Nome al tavolo Blackjack

Valter Binaghi

Valter Binaghi

     Il romanzo che avete tra le mani è l’ultimo di Valter Binaghi. All’inizio dell’estate del 2013 fu lui stesso a dirmelo al telefono: «Questo sarà il mio ultimo libro». Era il suo modo di comunicarmi quanto si fosse aggravato.
     Avevamo da tempo fissato l’uscita in autunno. Avremmo dovuto lavorarci in estate, ma in realtà lo stavamo facendo dall’inizio dell’anno, sempre al telefono: Valter mi chiamava per chiedermi opinioni su possibili modifiche e ogni volta ribadiva che durante l’editing avrei dovuto essere inflessibile, senza limitarmi nelle critiche e nei suggerimenti. Non che fosse davvero perplesso. Gli piaceva discuterne e confrontarsi con me, ma secondo lui il romanzo era finito. La notizia della sua morte mi arrivò poche settimane dopo quella telefonata. Era il 12 luglio del 2013.
     Valter Binaghi è stato uno dei primi autori che ho conosciuto quando ho iniziato a occuparmi di scrittura. Tra i primi titoli scelti da Luigi Bernardi per Perdisa Pop c’erano il mio romanzo d’esordio e il suo Devoti a Babele. È così che ci siamo incontrati: leggendoci a vicenda e a distanza. Dopodiché ci siamo cercati. Era la scrittura che ci aveva fatto incontrare. Non ci frequentavamo come fanno di solito gli amici, né parlavamo granché di questioni private. Eravamo però uniti da una stima reciproca mai sporcata da rivalità o pensieri nascosti. Cosa che, in un mondo di squali come quello dell’editoria, per me era puro ossigeno. Cominciammo a fare lunghe chiacchierate al telefono già prima che io diventassi suo editor. Parlavamo di letteratura, ci sfogavamo sullo stato dell’editoria italiana e spesso, alla fine, lui mi salutava con un serissimo «Ciao, socio».

Il 12 luglio del 2013 ho perso un amico. Raccogliere le forze per l’editing definitivo del suo ultimo libro non è stato facile. Quando ci sono riuscito, ho verificato quanto già sapevo, ovvero che il testo meritava di non essere toccato: quello che leggerete è il romanzo che l’autore voleva, senza nessuna modifica. Per scriverlo, Binaghi ha collaborato con un vero giocatore d’azzardo professionista, che chiedendo di restare anonimo gli ha fornito informazioni tecniche, e forse alcuni aneddoti rientrati in qualche forma nella trama. La descrizione del mondo del gioco è perciò molto attendibile e interessante di per sé, ma Binaghi riesce a rispettarla tanto quanto a piegarla alle proprie esigenze di narratore.

     Valter aveva la voce del bluesman e l’immaginazione limpida dell’artista, ma era anche un insegnante e un uomo capace di mostrarsi serio e riflessivo. La sua scrittura è in equilibrio costante tra cuore e cervello, sempre attenta alla musicalità e al ritmo, ma mai paga della sola qualità formale. Ogni tanto mi diceva che avrebbe voluto scrivere libri più facili da vendere, poi rideva e precisava: «Tanto non ce la faccio, a non metterci comunque la mia scrittura». In realtà Binaghi era un maestro nell’usare i generi letterari per esprimere se stesso. Se guardava al thriller, ne reiterava la struttura, ne rispettava la sintassi e le atmosfere, ma poi sapeva andare oltre ogni convenzione.

     Così fa qui, in questo romanzo che ha tutti gli ingredienti del thriller, con splendide virate verso il noir e alcune strizzate d’occhio al giallo più classico, ma che è anche una lezione di vita e di scrittura.
     Nelle pagine che seguono incontrerete un protagonista perfetto per un thriller: un giocatore d’azzardo professionista che si ritrova a investigare su un omicidio e lo fa a suo modo: giocando – appunto – con il rischio; e incontrerete una donna bellissima, pronta a trainare gli eventi e a dare fiato a una storia d’amore; e poi criminali, brutti ceffi, giri d’affari loschi; e il commissario Leonetti, che Binaghi fa rivivere qui come per mascherarsi un attimo da vero giallista; per non parlare dell’omicidio con tanto di carta da gioco accanto al cadavere: più che in un genere letterario, siamo nel regno delle citazioni. Ma non solo. Perché il gioco d’azzardo nelle mani di Binaghi non poteva restare semplice ambientazione: è un mezzo, potente come un’allegoria, un modo per disegnare una società e i suoi individui, per riflettere sulle nostre scelte passate e future.
     «Barare è lavoro», dice a un certo punto Blackjack, il giocatore: «Solo il rischio è libertà».

(Antonio Paolacci)

Valter Binaghi, Nome al tavolo Blackjack
A cura e con una nota di Antonio Paolacci
Ozzano dell’Emilia (BO), Perdisa Editore
Collana “Corsari”, 2013

L’esistenza del gioco conferma senza tregua e in senso superiore il carattere sopralogico della nostra situazione nel cosmo.
Johan Huizinga, Homo Ludens

La ragazza dell’autogrill

1

     Ho davanti una Bmw coi sedili in pelle color ciliegia e un molosso in giacca sportiva, che parla con l’autista. È una guardia del corpo, ci scommetto. La ragazza bionda sul sedile posteriore guarda di lato, mostrando un profilo che sembra disegnato da un pittore fiammingo. Giuro, non sono curioso ma quando hai la stessa auto davanti per un quarto d’ora l’abitacolo si trasforma per forza in una specie di sit-com, l’unica distrazione possibile per te che sei al volante sulla tangenziale ovest di Milano, nella solita coda dell’ora di punta.
     Fumo sigarette turche, una scorta di Osman dall’ultimo viaggio, e solo adesso nel chiuso dell’auto mi accorgo di quanto sia dolciastro, fino allo stordimento, questo tabacco. Aria. Abbasso il finestrino. La ragazza in Bmw mi guarda dal lunotto, forse guardare è troppo, sbircia dal collo di pelliccia. Signora, ma anche no.
     I fumi di Cormano, la puttana del capo, le sigarette turche contrabbandate da mafiosi libanesi, tutto questo è parte del regno di Mammona, l’idrovora che elargisce goduria e spreme sudore ai quattro lati del mondo, un formidabile meccanismo vitale quale la natura umana non aveva mai conosciuto nei secoli e a cui, modestamente, il sottoscritto dà il suo bravo contributo.
     Faccio per il sistema quello che il veterinario fa per la bestia con il salasso e il mangime: sposto denaro, eccedenze ma non solo, stronco dinastie di laboriosi e creo altrove insperate fortune. Si può dire che collaudo l’efficienza del marchingegno sottoponendolo a improvvisi stress. O che lubrifico, come preferite.
     Introduco tra i noiosi fattori della crescita economica elementi di nobiltà: il culo e il talento. Sono il Clinamen di Epicuro e la Virtù di Machiavelli.

     No, non faccio il promotore finanziario.
     Sono un giocatore di professione, nome al tavolo Blackjack.

     La bionda guarda di qua, insistentemente, mentre la Bmw mette la freccia a destra per il prossimo autogrill. Metto la freccia anch’io, ma sì. Posso rimediare il suo telefono, se la lasciano sola un minuto, o un paio di cazzotti sui denti.

     Tanto il mio dentista mi deve una fortuna.

2

     Mi faccio largo all’ingresso e oltrepasso l’edicola dove apprendo distrattamente da titoli cubitali che negli Usa la crisi dei mutui subprime è vicina al botto finale (pioverà merda anche da noi, per un bel po’) e seguo il gruppetto al bar sperando che le cose vadano nel solito modo, cioè i due maschi si fiondano alla toilette, lei ci va con più calma, dopo il caffè. Esatto. I due tizi (l’autista piccolotto con un cappotto color cammello dev’essere il padrone, l’altro è il solito armadio a due ante, classica guardia del corpo) si avviano e qui io ricevo una prima illuminante rivelazione. La ragazza, veramente bella sui trenta, sotto la pelliccia porta una minigonna, e le gambe sono due sciabolate di luce, in sfregio alle meschine aspettative del vostro.
     Mi affianco a lei, che ha davanti un caffè macchiato. Ordino il mio, esibendo lo scontrino. Mi gioco tutto per una sbirciata dal lunotto.
     «Il tuo cellulare?»
     Lei mi guarda, come una regina un nano.
     «Che cazzo vuoi?»

     La situazione precipita quando i due energumeni fanno la loro comparsa dalla tromba delle scale che portano alle toilette, e io che in effetti ho finito il caffè faccio per andarmene signorilmente quando ricevo una seconda ma sconcertante rivelazione.
     La ragazza è veramente puttana e pure stronza, perché sta facendo segno ai due nella mia direzione. Mettersi a correre non mi pare il caso, diciamo che accelero il passo fino al parcheggio. Ogni tanto mi giro e vedo con sollievo che quelli non mi stanno seguendo, ma quando arrivo alla mia Mercedes me li trovo davanti. Anzi uno davanti e uno dietro. Il paron che mi tiene le braccia, e il giannizzero che mi scarica uno dopo l’altro due cazzotti nello stomaco e uno in bocca.
     Poi se ne vanno.
     È a quel punto, mentre sono faccia a terra a leccarmi il sangue dal labbro, che sento il ticchettare dei suoi stivaletti sull’asfalto, e la zaffata di profumo che si allontana con loro.
     Prima però ha lasciato cadere un biglietto.
     Con la lingua mi sento i denti, niente di rotto mi pare.
     Sul biglietto c’è un numero di cellulare.

3

     La cintura dev’essere dello stesso colore delle scarpe, niente abiti neri.
     Camicie sempre e solo coi gemelli. Militari, anni Quaranta, laccati a mano.
     Una cravatta per ogni serata, cinque, una deve dare sul giallo.
     Scarpe fatte a mano, con finitura alla francese che non stringe il collo del piede. Nere. Suola sottile. Calze scure, di cotone leggero in filo di scozia.
     Obbligatoria: la lucina da notte. La lucina azzurra, da infilare nella presa a due palmi dal viso. Niente buio pesto, per Blackjack, assolutamente.
     Sono in piedi, la valigia aperta sul letto, controllato meticolosamente ogni particolare che aumenti la comodità e offra il minimo appiglio possibile ai tentacoli della sfiga. Si può chiudere. I Grandi Tavoli sono dopodomani, ma domani ho poco da fare, ho pensato di partire in anticipo e annusare Casinò e dintorni prima di buttarmi nella mischia.
     Esco sul terrazzo a fumare, per non intasare la stanza. Un’abitudine contratta con la penultima fidanzata. Il cielo è grigio e stanco, si è inghiottito l’ultimo giorno d’estate in uno sbadiglio.
     Dopodomani ai Grandi Tavoli. Un respiro pieno. Ogni volta come la prima, la sensazione di fare un grande balzo.  Sei un lupo affamato di libertà, pronto a lasciare con l’estremo vaffanculo questo suolo vischioso, fatto di parentele che si pagano care e ragioneria dei piaceri, per lanciarti nell’ultimo rifugio della trascendenza: l’estasi dello spreco, la posta del giocatore.

     Sette squilli del telefono, prima che mi decido a rispondere.
     «Volevo sapere se hai cambiato idea» dice lei.
     Si chiama Miriam, si crede la mia fidanzata. È la terza volta che telefona in sei ore. È una che non demorde, ti prende per sfinimento.
     «No. Preferisco andare solo».
     «Ma avevi promesso» con sapiente incrinatura della voce.
     Falso. Una cosa buttata lì, tipo: “Una volta o l’altra…”
     «Ti ho detto che era un’idea, ma ripensandoci non è una buona idea. Ho bisogno di star solo, concentrato al massimo».
     «Certo», sibila, «con una delle troie di Paramatti, scommetto».
     Eccoti bella mia, nuda e cruda come mamma t’ha fatto, con l’aculeo velenoso che spunta dal tuo splendido sedere come a un’ape assassina.
     «Ma anche no» chiudo, senza il minimo senso di colpa.
     Una donna in camera fa comodo, ma la solitudine prima del Tavolo non ha prezzo.
     È il mondo intero riassorbito in una combinazione attesa. Guardi le cose da una lontananza, che solo gli Dei.

4

     Capita spesso che si chieda al giocatore professionista qual è stata la prima volta in cui ha tentato l’azzardo sul serio, o quantomeno quando è diventato una scelta di vita. Personalmente, di storie colorite a riguardo ne ho diverse, e racconto l’una o l’altra a seconda della situazione e dell’uditorio. Sono tutte vere, beninteso, e in ognuna di quelle occasioni si è forgiato un pezzo della mia armatura ma la roccia da cui ho estratto la Excalibur, ciò che ha fatto di me un paladino della nobile arte dell’azzardo, quella non l’ho mai raccontata a nessuno e non ho ancora deciso se lo farò almeno qui.
     Non furono le carte, all’inizio, ma il biliardo. Giocavo molto meglio della media degli studenti del Liceo e quelle partite mi servivano per ripulire fighetti danarosi e pagarmi le spese. Iniziai al bar del paese, per ammazzare il tempo come fanno tutti, osservando con una punta d’invidia i “grandi” che giocavano con la stecca personale; splendidi oggetti di legno multicolore lavorati da piccole ditte artigianali oramai scomparse. All’epoca le migliori stecche erano le Vaula, e uscivano dalle mani sapienti di un artigiano torinese. Ora sono introvabili.
     Rino, il piastrellista, ne aveva una: la meravigliosa Vaula Arlecchino. Io, fino a quel giorno, riuscivo a giocare ritagliandomi qualche partita fra gli ambiti scontri dei professionisti del bar. Alcuni mi osservavano con simpatia e annuivano, suggerivano un tiro, una traiettoria. Loro erano il gotha e io l’apprendista. Fino a quando appunto, una domenica pomeriggio, ebbi l’ardire di commentare un tiro del Rino: «Potevi giocare un rinterzo, invece dello sfaccio.  Anche se non chiudevi avresti comunque difeso e non avresti perso».
     Mi squadrò da capo a piedi. «Uè», disse agli altri: «È arrivato il dottorino, qui» e poi a me, con un ghigno: «Allora facciamo così: partita secca ai cinquanta. Io mi gioco la Vaula che ti piace. Tu, ce l’hai cinquantamila da mettere in buca?»
     Ero un predestinato e vinsi saltando l’apprendistato: ammesso di diritto nel gotha locale. Ma il “piastrellista” non era uno che mollava, aveva il gioco nel sangue e voleva la sua rivincita. Ritentò, senza successo, con biglie e birilli, fino a quando, un giorno, mi ritrovai seduto al tavolo delle carte.
     Era un perdente, non fu difficile scoprirlo: i soldi che vinceva a biliardo coprivano solo una piccola percentuale delle perdite a carte. Il “mostro” lo stava divorando; in pochi mesi si giocò l’aziendina di famiglia, la moglie, che si accasò con un commercialista, e si ritrovò cottimista per una di quelle imprese che costruiscono casermoni nelle periferie delle grandi città.
     Lo rivedo qualche anno dopo alla stazione, entrambi in attesa del treno per Milano. Io Prima Classe, stazione centrale e poi taxi per Malpensa, lui abbonamento mensile in seconda, stazione di Lambrate e il solito furgone dei muratori ad attenderlo.Non ha più la Vaula, né la sua azienda, si spacca la schiena tutti i giorni, ma nemmeno l’ombra di un pentimento. Vuol ripartire, ricomprarsi tutto, dice, adesso a biliardo va forte più di prima!
     «Dottore, quando ripassi dal paese mi devi la rivincita», e ride.
     So che non ce la farà, ricomprarsi l’aziendina rimarrà un sogno e, dovesse riuscire, la rigiocherebbe. Eppure, se lo guardo mentre mi illustra i suoi progetti con gli occhi luccicanti e lo confronto agli altri zombie intabarrati e sonnolenti sul vagone, che si lasciano condurre come manzi immemori al macello quotidiano, capisco che qui dentro è l’unico vivo e vegeto.
     I proletari negli anni Novanta sono gli ultimi a credere alla rivoluzione, ma il Rino non lo metterà il capo sul ceppo, per farsi liquidare dalla mannaia del destino porco. È un pioniere, un profeta: fra qualche anno tutti i proletari del paese seguiranno il suo esempio e si convertiranno all’unica religione disponibile nell’Italia post-industriale, quella del Super Enalotto.

[…]

***

27 pensieri riguardo “Nome al tavolo Blackjack”

  1. Non mi pare corretto entrare nel campo degli affetti degli altri, per altro io Binaghi non lo conoscevo che come una voce del web, ma se si vuole fare una analisi vera dei testi di questo scrivente penso pure che chi lo conosceva dovrebbe pur fare lo sforzo di uscire da quel benedetto campo di cui sopra.
    Lo dico perché da Giulio Mozzi (che pure di letteratura se ne intende parecchio e sa scrivere) a Francesco Marotta (che pure di letteratura se ne intende parecchio e sa scrivere) fino a Antonio Paolacci (che non conosco ma mi fido) si leva quasi un coro unanime sul valore dello scrivente Binaghi. In questa introduzione si arriva a parlare di bluesman, di ritmo, di musica…
    A me invece leggendo Binaghi – al quale mai ho nascosto la mia disistima per i suoi lavori e per le sue idee su arte, letteratura e politica – non m’è mai capitato di rintracciare mezzo rigo che avesse una qualche importanza estetica o un qualche valore letterario. D’altronde questi pochi paragrafi dell’ultimo romanzo lo dimostrano ancora una volta: prendendo a casaccio nella banalità di immagini e pensieri del testo: “Eppure, se lo guardo mentre mi illustra i suoi progetti con gli occhi luccicanti e lo confronto agli altri zombie intabarrati e sonnolenti sul vagone, che si lasciano condurre come manzi immemori al macello quotidiano, capisco che qui dentro è l’unico vivo e vegeto”, per tacere della presentazione del protagonista….
    Forse sarò diventato sordo io – tutto può esse – ma il blues non lo sento…

  2. Ehi, Dinamo, fai parte del gruppo e ti sei sentito ferito nell’intimo? Su, forza, non scoraggiarti (qui ci stava un refuso, ma non fa nulla…), vedrai che la vita darà modo anche a te, prima o poi, prima o poi, prima o poi, prima… ok, quando vorrà lei, di prenderti le tue brave soddisfazioni. Prima o poi un ambo al Superenalotto toccherà anche a te e zac, la dinamo brillerà come una bobina di Tela. Forse…

    Blackjack

  3. Io ho dato un parere su un testo e sullo stile di Binaghi. Lei risponde insultandomi. Non c’è molto altro da aggiungere.

    Un saluto alla dimora e al suo storico gestore, nella speranza che non continui ancora per molto a fare orecchie da Buffoni.

  4. Non posso fare orecchie di nessun genere, Dinamo, perché non solo è troppo tardi per iniziare, ma anche perché so (e ne ho le prove) di non avere il fisico adatto (del ruolo, come si dice).

    Se capisco bene, mi stai rimproverando di non averti risposto, giusto? E cosa ti dovevo dire? Che rispetto il tuo giudizio ma che non è il mio? Ma dài, lo sai già benissimo.

    E poi, non ti nascondo che sono imbarazzato nel vedermi incluso in “cotanta schiera”: Mozzi e Paolacci sono due scrittori noti, due editor e critici di rango, io un semplice lettore a cui i libri di Valter Binaghi piacciono (e ti assicuro che non c’entra né la stima, né l’affetto, né una memoria che mi è oltremodo cara: quelle sono cose che non vendo in rete né altrove, sono parte di me).

    Ciao.

    fm

    1. Questa me l’ero persa. Francamente non capisco come a un cristiano gli possano piacere insieme i testi di Bolano (e di tanti altri grandissimi) e di Binaghi, con il quale mi confrontai proprio su queste faccende, un uomo che aveva delle idee sulla letteratura (e sulla politica) a dir poco aberranti (e che scriveva in maniera a dir poco aberrante… sotto lo standard stilistico di vanity fair). Comunque ammetto che può essere un limite mio. Però a volte, Francesco, te lo devo dire per onestà intellettuale, penso che non sei reale, che sei una sorta di nome collettivo. Boh.

  5. Caro Francesco, sai bene che amo chi mantiene un profilo basso ma tu ti esageri un po’ nel definirti un semplice lettore. Hai scritto una decina di raccolte poetiche, hai fatto traduzioni, introduzioni a scrittori, poeti, ecc, hai scritto diversi pezzi di critica letteraria, per non dire dell’immenso lavoro di ricerca, scouting e divulgazione condotta quassopra. E’ per questo che ti chiedo come fai ad apprezzare testi così banali… comunque, vabbene così.
    Ciao

  6. Dinamo, penso che nessun “medagliere” possa mai qualificare/quantificare una “dote” (in questo caso una specifica “cultura”), anche perché molte volte sia l’uno che l’altra sono nient’altro che patacche fumogene: in ogni caso, grazie per l’attestato.

    Sulla “banalità”, invece, non corcordo per niente e ti invito a leggere il libro (i libri), poi ne riparliamo. A che servirebbe dirti, in mancanza di un “contesto” più ampio, che in quelle tre-quattro pagine introduttive si esercita fino alla consunzione e al paradosso un’estrema “ratio mimetica” che ha il compito di spianare il campo all’irruzione di un “alfabeto allegorico”, la cifra ultima che Binaghi riconosce alla (sua) scrittura?

    Mi dirai che quel che ho pubblicato è poco per capirlo (e certo non potevo mettere nel post tutto il libro!), ma ritengo che, se ciò è vero, non è da dubitare nemmeno del fatto che sia poco, veramente poco, “giudicare” una scrittura dalle “impressioni” che ho tratto dalle mie discussioni in rete con l’autore.

    I testi sanno parlare da soli – e a prescindere – sempre.

    Ciao.

    fm

  7. Francesco, non era mia intenzione rilasciare attestati, so che non ne hai bisogno. Dicevo solo che non puoi considerarti un semplice lettore. Per giunta, hai un blog letterario autorevole che ha il potere di richiamare l’attenzione di un pubblico di letterati su alcuni autori, libri e fatti artistici anche del tutto inediti che tu selezioni…

    Il mio giudizio su Binaghi è maturato leggendo la sua narrativa che si trova copiosamente rappresentata in rete (non da ultimo qui sulla Dimora). Ti ricordo che Mozzi oltre ad ospitare diversi pezzi di Binaghi pubblicò a puntate un suo romanzo… insomma ho conoscenza diretta dei suoi testi, che parleranno pure, ma secondo me non dicono niente. Le discussioni, ti assicuro, non c’entrano niente.

    Un saluto

  8. Io insultare? E quando? Le garantisco, Dinamo, che se avessi voluto insultare, nessuno avrebbe avuto dubbi in merito. Ho semplicemente immaginato. Meglio, ho tentato di immaginare quale fosse la leva che l’ha spinta a stendere un così greve giudizio. Sono persino andato a leggere alcuni dei brani presenti nel suo blog (ho evitato di commentare, non mi pareva il caso).

    Non le piace l’ironia? Preferisce lavorare d’accetta e pretendere appoggio assoluto? Non si preoccupi, sono mancato per parecchio tempo dalla rete e fra non molto scomparirò e non la disturberò più. Non le farò sprecare altro tempo prezioso, sia mai che il suo “carpe diem” transiti veloce mentre la sto impegnando in una inutile discussione.

    Ossequi. Blackjack.

    1. Blackjack, la quasi totalità delle cose che ho scritto, in rete e fuori, si possono ritenere improntate all’umorismo, alla derisione dell’autorialità, dell’autore e dell’identità stilistica accademica. Non pretendo che lei vada a rileggersi il mio blog o ciò che ho pubblicato in questi anni, ma se le cose non le sa, mi faccia il piacere di tacere, perché dimostra solo di essere sprezzante senza alcun costrutto (come testimoniano, ahilei, i suoi interventi finora).

      Il suo commento precedente invece di rispondere nel merito della critica da me rivolta a Binghi, mi attaccava come persona, senza non dico ironia ma nemmeno con spiritosaggine. Era sarcasmo d’accatto, come spesso succede a chi non sa cosa rispondere agli argomenti e se la prende con chi li scrive.
      E visto che non c’arriva con le sue risorse glielo dico io cosa ha scritto: prima ha scritto con risentimento se mi sentivo uno zombie e se era per quello che non mi piaceva il paragrafetto da me citato come esempio di banalità e involuzione estetica (come vede, io intervengo su un contenuto, lei sulla persona).
      Poi mi piglia come un frustato, un po’ sfigato che invidia Binaghi ed è per quello che esprime scetticismo sul suo stile, sulla musicalità e i meriti decantati nell’introduzione al pezzo. Ancora una volta, oppone agli argomenti la denigrazione delle persone.

      Insomma, Blackjack, la saluto e faccia buone feste.

  9. Ok, come volevassi dimostrare, il fighetto ha messo in mostra tutta la sua capacità dialettica e, finalmente, è sceso dal fico mostrando i dentini. Ma povero piccolo, mi spieghi come puoi anche solo immaginare di distruggere un testo (come hai fatto), e assieme al testo anche l’autore (by the way) solo leggendo qualche paginetta?
    Un atteggiamento quanto meno presuntuoso.

    Poi, è divertente il tuo concetto di umorismo: quattro paroline in gergo, a mescere un pessimo dialetto con un banale italiano e zac, servito l’umorismo. Dai, da bravo, bel Dinamo: se nessuno ti ha ancora preso in considerazione ci sarà pure un motivo. Ci hai mai pensato?

    Sai, mi ricordi gli sfigati delle carte. Non vincono mai e la loro più grossa preoccupazione è quella di trovare sempre una spiegazione logica alle loro sconfitte, però li ritrovi sempre, puntuali come le tasse, nel foyer del Casinò a raccontare che, se a quel tavolo ci fossero stati loro, non si sarebbero limitati a vincere, ma avrebbero stravinto.

    Sei la loro fotocopia letteraria: nessuno ti pubblica nulla, nessuno ti si fila (nonostante i tuoi tentativi e non dirmi il contrario che allora sì che ci divertiamo), ma sei sempre nel “foyer” a spalare merda, e la cosa peggiore è che lo fai gratis, inventandoti chissà quale autocompenso.

    Quindi, per chiudere e arrivare alla sostanza: impara a parlare di ciò che conosci (leggi il libro) e poi avrai titolo per esprimere opinioni credibili e non cazzate da bar.
    Oppure nel suo mondo da fighetto umorista, è possibile apprendere per trasmissione divina del pensiero? oppure per induzione eterica della conoscenza?

    Tanto le dovevo.

    Blackjack

    PS: ha ragione, la considero un fallito frustrato (dal punto di vista letterario sia chiaro), e sono le sue parole a raccontarmelo. Lei non invidia Binaghi, lei invidia tutti quelli che fanno parte di quel mondo letterario nel quale lei, nonostante i suoi indubbi meriti, non è ancora stato ammesso.

  10. Penso che la prima risposta di Blackjack al commento di Dinamo sia sbagliata: “psicologizzare” sulla base di pochi elementi raccolti in fretta lascia davvero il tempo che trova. D’altra parte trovo comprensibile la sua stizza, considerando come il commento di Dinamo “assolutizzasse” in maniera indisponente la propria “risposta estetica”, circondandola di stupore nei confronti di coloro che, pur essendo da egli stimati come letterariamente competenti, non sembravano volere esprimere un’analoga condanna – circostanza questa che lo portava a sua volta a “psicologizzare”: oh, saranno certo ottenebrati dall’affetto, però suvvia, ad una “seria analisi” non si può sfuggire..
    Però questo scambio mi è complessivamente piaciuto perché ha condotto velocemente alla sua logica conclusione il problema dell’incompatibilità estetica: la reciproca svalutazione dei percorsi di vita che hanno presumibilmente determinato lo sviluppo di due così differenti sensibilità letterarie, l’una orientata tipicamente al “contenuto”, l’altra, altrettanto tipicamente, allo stile.

  11. Elio, ti sbagli. E ti faccio notare che psicologizzi pure tu.
    Io non faccio parte di alcuna corrente (semplificando: la faida che mi/ci attribusci tra contenutisti contro stilisti) e non mi sognerei mai di impastare una critica a chicchessia perché ha uno stile o una poetica troppo distanti dai miei. Posso assicurarti che è la cosa più lontana da me che ci sia. Il mio blog d’altronde lo dimostra e così i miei interessi che spaziano dagli “uni” agli “altri” (ammesso che esistano).
    Il mio su Binaghi è un semplice giudizio, indipendente da invidie, affetti, marchette, parrocchie e correntismi. Per me Binaghi scrive in maniera banale e ha scarsi contenuti. Non direi mai la stessa cosa del molto lontano da me Antonio Scavone o dell’ancora più lontano Mozzi o di, che ne so?, Elena Ferrante.

    Comunque, ti mando un saluto, m’ha fatto piacere risentirti.

  12. Grazie Dinamo, ricambio e ci aggiungo gli auguri, che estendo a tutti i presenti e passanti :-)
    Ritornando a Binaghi, negando la mia ipotesi esplicativa di una differente dislocazione nel campo letterario, la tua bocciatura diventa assoluta: ci sarebbe allora da chiederesi come abbia fatto a cattivarsi tante simpatie in presenza di un “fallimento” tanto clamoroso. No, credo che spaziare un po’ su tutto non equivalga ad essere universalmente ricettivi e che quindi un minimo di relativizzazione del tuo giudizio dovresti accettarla. Io di Binaghi ho letto “Devoti a Babele” e non mi ha entusiasmato: ci trovavo un certo sapore “didascalico”, probabilmente correlato alla sua attività didattica, che avvertivo anche nei suoi articoli su blog, dove mi sembrava accumulare troppi materiali già “noti”, come se da una loro migliore collocazione corale dovesse evidenziarsi quel senso profondo, “veritativo”, che egli riteneva di avere individuato attraverso il ritorno alla fede cristiana. Mi sembra che questo tipo di sforzo si configuri a notevole distanza da quello che ho colto della tua posizione, una ricerca della bellezza che mi è sembrata connotata da scetticismo, ironia, e forse anche un certo nichilismo di fondo. Insomma io penso che la coppia (Binaghi,Blackjack – di cui ricordo molti interventi interessanti sul web) possa tuttavia aver prodotto un’opera interessante.

  13. E ti pareva che non entrasse il “minisega mentale” a sparare giudizi. La fanteria in questi casi non manca mai :) Poco male :)

    Per il resto ribadisco che un testo può essere giudicato solo dopo averlo letto. Il resto sono solo chiacchiere assolutamente inutili e (spesso) inutilmente offensive e/o astiose.

    Constatavo invece, su un altro blog, quanto sia stronzo il mondo della letteratura. Passati i peana (poco costosi) scritti dopo la morte di Valter, gli “scrittori/intellettuali” che l’hanno consociuto, frequentato per anni, discusso con lui e che si sono ricordati del suo ultimo libro, si contano sulle dita della mano di un falegname. Improvvisamente hanno disimparato tutti a scrivere.
    Un bel concentrato di, scusate il francesismo, pezzi di merda.

    Sia chiaro che l’ultima considerazione non ha nulla a che vedere con DInamo; onde evitare equivoci. Almeno lui ha cpommentato.

    Ne approfitto per ringraziare Marotta per aver dedicato un post al libro di Valter (ringraziamento sentito, nonostante le antiche discussioni e diverse posizioni personali).

    Blackjack

  14. Dadas las circunstancias desconfías hasta de tus propios ojos
    forcejeos corretizas pleitos de qué calibres
    se esconden bajo las ropas más rasposas

    los miedosos se trepan a los árboles
    los más ágiles prefieren andar señalando con el dedo
    el momento exacto en que la atmósfera se enrarece
    hasta decir basta
    & comienzan a derrumbarse los aviones como en una secuencia
    de cine mudo en la que los brazos de los moribundos
    se mueven como aspas
    sin explicarse el porqué de ese horizonte ensalivado por el fuego

    Aunque el cielo -aparentemente- se vea sobrio & despejado
    como enemigo irreconciliable de las Artes Plásticas
    & casi nadie repare en el loquito que besa lame muerde su reloj
    sin manecillas
    mientras pregunta se estará enfriando la tierra
    no nos estaremos saliendo de la órbita???

    seguro de que en un caso así hasta Jerry Lewis lloraría sinceramente.

  15. non se ne parla nemmeno, lc

    uno degli spettacoli più ridicoli nel campo delle lettere è l’autotraduzione in un’altra lingua; secondo solo a quello, miserevole ma particolarmente in voga, del poeta(stro) criticonzolo che scrive la sua recensione dopo averne concordato il contenuto con l’autore

    puoi sempre tradurlo tu, non sei di madrelingua ispanica?

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