia il modo di vivere ufficiale, nella fattispecie l’american way of life, sia il modo di vivere reattivo ed estremo di un personaggio come quelli messi in scena da Bukowski, che però, nella sua negatività, costituisce, adornianamente, l’unica testimonianza autentica possibile. “Non avevo interessi. Non riuscivo a interessarmi a niente. Non avevo idea di come sarei riuscito a cavarmela, nella vita. Agli altri, almeno, la vita piaceva. Sembravano capire qualcosa che io non capivo. Forse ero un po’ indietro. Era possibile. Mi capitava spesso di sentirmi inferiore. Volevo solo andarmene. Ma non c’era nessun posto dove andare. Il suicidio? Gesù Cristo, un’altra faticata. Avevo voglia di dormire per cinque anni di fila, ma non me lo permettevano.” (ivi, p. 202)

(5) “Non valeva la pena di aver fiducia negli esseri umani. Qualunque cosa fosse, a dar fiducia, gli esseri umani non ce l’avevano.” (ivi, p. 165)

(6) Il Novecento letterario ha ampiamente dubitato della possibilità di definire l’umano, ossia ciò che è reperibile come tratto distintivo dell’umano. Un tratto nichilistico così deprimente come quello che qui segue, ai margini suicidari dell’abiezione, va clamorosamente contro il caratteristico ottimismo del ‘pensare positivo’ statunitense, germinato dall’ideologia pioneristica della Frontiera e migrato con immenso successo nella forma che, da almeno un secolo e mezzo, ha assunto negli Stati Uniti la forma di produzione capitalistica, forma peraltro testimoniata proprio nei testi di Bukowski in cui si tratta il tema, sicuramente autobiografico, del lavoro. Lo sguardo velenoso che Bukowski getta sulla società civile che lo circonda è anche un giudizio spietato sui risultati antropologici e sociologici che costituiscono, a livello di mentalità comune diffusa, la democrazia di massa in cui si è trovato a crescere e a vivere. “La gente era limitata e diffidente, tutta uguale. E io devo vivere con queste teste di cazzo per il resto della mia vita, pensavo. Dio mio, ce l’avevano tutti il buco del culo, e il sesso, e la bocca e le ascelle. Cacavano, chiacchieravano, ed erano tutti scemi come biglie. Le ragazze sembravano carine, da lontano, col sole che brillava nei vestiti, nei capelli. Ma bastava avvicinarsi e ascoltare l’anima che usciva dalla loro bocca, e veniva voglia di scavarsi un buco e seppellircisi dentro con una mitraglia. Di certo non sarei mai stato felice, non sarei mai riuscito a sposarmi, a fare dei figli.” (ivi, p. 283)

(7) “Per quelli di voi che non hanno potuto ascoltare il presidente, leggerò ora il tema di Henry Chinaski”. “E così, ecco che cosa volevano: bugie. Belle bugie. Ecco di cosa avevano bisogno. La gente era stupida. Avrei avuto buon gioco, io. […]”. (ivi, pp. 93-94). Cfr. anche in Quello che importa…, cit., le pp. 97-99, nelle quali viene raccontato e commentato lo stesso aneddoto che, a questo punto, possiamo considerare ‘fondante’ la scrittura di Bukowski. E’ dunque questo il passaggio della biografia esistenziale di Bukowski in grado di testimoniare il senso di una vocazione, la sua funzione salvifica, ma anche i suoi inganni più tradizionali, legati alla scivolosa deriva di malafede tipica della moderna riflessione sulla Letteratura (si veda ad es. il Barthes di Grado zero della scrittura). La scoperta di sé come scrittore, dunque, al tempo stesso salva Bukowski come individuo dall’avvilente omologazione rispetto alla massa, ma lo pone, d’altro canto, fin da subito di fronte al rischio mortale (si veda in Compagno di sbronze il racconto ‘Tutti grandi scrittori’) di porsi, proprio attraverso lo strumento della propria salvezza, al servizio di un sistema che di quella stessa omologazione è responsabile. Si veda anche in Quello che importa…, cit.: “[…] hai ragione, scrivere non è per niente un lavoro. E quando la gente mi dice com’è faticoso scrivere non capisco, perché… E’ come rotolare giù da una montagna, capisci. È liberatorio. È piacevole, è un volo, e si viene pagati per fare quello che si vuol fare.” (p. 56).
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12 pensieri riguardo “Bukowski, o del nichilismo americano”

  1. Un articolo molto interessante.
    Bukowski è un grande autore, il più delle volte non riconosciuto come tale, associato a due o tre stereotipi (sesso, alcool, brutalità) e generalmente liquidato da una critica esangue con l’accusa di produrre opere fragili e sciatte (l’ultimo suo romanzo, “Pulp”, con la sua consueta autoironia, Buk lo ha dedicato “alla cattiva scrittura”).
    Il grande Buk ha invece una misura stilistica controllatissima, espressa attraverso un periodare secco e dinamico e una gestione dei dialoghi di rara abilità.
    Nomino, tra i tanti, due suoi racconti tra i più belli che io abbia mai letto in tutta la narrativa mondiale: “Come amano i morti” (in “A sud di nessun nord”) e “Il suicida” (in “Confessioni di un codardo”).
    Inoltre mi piace citare, vado a memoria, l’epigrafe di “Donne”: “Più di un valentuomo è stato mandato sul lastrico da una donna”, e la conclusione dello stesso romanzo, con una scena folgorante per semplicità e nitore, dove il protagonista apre una scatoletta di tonno Star per i suoi gatti.
    Mi piace ricordare infine un altro autore europeo (Buk raramente trovava autori a lui congeniali) di cui era appassionato: Knut Hamsun.
    E poi, e qui chiudo davvero, ricordo che, durante i giorni immediatamente prima di morire, Buk e Linda Lee chiedevano ogni tanto al personale dell’ospedale di poter rimanere da soli in camera per praticare insieme tecniche di meditazione che Linda già conosceva da tempo.
    I vip statunitensi hanno scansato in vario modo la partecipazione al suo funerale. Soltanto il suo sincero amico Sean Penn, tra le cosiddette personalità, era presente. E chissà se un giorno potrò mai ringraziarlo per questo.

  2. In Shakespeare non l’ha mai fatto mi pare che Bukowski dia ragione alla suocera quando nelle vesti di critica letteraria gli dice che è un moralista. Forse addirittura usa il termine “bacchettone”, ma non ne sono sicuro…. poi bisognerebbe vedere l’edizione americana. Per come la vedo io, Bukowski fu molto più bacchettone che nichilista, un po’ come Céline, uno dei suoi tutor. Quindi non sono tanto d’accordo coll’autore del pezzo e col nichilismo di cui parla. A me pare che negli Usa gli scrittori undergound (siano essi riconducibili alla Beat generetion o a esperienze più solitarie come Miller o Hemingway, compreso Bukowski) abbiano opposto al sistema di valori tradizionale prima di tutto un ribellismo più o meno forte a seconda dei casi accordato al sostegno di altri sistemi di valori, un po’ aborracciati nel caso dei Beat, più individualisti nel caso di Miller Hemingway Bukowski o per certi versi Fante. Dov’è il nichilismo? Se vogliamo, anzi, nell’individualismo di Bukowski, per quanto spesso canzonato dall’autore, possiamo benissimo vedere un sottofondo di mentalità americana, del liberismo capitalistico americano.
    Il grande Bukowski, secondo me, al di là di tutte le teorie che gli si vogliono applicare, al di là di nichilista o maschilista o altro, la grandezza di Bukowski sta soprattutto nell’evoluzione degli ultimi anni, dove si può davvero parlare di un prosatore elegantissimo nella sua essenzialità, nel valore chirurgico della parola, nel suo stare fermo, nella sua prosa pura. Abbandona anche molto del suo iperrealismo dal volto ironico, che è anche la sua bussola da critico letterario. La bravura di Bukowski è nell’elettricità, nella lingua, nel talento di narratore, e non tanto per la sua collocazione filosofica. Era più uno stilista che un pensatore, forse è per questo che alla suocera puzza di bacchettone, perché come pensatore non eccelleva.
    Ad ogni modo, tante idee, tante caricature, tante posizioni di Bukowski non si capirebbero senza aver letto Fante da cui prese moltissimo (anche Fante prese non poco da Hamsun).

  3. L’assunzione di una categoria ermeneutica come *ipotesi* analitica di un’opera, soprattutto quando, come in questo caso, vengono definite le coordinate teoriche all’interno delle quali la si utilizza e ci si muove, non significa affatto iscrivere quell’opera nel novero di una poetica o di un canone presunto, quanto piuttosto portare un contributo, discutibile fin che si vuole, come è giusto che sia, all’intelligenza complessiva dell’oggetto in questione.

    E’ esattamente quello che Pinciroli, da lettore-critico-studioso attento, fa. Smuove le acque, suggerisce possibilità, porta chiavi per ampliare l’orizzonte conoscitivo-interpretativo di un testo.

    Ciao, caro.

    fm

  4. Caro Francesco, premettendo che colla prima parte del tuo commento non ci ho capito quasi nulla, mi pareva di aver fatto un intervento sul contributo di Pinciroli e non sullo studioso Pinciroli – non gli attribuisco a Pinciroli cioè alcuna altra intenzione misteriosa oltre al suo ragionamento, né credo voglia strumentalizzare Bukowski per farlo entrare in un canone o nell’altro. Insomma, mi sembrava di aver preso prima la palla e poi forse (ma solo dopo e senza alcuna intenzionalità) le gambe.

  5. Niente falli, se non c’è partita. Che non c’è. Infatti non sono intervenuto nel merito del tuo commento, di cui, tra l’altro, condivido alcune considerazioni (soprattutto sulle genealogie), ma solo nel metodo: mi sembra(va), leggendoti, che tu dessi per acquisita all’esegesi bukowskiana, da parte di Pinciroli, una categoria (il “nichilismo”) che l’autore usa coi guanti, in chiave esclusivamente ipotetica (le note al testo lo confermano ampiamente). Niente di più. Non ero né critico, né criptico.

    Stamm’ bbuon’.

    fm

  6. cari amici della ‘Dimora’, non vorrei confondere le acque, ma vorrei sottolineare il fatto seguente: a me preme focalizzare l’attenzione sul fatto che Buke si salva attraverso la scrittura. Si salva? certo, si salva dal nichilismo. Già, ma da quale nichilismo? da quello della società statunitense tutta intera, non tanto dalle difficili condizioni in cui ha vissuto buona parte della sua vita, quanto dalle cause storiche generali che le hanno rese possibili, esse sì, davvero, sussumibili sotto la categoria di nichilismo (da Nietzsche in poi). In realtà, l’accusa a Buke di essere un moralista coglie nel segno, ma non è un’accusa, bensì una constatazione progettuale (non so quanto consapevole in B.) se con questo termine s’intende il filo rosso che collega tutte le cose migliori che ha scritto. Aggiungo che il tema di una scrittura salvifica (nei confronti del nichilismo onnipervasivo del nostro tempo) è uno dei miei temi ossessivi (anche altre cose che ho pubblicato, anche nella Dimora, vd. le pagine su Beckett, trattano questo tema). Credo, naturalmente, che si possano negare, o discutere, le funzioni di cui tratto qui, di salvezza al fatto (per me straordinario, sempre) di riuscire a scrivere, essendone peraltro felici. Ma è molto più difficile, per non dire impossibile, negare la qualifica di nichilistica alla società così come s’è venuta configurando da un buon paio di secoli. I riferimenti, ahimè, per approfondire tutto questo, purtroppo, sono assai complessi: Nietzsche, Heidegger, Severino…Ognuno di loro ha dato una definizione di nichilismo fatta su misura delle proprie ossessioni di pensiero, ma tutte convergono nella necessità di qualificare in questo modo lo stato delle cose presente.

    Grazie a tutti coloro che sono intervenuti, e in particolare a Francesco che ha colto per dir così lo spirito che mi ha mosso a scrivere sul grande Bukowski.

  7. A mio modo di vedere, Pinciroli dà del nichilista a Bukowski, hai ragione, ma mi rendo perfettamente conto che lo fa ristrutturando il concetto di nichilismo (le note cui giustamente alludi). Nel mio commento, volevo dire all’autore che forse nemmeno in quell’accezione lì che dà lui mi sento di dare a Bukowski del nichilista, visto che la penso come sua suocera (madonna che brutta fine che ho fatto…).
    Un caro saluto anche a te Francè

  8. E’ vero. Ricordo di aver letto (non ricordo in quale suo libro) un resoconto di visita a Mailer, e i termini del commento non erano benevoli. Idem nei confronti del pur rispettato Henry Miller. Certo doveva avere i suoi buoni motivi.

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