Vanità verbali

Alberto Burri, Sacco e rosso, 1954

Emilio Villa

«È l’ultimo, e grandioso, accertamento di una segretezza della fissità perenne e della indifferenza dell’essere. Non dell’essere “qui e ora”, che è vano; ma dell’essere né qui, né ora, né ovunque, né mai»

Vanità verbali

PRIMAVERA

Bussano alla ringhiera di palpiti e di frondami a faràndola, illusi-illesi riverberi di erbe, di vele e parallele d’anima, i labirinti teneri del nutrimento, gli indivisibili tragitti, le inquiete traiettorie, le rosee cicatrici e le gengive, e respirose scintille: aria (in)crédula penetra nelle lunghignate, nelle trasparenze, tra il dissolversi erratico, e le tinte declinate in vestine di arcaiche puerizie, di mutui congedi, di alternanti assenze mitiche, perséfoni o demétre, perversità o demenze in fiore: e allora, adesso, dunque, così, perché l’anno, l’affanno anzi, sorvola le ingiurie delicate del ridente pulsare, di consumate piccole bufere, a pascolo di tepori inauditi, irriverenti, a fragili riverberi penitenziali.
I topi disciolti ora sappiamo con quale smorta letizia accumulano e verseggiano notizie geolatriche, per combinare in giuste materie e rette connessioni e intrecci sacri le patrie dolci del nido. Preda gracile e sommersa, sarabanda di lucori e di occhieggi, ogni stagione, ohi monella, è difficile, difficile da ascoltare, difficilissima da ricordare; spettro in tránsito remoto, si fa appena, friabile velame sceso a sobillare òmeri di bambine, la primavera, confusa nelle righe ormonali delle sue segrete angosce, nelle sue tane carnali, di polpa e in epidérmide.

ESTATE
Stabat nuda aestas

È questa la stagione che abbraccia e che trafigge, incendia a folate e scava una alterna aia monotona, una eternità nascosta alle sue avverse sontuose absidi, sparizioni in caduta di memoriali roghi, crepe al suo corroso declivio di frontiere celesti, a nostalgie di cateratte insonni arroventate lungo il sogno ormai svuotato, e scarne funi di approdi invisibili. Sui roveti, su lacere balaustre, come porte e rughe raggianti, in fughe stizzose, e non altrove, esplode l’eclisse a perdere. E non può essere in altro luogo, in tempo altro, che qui, ora, dove tu afferri l’avvento abbacinato, e miri a vanvera e rudimento la saetta che (s)crépola forze prodigiose, e rilassi di trincee, di allarmi dei sensi, di cacce seminali, inconsulte, di purissime salamandre cieche dormienti nel fuoco: non altrove che qui la inquieta stagione esulta, morde e abbatte.
Un amore rovesciato chiude ormai in unico e avverso torpore, o crèpola, o particola di cecità universa, il giorno lungo e nuovo, voli raggianti e gorghi a galla nell’esteso dei dirupi e delle minime travéggole: anche il vento è in crisi, in rivolta, brucia un cuore magro, vago, brado, nelle frange della cute.

AUTUNNO

Sgravata sfinge, dico, ahi mónade occulta: concavi occhiaie, eredi di cicliche ombrie, di confutate farfalle, di inutili primogeniture, è un antico sogno di mosca ritornato ora a noi, spicciolo caos di crápule o di sete e interludii in fotosintesi: voci e veci, e miríadi di morsure senza parete, sensi scarniti senza più memoria, grigissimo miele di sopori orbati, fosca rete, scomposti nell’iride iridata che declina sui chiusi orienti, pronti a indormentarsi dentro pupille migranti, distillate dal vento, la lagna lagna di vertigini trema a contatto con lo spavento, con i corpi di lunone matte che si celano di là, di fiumi di insidie, di isole sparite, di sparute regioni, in una brezza breve di più niente, argentea, già trema e cede, se non ai grandi passi smarriti del vento, cede ai dolcissimi riflessi del dimenticare, da dimenticare. E finalmente si chiude a immemoriali dissapori di rassegnazioni, di crepuscolo, di spenta densità, il tempo: severa sciabolata di intelletto, fulmine nel gioco che preme, libero, dei nembi opacizzati (l’ossessione di amore necessario; il sibilo della menta screpolata lungo il ciglio dei venti scesi dalla Grande Valle, sfaldi in latitudini e in indirizzi anulari, in ulcere e in echi fermi, apatici, nei solchi agonizzanti) in equilibrio scorre, scatta in ebbro tíaso di penombre, e sommesso delirio di tinteggiature assenti, e crome timide, intimidite, sopra la grazia cieca della vigna tutta denudata, scheletro e palinsesto, e volo placido di crévole, di alzávole, di poiane, in temperature sgombre, inesistenti pelli di atmosphere, dove si ripiega la rondine creata a beate necropoli.

INVERNO
hiberna statio

E invece è crisi, e di scarso nome, qualunque reibernata furtività, fontana di semenze funeree e di pupille senza orizzonti. Certo! verrà, ma dopo, verrà dopo l’insopprimibile strazio delle primavere discinte, infantile nudità dei mondi ennessimi, certo verrà una qualunque primavera a cancellare il tuo nome, inverno. Ma ora tu saluta l’ultimissima ressa delle folaghe, a precipizio sul disagio dello stagno che domani è ghiaccio e tu saluta gli impulsi edili di ronfi e del ragno che si appende ai travi: smorta aspettativa d’acque e di lampaneggi, di frenate concomitanze, di rovesci che covano urne incarognite, e bucce di ventri arroganti, freddi scrépoli di furtivi fluttuanti scenari senza fine, perché questa stagione, questa ha pure un nome, un nome da zittire, un nome al quarzo da risospingere in là, in sù, in dentro, non orrido, come un tabernacolo di livido colorato, come fosse un rivale, e rivale il tragitto delle reticenze assidue, ostinate, forse originarie, e ne fa lettere e segnali, chiamate e graffiti che intagliano il cielo raggrinzito. Tutte le stagioni sono essenze uguali e diseguali, e vanno spalla a spalla: e come son giunti alla nostra vena, alla nostra dominazione da abrasivi mondi linguali, antichi, antichi, i nomi ladri della stagione inverna? Trepidante, infermo nome. Dicono: <em<gheimri-no, poi íberno, e infine in verno; e anche remale, per una opaca chimera, cheím /híem, di atlanti sfoltiti al nord dell’europa: per una retata di colori allo stralúnio e vertici invariati, perentori, di nebbie immonde e vereconde caste chiare nevi delle langhe.
E forse tutte le stagioni alzano a vessillo un nome, ma non hanno un senso; e acerbo in croste e ingarbugliato vive sempre e sente e brulica il veridico colorito di questa aia monotona che fu il mondo prossimo a morire. Quindi…

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Vanità verbali fu scritto nel 1983 e pubblicato su “il Verri”, n. 7-8, del 1998. Fu poi incluso nel volume Emilio Villa. Poeta e scrittore, Milano, Mazzotta, 2008.

Ora in:
AA.VV., Parabol(ich)e dell’ultimo giorno
(Per Emilio Villa)

a cura di Enzo Campi
Sasso Marconi (BO) / Milano
Le Voci della Luna / Dot.Com Press, 2013

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Parabol(ich)e dell'ultimo giorno

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2 pensieri riguardo “Vanità verbali”

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