Canto per la notte di capodanno

Van Gogh, Il seminatore, 1888

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La follia del giorno

Maurice Blanchot

Maurice Blanchot
Carmine Mangone

I suoi amici dicevano che fosse alto, biondo, esile, dolce…

A tutt’oggi si conoscono pochissime foto di Maurice Blanchot. La prima, fu pubblicata sul mensile «Lire» nel 1985. Era stata scattata da un paparazzo nel parcheggio di un supermercato. All’epoca, il pensatore francese era già quasi ottuagenario, essendo nato a Quain il 22 settembre 1907.

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Una storia risoluta

Antonio Delfini in un disegno di Gianluigi Toccafondo

Marco Ercolani

Una storia risoluta

Dai diari di Antonio Delfini (1959)

 1 gennaio.

 Meglio sognare o vedere film? Assolvo il sogno e condanno il cinema: non c’è niente di più osceno che restare seduti da soli, il sedere sul velluto, per ore interminabili di afosi pomeriggi estivi, a guardare abominevoli sciocchezze, futili intrecci a grado zero di eternità, invece di stare dolcemente sdraiati nel letto, affondati nella noia, poverissimi e inutili, la mente affollata di scene che non vengono descritte a nessuno, che non sono date in pasto a garzoncelli e massaie insieme ai cinegiornali, ma restano quel sonno nebbioso di cui siamo i distratti e annoiati padroni, quel sonno che ci occupa i sensi e si avvita alla testa, come un insetto ubriaco… Continua a leggere Una storia risoluta

Il Vermeer di Grünbein

Vermeer, Veduta di Delft, 1660

Antonio Devicienti

Il Vermeer di Grünbein

     Durs Grünbein è poeta doctissimus che sa offrire al lettore il piacere del sentimento dell’immaginazione, per dirla con Fernando Pessoa, o dell’emozione derivante da una tessitura finissima di allusioni, rimandi, criptocitazioni, per cui la raccolta poetica Koloß im Nebel (Colosso nella nebbia, Suhrkamp, Berlino, 2012 e non ancora tradotta in Italia) si configura come una colossale, appunto, miniera di suggestioni e stratificazioni culturali che confermano la tendenza del poeta di Dresda ad esplorare la nostra vastissima eredità storico-culturale e ad interpretare la contemporaneità riflettendo su personalità, opere, risultanze del cosiddetto passato traverso il vaglio sorvegliatissimo della ragione e della forma.

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Mostri e leggende

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Matteo Zattoni

Ci sono tanti modi per scrivere dell’infanzia: con nostalgia, con un senso di rimpianto per l’ingenuità che viene perduta nell’età adulta, con la tenerezza per la spontaneità delle relazioni umane che i bambini possiedono per dote naturale, oppure ancora guardando indietro e leggendo i comportamenti di allora alla luce di una consapevolezza diversa, più matura e disincantata. Mi sembra di poter dire che questa serie di poesie di Matteo Zattoni li raccolga un po’ tutti. Per quanto piuttosto breve – i brani proposti sono sei – Mostri e leggende racconta di un piccolo universo del passato, popolato di mostri dagli occhi rossi, madri apprensive, scolari che come tutti faticano ad affrontare il dovere dei compiti per casa.
Colpisce lo scorrere di una scrittura curata e assieme fluente, ma ancora di più stupisce come la rilettura dell’ieri sia profonda e al tempo stesso leggera. Il bambino desidera l’anarchia, sogna una leggenda che in sé non contenga nessuna discriminazione sociale: ciò che allora era inconsapevole oggi diventa chiave di interpretazione e, forse, proposito per il presente. Ed anche la cattiveria che i bambini possiedono quasi senza malizia ( “io / ti accoglievo con un’offesa, come sempre ) lascia spazio ad un’ammissione di colpa che è anche un implicito gesto di scusa lasciato a germinare nella coscienza di chi scrive e di chi legge. (ft)

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Note di ascolto (I) – Maurice Ravel, Bolero

Maurice Ravel au piano, 1912

Antonio Scavone

       Una breve premessa trascurabile

     Il linguaggio della musica non ha bisogno di essere tradotto, viene inteso (ascoltato e compreso) da tutti ma anche la musica è una lingua uguale a quelle parlate, con una grammatica, una sintassi, figure retoriche e capacità lessicali e combinatorie.
     La musica si percepisce come un suono che influenza e interagisce con le emozioni, il piacere, l’immaginazione. E come per una lingua parlata, la sua struttura e le sue regole vengono introiettate empiricamente con i sensi (l’istinto) per essere poi decodificate e nuovamente codificate a livello cerebrale e culturale.  Continua a leggere Note di ascolto (I) – Maurice Ravel, Bolero

Correndo a mezzanotte

Jaan Toomik, Run

Antonio Scavone

Correndo a mezzanotte

   All’inizio, come spesso capita quando si lancia un’idea senza capo né coda, si pensava a una scommessa strampalata, un modo come un altro per riempire con una trovata dal fascino debole ma accattivante serate uguali e noiose, poi col tempo, mancando altri stimoli, è diventata un’abitudine più o meno ricercata, quasi un  piacere da coltivare e proteggere e infine si è trasformata in una sorta di sacrificio grandioso quanto sfuggente, di una prova di orgoglio esaltante e intimistica che aveva quel tanto di casuale e stravagante da renderla possibile, addirittura da giustificarla. Continua a leggere Correndo a mezzanotte

Bangkok, in sciami d’amore smontato

Bangkok

Elio Grasso

Bangkok, in sciami d’amore smontato

Smontarono l’amore a forza. Dalla preistoria a oggi ogni sorta di parole sono state scritte, come se gli uomini non fossero stati avvertiti. Chi va a Bangkok si aspetta diversi piani di visione, giochi poco comuni, avventurieri e puttane. E molti di più commercianti. Non pretende di ritrovarsi nelle braccia dell’anima gemella. Se mai nelle interpunzioni sessuali di femmine (o di maschi di sommi e tristi capi) dai ricchi aggettivi. Chi ha disposizione, gode e s’innamora (nell’ordine). Chi ha globuli bianchi miseramente molli, soccombe. Ma nessuno si aspetta di farsi approvare la vita. E dunque, coloro che restano nel proprio acquitrino non possono che sentirsi minacciati. Anche se non esistono minacce serie.

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Le nostre mani nate con noi

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Fulvio Segato

La consuetudine dei frantumi è un dialogo a una voce (ma diversi toni) con altri e altro la cui entità non è mai precisata al lettore, ma abilmente messa in scena con una precisione dilatata e consapevole, puntuale e conclusa. Un giro sintattico ampio, scandito da incisi e giustapposizioni calzanti, e un verso mediamente largo e descrittivo, le cui inarcature contrastano perlopiù debolmente la sintassi ma in modo comunque connotante per l’andamento ritmico dell’intera raccolta, costituiscono il tessuto connettivo della silloge. Continua a leggere Le nostre mani nate con noi

La scrittura della sfinge. Derrida e i geroglifici

Jacques Derrida, 2004

Giuseppe Zuccarino

La scrittura della sfinge. Derrida e i geroglifici

Sul quotidiano «Le Monde», nel 1973, viene pubblicato un disegno del caricaturista Tim (nome d’arte di Louis Mitelberg), che ritrae Jacques Derrida nelle vesti di uno scriba. L’immagine è arguta e ingegnosa, perché imita in parte lo stile delle figure egizie incise su pietra: Derrida viene effigiato a torso nudo e col tradizionale gonnellino (al modo del celebre Scriba seduto del Louvre) ed appare sul punto di tracciare, con un calamo o un pennello, dei segni su un foglio di papiro. Continua a leggere La scrittura della sfinge. Derrida e i geroglifici

Les voix du sol

Chiesa del Carmine di Noto Antica (clicca sull'immagine)
Chiesa del Carmine di Noto Antica
(clicca sull’immagine)

LES VOIX DU SOL

Ciclo integrale “Les Voix du Sol” di Yves Bergeret.
Testo e immagini dell’installazione-performance
del 26 ottobre 2013 tra le rovine della Chiesa del Carmine
di Noto Antica.
Cura e traduzioni di Pia Scornavacca.

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Like: ovvero il commento nell'epoca dell'homo zuckerbergiensin.
Like: ovvero il commento nell’epoca
dell’homo zuckerbergiensis.

Antonio Scavone

“Lascia un commento”

     Cosa spinge i visitatori di un blog a far sentire la propria presenza di lettori per un post (una poesia, un racconto, una chiosa critica) che li abbia particolarmente colpiti? Sono tante le sollecitazioni, oggettive e soggettive, personali o ambientali, che persuadono i lettori a testimoniare la traccia del loro casuale passaggio.
    È, innanzi tutto, l’originalità del testo pubblicato a favorire una sia pur breve nota di commento (il salomonico “Mi piace/Non mi piace”), ma concorrono anche altri fattori a promuovere questa sorta di testimonianza. Può essere la familiarità con l’autore o addirittura la conoscenza diretta, talvolta amicale, per cui, spesso, taluni autori vengono “commentati” da chi solitamente li legge, li frequenta, magnificandoli, esaltandosi. Continua a leggere “Lascia un commento”

Poeti Greci contemporanei (VIII)

Λίνα Φυτιλή

Λίνα Φυτιλή
Lina Fytilì

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Lina Fytilì è nata a Làrissa nel 1974. Vive ad Almyrò Magnissìas dove lavora come insegnante di scuola elementare. Nel 1997 pubblica il suo primo racconto, Le notti del gesso incolore. Nel 2011 pubblica il romanzo Ora è tardi. Suoi racconti e poesie sono stati pubblicati su giornali e riviste letterarie e in internet. Collabora con la rivista elettronica Duénde.

Lina Fytilì
Antologia poetica
(Cura e traduzione di Massimiliano Damaggio)

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Totilogia

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Gianni Toti ha lasciato un segno talmente forte nel campo della poesia elettronica (poetronica, nuovo linguaggio espressivo da lui stesso creato) e della video-arte, che oggi si sono quasi perse le tracce delle sue opere letterarie, soprattutto poetiche. In effetti Toti è una figura poliedrica, multidirezionale di inesausta curiosità: scrittore, artista, giornalista, traduttore, regista, ma prima di tutto poeta. […]

E’ disponibile il quarto numero della Biblioteca di Floema. Curato da Daniele Poletti, in collaborazione con la Casa Totiana di Roma, è interamente dedicato alla figura e all’opera di Gianni Toti.

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Giampaolo De Pietro

Giampaolo De Pietro

[…] La levità è la cifra dove si affaccia un surreale stupore e in controluce il dolore dell’impermanenza, affrontato con una semplicità che è “cautela” come recita il testo iniziale della raccolta (Con la cautela / con cui trattiamo / le uova i ritagli / dei versi la / goffaggine / fregatutto), a rimarcare non solo il tentativo di non ferire/ferirsi ma anche l’apertura verso ”l’improvviso” che offre il continuum del flusso esperenziale. Sotto certi aspetti è una postura advaita, così volta alle foglie, ai fiori, alle nuvole, al respiro, e quindi agli elementi più sottili e aerei e alla mutevolezza delle forme che ne consegue. Si tratti di affetti, di lavoro, di bicchieri e/o di pane, l’equilibrio mobile di De Pietro sembra volersi fondare su una consapevole innocenza, sulla preservazione di uno sguardo volutamente bambino che dia conto di una possibilità di gioia, per quanto minima sia.

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