Un po’ ferito

Raffaele La Capria

Antonio Scavone

Un po’ ferito

     Ah, La Capria scrisse davvero un libro sublime con “Ferito a morte”! Uno di quelli che ti restano dentro senza lasciarti capire compiutamente il perché e maturano col tempo come semi di sapienza e vitalità e quando ti tornano in mente, per coincidenze di luoghi o di eventi, riconosci nelle circostanze più intricate o più deprimenti del vivere, le agitazioni o i ricordi di quel Massimo De Luca che potevi essere e difatti te ne appropri come se fosse la tua esistenza e non quella di un’invenzione letteraria. Di cosa è capace, a volte, un libro…
     Non sono un habitué della lettura (preferisco i documentari e i film gialli) ma devo ammettere che quel romanzo, letto d’un fiato in una sola nottata tanti anni fa, su un treno che mi portava al Nord, segnò una traccia dispettosa e seducente. Seducente perché potrei essere anch’io uno dei tanti soci del Circolo Nautico descritto nel romanzo – sono un uomo di mondo, benestante quando càpita, indifferente quando serve – e dispettosa perché vivere a Napoli non è esattamente come vivere altrove ma significa, di volta in volta, vivacchiare, addormentarsi, svegliarsi di soprassalto prima che un incubo si impossessi di te: insomma proprio com’è scritto nel libro.
     A dir la verità, non credevo che si potessero scrivere romanzi su una città senza ricorrere a un’oleografia di maniera, meticolosa come una guida turistica diciamo così esistenziale ma astratta e avulsa dalla realtà. Il fatto è che i problemi di una città sono tutti variamente impegnativi e trascurabili. Si potrebbe avviare il rinnovamento urbanistico rimodellando ad esempio una piazza, promuovendo iniziative culturali di grande respiro, continuando con innovazioni strutturali sino ad esaurire i bisogni dei quartieri, delle zone periferiche, degli abitanti. Spesso si dice che occorrerebbe fare Napoli daccapo, la mia opinione forse è più disperata: anche rifatta, Napoli resterebbe quella che è: magnifica e velleitaria, sontuosa e laida, ma questo è un argomento delicato e spinoso come lo stelo di una rosa, o come il messaggio di un libro.
     Talvolta anch’io mi sento un po’ ferito, solo che non arrivo a struggermi: c’è un desiderio insoddisfatto che mi attanaglia, la sensazione di aver realizzato sbadatamente e in fretta le mète che mi prefiggevo e, ugualmente, di avvertire improbabile o manchevole la possibilità di ricominciare eppure basta il dedalo dei vicoli che diffondono aromi di caffè o la prospettiva della collina di Posillipo che degrada a mare, la famosa testa di coccodrillo del romanzo, o quelle luci smorte di botteghe che vendono bottoni e passamanerie, tra i muri scuri degli archi spagnoleschi e le strade luminose di un sole tagliente o le acque placide di Mergellina o quelle smosse di Marechiaro – ecco, bastano queste immagini, cento volte ripudiate e mille volte riprese, ad ammansire il distacco, raddolcire il disappunto, alleviare il disprezzo.
     Ci vivo poco a Napoli e forse per questo mi pare d’essere uno dei tanti Massimo De Luca alla ricerca di una memoria o di una consapevolezza: in fondo, non ho di che lamentarmi – ho sempre fatto quello che volevo e come lo volevo – e tuttavia la nostalgìa, per qualcosa che forse non ho mai avuto, prende anche me, mi ammalia come un inspiegabile malessere. Si tratterà di una sensibilità particolare, come quella di amare e odiare una madre non proprio benevola ma pur sempre madre: l’unica persona con la quale fare i conti è segno di una mal riposta superbia, di una puritana supponenza.
     Sarà per il lavoro che mi porta sempre in giro, le persone che incontro o gli alberghi che mi fanno da casa ma non riesco mai a definire compiutamente le impressioni o le sensazioni di inadeguatezza avvertite e non approfondite nelle mie peregrinazioni, nei miei spostamenti, nei lunghi periodi di lontananza che passo da un posto a un altro e tra la città che mi ha visto nascere e che mi vede ripartire di continuo.
     Compro e vendo cavalli per gli ippodromi, le forze armate, le città dei palii, consorzi di proprietari, singoli proprietari ricchi e vanagloriosi. È un mestiere che ho imparato ad Agnano, dietro le orme di mio padre stalliere e che ho praticato e perfezionato in altri ippodromi: Capannelle e Tor di Valle, Merano, San Siro, Vinovo, ovunque ci fossero cavalli di razza o comprimari. Ho cinquanta anni, non sono sposato, non ho parenti: ho un carattere affabile e cortese ma gli amici sanno quand’è il momento di invitarmi e quando lasciarmi in pace. Per la verità, a differenza di Massimo De Luca, non ho moltissimi amici o non sono quegli amici con i quali ci passeresti le vacanze assieme. A differenza di quel Massimo De Luca, andai via da Napoli senza aspettare che i sogni perduti rinfocolassero smarrimenti e malìe, senza impegolarmi in una relazione amorosa che, in qualche modo, mi avrebbe forse avvilito per la sua prevedibile conclusione o per una mia deprecabile ma sentimentale mancanza di coraggio. Ho amato molte donne ma non ne ho presa nessuna sul serio. Forse non avevo bisogno di una donna: la presenza femminile, in me, si esplica in una figura composita: la madre, la moglie, l’amica, l’amante e francamente non ho mai avuto la pazienza di dividere un ruolo dall’altro sicché dalle donne ho avuto ciò che mi occorreva in quei momenti di solitudine: una volta l’affetto, una volta il sesso, un’altra volta la compagnia.
     Negli ambienti che frequento quasi tutti i giorni (allevamenti, maneggi, tenute di campagna, stalle) sono stimato sotto diversi profili. Gli amici più vecchi, quelli dell’adolescenza, mi considerano ancora il compagnone delle avventure giovanili e si meravigliano della mia vitalità, dei miei modi pimpanti che trascinano un po’ tutti. Gli amici acquisiti col tempo e con il lavoro mi ritengono un “tipo”, un personaggio fuori dal comune. D’altra parte, quando non sai prendere per il loro verso quelli come me, sfuggenti e solitari, devi necessariamente catalogarli come interpreti di una commedia, amara o piacevole, che si recita a soggetto e si gode solo nella tua mente, come una casuale divagazione dalla vita di tutti i giorni, come se la vita di tutti i giorni non fosse già una divagazione dalla realtà.  Distaccato e partecipe mi affido alla mia attività, ai viaggi, agli incontri, a tutto ciò che mi permette di sostenermi senza giri di parole, senza cadute o ricadute sentimentali.
     Il lavoro è piacevole perché mi fa stare all’aria aperta, non sopporterei il tanfo di un ufficio o il ticchettìo di una tastiera per computer eppoi i cavalli sono animali attenti e intelligenti, li puoi capire o intuirne le reazioni come fossero compagni di viaggio silenziosi e pazienti. Non sempre trovo allevatori competenti o intermediari affidabili, la presunzione è di regola nel mercato degli uomini, figurarsi in quello degli animali: a volte vorrebbero far passare per purosangue un brocco, persino uno stallone, ricorrendo a storie di stimolanti e di vaccini, di mano dello stalliere infìdo e altre millanterie d’accatto. In circostanze del genere, come si dice nella mia città, devo girare la testa da un’altra parte, come un cavallo insofferente che è costretto dalla delusione a cambiare direzione sulla strada segnata da altri. Cerco cioè di smaltire altrove il disagio di dovermi sorbire gente arruffona e fraudolenta.
     Quando sto a Napoli vado spesso a Torregaveta sul mare grigio oppure a Pozzuoli in un anfratto dimenticato e mi metto a guardare il panorama, aspettando che il tempo faccia consumare la giornata. Poi torno nel monolocale ereditato dai miei genitori, dalle parti di Santa Lucia, mangio e mi corico: d’estate resto sveglio fino alle due, le tre, d’inverno m’addormento subito, prima di mezzanotte.
     Per mestiere viaggio parecchio in Italia e fuori: vado spesso a Deauville in Francia o a Piber in Austria: partecipo alle aste delle fiere equine (segnalare un puledrino, comprare una fattrice) o contattare allenatori e fantini, ma trovo pure il tempo di godermi qualche giorno di vacanza, di distrarmi (a Verona ho ascoltato una bellissima Tosca all’Arena). A Deauville, per esempio, mi hanno detto che fu girato un famoso film d’amore ma, ogni volta che ci torno, trovo tracce sempre più flebili di un amore e di un famoso film. Anche all’estero comincio a provare un senso di estraneità e allora sistemo gli affari alla svelta e scappo: quando rientro mi ripiglia la voglia di fuggire e così di seguito, futilmente, alla ricerca di obiettivi che si rivelano spesso disarmanti.
     Gli allevatori per i quali lavoro sono esigenti ed esperti e ciò mi mette in agio perché sono fatto anch’io dello stesso rigore professionale ma può capitare pure uno sprovveduto o un arricchito e allora sono problemi, scontri, alterchi. Sui cavalli ci si aggredisce come fosse una guerra di conquista e per quanto scateni invidia e prestigio accaparrarsi il nobile animale, nondimeno si manifesta la pochezza di quei nobiluomini che comprano un purosangue per un investimento proficuo nel tempo ma soprattutto per soddisfare la loro manìa di grandezza. A quel punto scatta la molla dell’intolleranza, taglio i ponti con tutti quanti, anche a scapito di fruttuose commissioni, preparo la solita valigia, salgo sul primo aereo e porto appresso questa… ma sì, questa ferita. A volte m’arrabbio pure coi fantini e i driver: basta un piazzamento d’onore, dovuto alle fortune altrui e non alle proprie disgrazie, che subito salgono in cattedra; un successo insperato addirittura li fa sentire onnipotenti, li rende arroganti e meschini. E poi i lamenti: il sulky non era tarato, le fasce troppo strette, il cavallo bolso e male alimentato, l’altro cavallo malimprontato… insomma mi rimproverano sempre qualcosa, come se i cavalli fossero mie creature, o automobili fatte in serie benché, allevati come sono in raggruppamenti selezionati, si ritiene di poterne disporre in ogni corsa allo stesso modo.
     Credo che la causa della mia insofferenza sia il fatto di non avere una famiglia: a Napoli avere la famiglia è un presupposto, non se ne può fare a meno, è più di una tradizione, è una legge. L’orfano, il vedovo, lo scapolo sono figure tronche e inutili: privi di una famiglia, non importa se per fatalità o scelta individuale, non hanno voce in capitolo. Le loro storie non interessano nessuno perché mancano del senso comune che perdona tutto; la consapevolezza della realtà, di gente che si muove attorno a te e della possibilità di intrattenere questa gente perché anche tu ti muovi, ebbene questo stato d’animo è riservato ai privilegiati del focolare: io, scapolo, non posso aspettarmi niente di incoraggiante, nessuna serenità, come se non avessi storia o come se la mia storia fosse soltanto immaginaria e posticcia.
     Devo sfogare gioie e tristezze con una punta di tetra illusione, magari parlando alle statue come gli ubriachi o vagheggiando fantasie come i nottambuli e nel sogno della malinconia si accumulano i ricordi delle giornate passate al mare, gli avvenimenti più importanti della corsa Tris più ricca, i premi e le medaglie, i conciliaboli con un fantino timoroso del nuovo purosangue, un chiacchiericcio di voci ed opinioni che alla fine convergono tutti sullo stesso quesito “Ma non è brutto vivere da soli?”… È una ruota marcia, è un mulino che non gira più ma la cremagliera delle macine è lubrificata di continuo e tutti assicurano che una mogliettina, un figlioletto, una famigliola riempirebbero i miei pomeriggi di quiete e, nella quiete, la vecchiaia. È un discorso senza sbocchi, parliamo d’altro.
     I momenti più belli sono quelli dopo le corse. L’ippodromo respira, ognuno si libera di qualcosa: i binocoli tornano nelle guaine e spuntano i battibecchi, i commenti, le imprecazioni. Gli intenditori si radunano come a un congresso di scienziati indetto per le sorti dell’umanità: qualche parola grossa fa sempre comodo. Tutti solidarizzano col proprietario sfortunato, anche quelli che non potranno comprare nemmeno un cane e ognuno prende per sé un po’ di gloria e vanità. I cavalli, dicono, vanno tartassati, altrimenti non rendono come dovrebbero, come i bambini svogliati e io resto a guardare quest’andirivieni di parolai ed esaltati, questo miscuglio di colori, di stoffe che frusciano sulle cosce di donne formose, di cappelli eccentrici, di giacche che si aprono sui panciotti di uomini grassi, di chiome bianche, di tacchi a spillo, di scarpe da ginnastica, di jeans sdruciti, di magliette con l’immagine sbiadita di Varenne.
     Quando il clamore cessa e gli spettatori si mettono in fila ai cancelli d’uscita e i cavalli vengono asciugati e riguardati da stallieri ossuti come deportati e gli altoparlanti annunciano blandamente slogan pubblicitari di costose automobili e di prestigiose ville sul mare e il cielo si rannuvola quasi avesse concesso troppa luce allo spettacolo e sul prato della pista si sfarina una nebbiolina azzurra, finissima, simile al manto vellutato di una rugiada paziente che fa esalare il profumo del terreno smosso dalla corsa e gli steccati si stagliano violacei sul rosso del crepuscolo, la macchina dello starter e il palo d’arrivo tornano ad essere degli oggetti insignificanti, i vincitori delle scommesse si attardano a contare il denaro della combinazione vittoriosa e distingui subito il vincitore occasionale da quello di routine… solo allora, considerando un po’ a casaccio la mia vita, mi pare di non essere arrivato inutilmente a quest’età, di essere stato nel percorso della vita insieme a tanti altri uguali a me, fra trotto e galoppo, sconfitte e vittorie, forse tra le quinte di quella commedia immaginaria ma pronto ad entrare in scena per dire una breve battuta.
     Certo, non ho nessuno ma chi si sente un po’ ferito ha bisogno di sentirsi anche un po’ solo altrimenti non ci sarebbe gusto a scegliersi un posto o l’altro per mangiare, una donna bruna o bionda da portare a letto, un cavallo costruito o una forza della natura. In fondo credo di avere avuto una madre, una moglie e un figlio ma saranno dimenticati da qualche parte, forse in una stalla o in una fiera equina e anche loro avranno dimenticato me.
     È probabile che il romanzo di La Capria io non l’abbia capito ma mi piace sentirlo alla mia maniera, che male c’è?

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