“Lascia un commento”

Like: ovvero il commento nell'epoca dell'homo zuckerbergiensin.
Like: ovvero il commento nell’epoca
dell’homo zuckerbergiensis.

Antonio Scavone

“Lascia un commento”

     Cosa spinge i visitatori di un blog a far sentire la propria presenza di lettori per un post (una poesia, un racconto, una chiosa critica) che li abbia particolarmente colpiti? Sono tante le sollecitazioni, oggettive e soggettive, personali o ambientali, che persuadono i lettori a testimoniare la traccia del loro casuale passaggio.
    È, innanzi tutto, l’originalità del testo pubblicato a favorire una sia pur breve nota di commento (il salomonico “Mi piace/Non mi piace”), ma concorrono anche altri fattori a promuovere questa sorta di testimonianza. Può essere la familiarità con l’autore o addirittura la conoscenza diretta, talvolta amicale, per cui, spesso, taluni autori vengono “commentati” da chi solitamente li legge, li frequenta, magnificandoli, esaltandosi. Altri autori, invece, restano intonsi, magari seguiti ma non interfacciati. È naturale: è sempre più facile e gratificante confrontarsi con chi si conosce da sempre e già si apprezza piuttosto che con quelli che ci sembrano ostici e narcisistici. C’è qualcuno che polemizza, di tanto in tanto, ma solo in rari casi si arriva ad una contrapposizione insanabile: si preferisce glissare, trascurare, eludere.
     Molto dipende dal web-editor e dai suoi collaboratori: pur nella libertà fervidamente assicurata all’espressività individuale, vigono di fondo – e tacitamente – regole che tutti accettano e che non riguardano solo una cerimoniosa netiquette. Sono regole culturali e attengono all’originalità del testo pubblicato, ad una sua leggibilità condivisibile (eletta finché si vuole ma attendibile), nonché ad una garanzia di ufficialità (personalistica, certo, ma saggisticamente consolidata).
     I commenti, poi, sono quanto di più estemporaneo vi possa essere: si commenta ringraziando, argomentando, almanaccando. A volte una parola, una frase, un rigo appena…
     I commenti sono una risorsa primaria di un blog: più sono numerosi e più quel blog attraverso il post pubblicato (e viceversa) acquista credibilità e spessore. Ma se la maggior parte dei commenti si manifesta in un clima e in un rapporto di conoscenza e di fiducia, quanto sono sinceri allora i commenti che leggiamo?
     È doveroso chiarire che i commenti sono eminentemente discrezionali e volontari: si commenta perché si vuole farlo, non perché si debba ma alla liberalità di un commento non è detto che corrisponda anche una sua sincerità.
     Molte volte i commenti lasciano il tempo che trovano, nel senso che si esauriscono in una sequela di ringraziamenti reciproci, oppure in una sorta di contrappello, come marcando un badge di presenza al posto di lavoro. Altre volte sono esili, anonimi e ubiqui, che fanno pensare ad un’irrinunciabile compensazione fra colleghi, ad una consuetudine formale, quel bon ton che non costa fatica e che, anzi, è di buon gusto esibire. D’altra parte, un commento (di qualsivoglia specie) non attesta solo una partecipazione ma anche una prossimità, una pregnante presenza di sé, insomma il “C’ero anch’io” di una sovraesposizione minimalistica.
     Resta, comunque, la questione della sincerità per quel che riguarda la sua indubitabile veridicità o la sua sorprendente acutezza o, ancora, la sua invidiabile o deludente stringatezza. I commenti, è ovvio, riflettono la personalità di chi li compone e li lascia nel web: lunghi o brevi, entusiastici o critici, non affondano mai il colpo, né in un senso né in un altro. Si autoconservano su posizioni individuali (talvolta di comodo), districandosi en passant tra formalità (o formalismi) ed elegante opportunismo. Si concentrano un po’ ossessivamente su autori o tematiche che rimandano alle esperienze personali di coloro che li pubblicano e non si arriva a capire se facciano cultura, con il post che chiosano, o solo empatia generazionale.
     Alcuni blog, poi, pongono un’opzione di protezione, una riserva di accettazione, una sorta di anti-virus filologico contro il pericolo di turpiloquio, di sconcezze, di attacchi negazionistici. L’anti-virus (chiamato talora “moderazione”) dovrebbe servire e proteggere dalle inesattezze, da dichiarazioni di saccenza, da deliberati qui-pro-quo, da lacune o incongruità di pensiero e di formazione. Un blog non può certo proibire l’uso del commento né può dettarne le linee di composizione, un blog si apre e si affida alle parole di tutti (a volte “parole in libertà”) e di sicuro non vorremmo che fossero sempre e solo i docenti universitari a discettare sui nostri gusti o sulle nostre preferenze culturali.
     La sincerità, quindi, talvolta è autentica, talvolta è graziosa, talvolta è effimera: sembra, leggendo certi commenti, di trovarsi in un salotto confortevole dove amici di vecchia data dibattono piacevolmente ardue tematiche, confrontano opinioni già acquisite al loro background, concordano su spunti e rimandi che una poesia o un racconto hanno fatto lievitare. Oppure sembra di stare in quelle riunioni pre-congressuali o pre-conciliari nelle quali le argomentazioni e le idee vengono esposte al risparmio per non infierire sugli altri e non farsi aggredire dagli altri. Cosa si vorrebbe o cosa ci aspetteremmo da un salotto di amici? È la liturgia delle buone intenzioni, delle buone parole ispirate dal peso degli anni che incalzano, di un’amicalità pronta a sparire quando il gioco si fa molesto, discriminante. È un kammerspiel deliberativo, auto-assertivo, dove la sincerità riposa su una drammaturgia tacita e opaca e tuttavia da ognuno cooptata ante litteram. In fondo si è sinceri e compatibilmente acuti, si è sinceri e discretamente veritieri.
     Autori senza commenti o solo con commenti dei loro sodali, che autori sono? Alteri, incompresi, permalosi, trascurabili? E autori di molti commenti sarebbero quelli di tendenza? Intendiamoci, i commenti non sono un punteggio di celebrità, non sono medaglie olimpiche, non aumentano né diminuiscono stima e valore. Diciamo allora che gli autori pubblicati su un blog sono quelli che per primi si espongono, anche se a volte restano invisibili. Si espongono per il semplice fatto di esprimersi e sono o saranno pronti a difendere il loro post tanto per una naturale esigenza di protezione, tanto per una naturale esigenza di vanità.
     Agli autori non compete di essere sinceri ma solo interessanti ed è ai lettori, ai visitatori, che incombe il diritto-dovere della sincerità e dell’avvedutezza. In fondo, i lettori dei blog sono come i passanti che guardano una vetrina: sono indecisi se entrare in quella bottega, indecisi sul prezzo da spendere, timorosi di un incauto acquisto ma intanto guardano, si fanno un’idea, provano la smania di partecipare o la risolutezza di andare oltre. Quei passanti si fermeranno a un’altra vetrina, a un’altra bottega, è pacifico: lo dicono anche i camionisti: “Mai fermarsi alla prima osteria!”.
     Siamo tutti liberi di fare o scrivere quello che ci piace ma un blog che ci invita a commentare non intende soddisfare solo il nostro piacere, stimola anche la nostra coscienza, la nostra voglia di comunicare e di essere. D’accordo, anche un blog è un salotto ma cambia continuamente tappezzeria e cuscini, poltrone e divani semplicemente perché si rinnova ogni giorno, presuntuosamente.

44 pensieri riguardo ““Lascia un commento””

  1. “… i lettori dei blog sono come i passanti che guardano una vetrina: sono indecisi se entrare in quella bottega, indecisi sul prezzo da spendere, timorosi di un incauto acquisto ma intanto guardano, si fanno un’idea, provano la smania di partecipare o la risolutezza di andare oltre.”.
    Questa “vetrina” è per me come certe boutique in Via Montenapoleone: ne sono attratta perché mi attraggone le “cose belle”.
    Entro ora solo per dire la mia silenziosa ammirazione, ben sapendo quanta cautela e quanta sensibilità richiedano le “cose belle” che nutrono la mia quotidiana miseria.
    Insomma, quoto il sintetico commento di Branoalcollo…

  2. Il commento può essere a volte sincero, in genere è una specie di “… è stato qui”, qualche altra volta è una leccatina di culo perché a certi non si può dire cosa si pensa, soprattutto se autoroni conclamati e può capitare che i ncaso di commenti fuori coro la possibilità di commentare venga chiusa, è capitato e capita. Si dovrebbe commentare solo se in realtà si ha veramente qualcosa da dire, il resto è folk web.

    1. E aggiungo: se un autore qui pubblicato non gradisse “critiche” argomentate ai suoi testi, può benissimo accomodarsi altrove.

      Fermo restando che che bello! e fa schifo! non sono due critiche (tanto meno “argomentate”), ma solo due emerite stronzate…

      fm

    1. Non sono d’accordo. Un commento intelligente, in positivo o in negativo – che parta comunque dall’analisi argomentata del testo – è capace non solo di portare chiavi di accesso alla comprensione di un’opera, ma anche di fornire all’autore “attento” elementi di riflessione capaci di stimolarne la “crescita”.
      E’ esattamente quello che la rete letteraria faceva – e alla grande – prima della deriva delle menti e delle intelligenze indotta da fb e prima dell’alluvione dei blog delle case editrici e dell’accademia (questi ultimi specializzati nella masturbazione e nella fellatio in pubblico).

      fm

      1. La sinteticità non aiuta, almeno nel mio caso.
        Le pietre tombali sono, in fondo, tutto ciò che depositiamo sul “suolo” della rete. Ad ogni viaggiatore che vi sosti, passeggiando per questo speciale cimitero, il compito di scorgere quelle minutissime parole vergate, testimonianza di un’ansia dell’esistere che qui come altrove manifesta la propria necessità.

      2. “…fornire all’autore “attento” elementi di riflessione capaci di stimolarne la “crescita”….
        Esattamente questo condivido di più anch’io, Francesco. Ciao da Sercord

  3. E’, questa di Antonio Scavone, un’analisi davvero necessaria e approfondita su un fenomeno così diffuso nel web.
    Mi chiedo se alla fine non si possa migliorare il salotto virtuale rendendolo più sincero, anzi direi assolutamente limpido, attraverso l’anonimato dei commenti. La butto là, In tutta sincerità, per uno scambio altrettanto sincero: il commento in anonimo eviterebbe -purchè in rigore di netiquette e dunque sottoposto a moderazione – il narciso, l’autoreferenzialità, l’obbligo amicale o di gratitudine, la reverenza alla redazione, il timore di non aver strumenti culturali adeguati per un commento che vada oltre la semplice espressione di ammirazione e di grazie, e ogni altra motivazione avanzata in quest’analisi. Insomma si potrebbe trovare un metodo per esprimere sinceramente il piacere o il possibile non gradimento nella lettura del post, senza che nessuno si offenda, senza che nessuno si autoesalti. Potrebbe essere solo un suggerimento lasciando, ovviamente, a tutti la libertà di commentare con il proprio nome.
    Il mio sincero grazie ad Antonio Scavone, a Francesco e a tutti i sinceri lettori di questo blog,
    Annamaria Ferramosca

  4. Cara Annamaria, non è la natura del commento ad essere mutata, è la rete letteraria, per quel che è diventata, a non avere più senso: in un mondo dove tutti sono poeti e critici, è il commento stesso, inteso come esercizio di intelligenza applicata ad un testo o a un’opera (con tutto l’apparato di strumenti indispensabili che quell’esercizio comporta), a non avere più ragion d’essere e dimora.

    Sull’anonimato e sulla moderazione preventiva, invece, personalmente non sono d’accordo.

    Grazie a te e a tutti per gli interventi.

    fm

  5. Amici, io penso che commentare attiene al sentire e al voler proseguire un dialogo con l’autore. A volte i ringraziamenti sono d’obbligo perché ci si sente illuminati dal post e per me vige il principio di voler stringere la mano all’autore per farsì che ci si possa accostare meglio a lui cercando di capirlo e di essere sempre più disposto al dialogo.Qui ho trovato sempre queste opportunità e ritengo che il vero vantaggio per il lettore è aver potuto avere questa possibilità di arricchimento e perché no a volte la conferma di alcuni personali assunti non espressi pubblicamente e compiutamente.
    Naturalmente,valgono le regole del rispetto e della buona educazione. Ritengo inoltre che sia sbagliato l’intento di polemizzare e quanto si vuole manifestare un dissenso corre l’obbligo di argomentare e avere il coraggio di esporre le proprie tesi, sia pure in modo succinto, per offrire il proprio punto di vista. Penso anche non occorrono mai i inomignoli telematici ma il proprio nome e cognome. Quando io parlo direttamente con qualcuno non sono privo del mio nome e non sono una specie di anonimo e ho sempre commentato lasciando il mio indirizzo completo ovunque sia capitato e qui non mi è mai capitato che sia stato escluso da una cordialità e da un sorriso.
    Commentare significa questo per me e vi saluto con affetto sincero, Gaetano Calabrese dall’Irpinia.

  6. Caro Francesco, la mia è una semplice proposta per prevenire…
    Temo che il tuo evidente disaccordo scoraggerà qualcuno dall’esprimere un eventuale consenso al mio suggerimento e, vedrai, fioccheranno i commenti di non adesione . Comunque mi appare chiaro che se il web director non è d’accordo, non se ne parla neanche. Va bene così, allora. un caro saluto,
    annamaria

    1. Brevemente, perché stanno togliendo il collegamento (ma ci ritornerò).
      Credo che la “moderazione” sia l’anticamera della censura, comunque la si riguardi; e che in un mondo dove esiste il rispetto per il lavoro dell’altro, scrivere e spiegare, col proprio nome, perché i testi di un amico non ci convincono, sia un esercizio di onestà intellettuale e di decoro etico personale.
      Il resto è tutto un gioco a rimpiattino tra “maschere”: io scrivo su di te che, alla prossima, scriverai su di me…

      Queste pratiche preferisco lasciarle alle cosche di professionisti che infestano la rete…

      fm

  7. a mo’ di nuovo commento potrebbesi inserire “il caso del commentatore fortunato” tratto appunto dal “nuovo commento” di gm

  8. @ Annamaria Ferramosca

    Il fatto che il web-editor non sia d’accordo, non significa che non se ne possa parlare: chi ha detto una cosa del genere? Non certo io.

    Non mi ritengo un web-editor, solo uno che gestisce, insieme ad altri, un blog dove pubblica testi che gli piacciono e che ritiene degni di attenzione. Fatto questo, quando posso, esprimo il mio pensiero come tutti – e questo pensiero vale esattamente come e quanto quello degli altri.

    Il mio disaccordo, nel caso della tua proposta, non nasce da una posizione preconcetta ma dalla frequentazione della rete letteraria nell’ultimo decennio: ne ho seguito l’evoluzione dai tempi dei primi pioneristici portali fino ad oggi e mi son fatto l’idea – magari sbaglio ma è la mia -, che il “panorama” attuale, quasi interamente votato all’utile e allo scambio, non ha più niente di quelli che io ritengo essere i requisiti minimi per una “condivisione critica” dei saperi e delle esperienze legate alla scrittura.

    Va da sé che le eccezioni ci sono, ma non fanno che confermare una regola alla quale sono e voglio rimanere estraneo.

    Perché, tanto per fare un esempio, se voglio dire che un libro o l’opera intera di fm non mi convince, né nelle intenzioni né nelle produzioni, devo passare questo pensiero in forma anonima?
    Perché fm si offende? E perché dovrebbe, se io argomento dettagliatamente il mio giudizio, al quale può sempre, civilmente, contrapporre il suo?
    Perché poi fm mi chiude l’accesso al suo blog? Ma non scherziamo, per carità: in questo blog ci sono decine di post di persone, tre o quattro in particolare, che i miei testi li hanno fatti letteralmente a pezzi; ci sono articoli e testi di autori che non scriverebbero un rigo nemmeno per scherzo; ci sono carrettate di bit di altri che, serviti e riveriti, se ne sono andati senza nemmeno dire “buonasera” o chiudere la porta.

    Solo per essere chiaro.

    Con affetto.

    fm

  9. @ all’orizzonte

    L’ansia di esistere che si manifesta nella scrittura, nella rete odierna è, quasi sempre, parossistica voglia di apparire, di esserci a tutti i costi.

    Si può coltivare anche in un altro modo: con l’esercizio e il silenzio, nella più totale inappartenenza e “in-esistenza”.

    Es.: Michele Ranchetti ha pubblicato il primo dei suoi due libri di poesia a sessantasei anni, il secondo vicino agli ottanta. Sono due libri che “resteranno”. Cosa resterà delle cianfrusaglie di chi scrive una silloge al mese? Cosa resterà di questa messe di scritture senza futuro?

    fm

  10. Finalmente!
    Attendevo da tempo un post come questo, anzi, a volte, ero così rammaricata per tutti i post che scorrevano a 0 commenti che avrei voluto scrivere qualcosa anch’io ma non l’ho mai fatto per una specie di riguardo all’autore e al padrone di casa.
    Adesso Antonio ( e chi altrimenti? ) lancia questo sasso. Benedette parole che dicono, le sue, quelle di Francesco, quelle di alcuni commentatori come Gaetano Calabrese.
    ho sempre pensato, fin dalle prime volte che mi sono accostata a un blog, che mi sarebbe piaciuto conoscere davvero i vari autori che mi davano nuovi spunti di riflessione, capire se davvero i loro scritti celassero il loro reale essere. E, anche se ogni autore può avere dentro milioni di personaggi e storie o versi o ritmi, calore o ghiaccio, non mi sono mai intimidita difronte a nessuno, anzi, spesso, pur dichiarando una certa qual mia ignoranza in materia, ho commentato con le parole che la mente e il cuore suggeriva.
    Credo che per scrivere un commento non bisogna essere per for za dei sapientoni, piuttosto sapere riconoscere la bellezza e la grandezza quando ci sembra di trovarla.
    Un commento deve essere soprattutto partecipazione,scambio interpersonale fra autore e lettore o addirittura, è capitato a volte, tra autore e più lettori . A questo proposito ricordo tempi felici su questa Dimora quando la adsl mi aiutava e potevo rispondere quasi “in diretta” a una battuta di un poeta, a una risposta di Francesco, insomma, attraverso la cultura, seppure sul web, io potevo comunicare. E’ questa la parola, comunicare, alla quale penso quando mi accingo a un commento.
    E i commenti scritti solo per dovere a me non piacciono, non hanno senso e credo addirittura sminuiscano lo stesso autore,
    Cosa me ne faccio io di un bene-brava-bis se poi tutto fingrande isce nel piattume delle formalità e della dissolvenza?
    Però io sono stata fortunata perché ho chiesto e mi è stato dato.
    E credetemi non per nulla cosa da poco trovare e poi conoscere attraverso la scrittura, quale che sia il genere, amici veri con cui continuare i commenti anche al telefono. A me è successo, e a voi?

    Un abbraccio grande- ai miei giganti nel cuore e un caro saluto a tutti gli intervenuti.

    jolanda

  11. Il titolo dell’articolo ha catturato la mia attenzione. Lascio un commento senza conoscere l’autore e quindi con il limite del solo letto.
    In realtà non essendo d’accordo con quasi nulla di quanto scritto nell’articolo, mi vien da pensare che l’immagine di blog che possiedo sia semplicemente diversa. E una voce un pò fuori dal coro, inoltre, credo sia sempre utile, come una boa al largo, che indica il limite delle acque sicure.
    Concordo, ad esempio su ” I commenti sono una risorsa primaria di un blog: più sono numerosi e più quel blog attraverso il post pubblicato (e viceversa) acquista credibilità e spessore.” cambiando però le ultime due parole in “visibilità”. Mi piace pensare che chi commenta si voglia mettere in relazione diretta con lo scrittore e con gli altri lettori. E’ in questo cortocircuito che sta la potenza del blog. Poi il resto è nella qualità della relazione; esattamente come quando parliamo con qualcuno. Né più né meno. Se ho voglia di mettermi in gioco esprimo critiche costruttive, altrimenti passo agli small-talks o meglio non commento affatto. Non sempre ci si presenta, anzi. A volte si vuole lasciare solo un sorriso, senza impegno.
    Quello che forse conta è il target a cui lo scritto è diretto. C’è sempre un target, magari inconscio, ma c’è. Fa piacere che tutti siano d’accordo, ma in realtà è il consenso articolato che da soddisfazione.
    Un saluto.

  12. Ah i commenti! Per anni sono stati praticamente tutto, spesso con grande stizza dell’autore del post, che si vedeva i materiali offerti subito presi a morsi, lacerati, i pezzi trascinati da una parte all’altra. Perché quando andava bene quei materiali fornivano semplicemente il tema alla filippica di ciascuno, che subito s’avvinghiava a quella del prossimo, cercando di addentarne il ventre molle. Era l’arena del rischio, dei grandi tentativi culminanti in un ruzzolone, delle “reputazioni” lentamente guadagnate e velocemente perdute (e infine obliate) degli sgarri imperdonabili. Erano i tempi dei “troll” creativi, e l’anonimato serviva, eccome! Tutto questo creava un ambiente incredibilmente acido, entro il quale le catene retoriche iniziavano subito a friggere, per poi scindersi e talvolta ricombinarsi mirabilmente. Ricordo grandi spettacoli, però alla fine tutto questo ribollire non mi sembra abbia prodotto alcuna “grande sintesi” e probabilmente la stanchezza ha ricondotto tutti (salvo qualche focolaio attardato) alla confortevole ipocrisia della “vita reale”. Ma lo sforzo c’è stato, io l’ho visto, e vi ho un poco anche partecipato.

  13. Scrive uno che commenta poco, cioè io. Questo blog è uno dei pochissimi siti dove passo quotidianamente o quasi, nel tempo che gli impegni – che tutti abbiamo – mi lasciano. E ammetto, per onestà, di essere uno di quei frequentatori che Antonio, con grande arguzia, cita nel suo post: a volte lascio due righe per un saluto che mi sembra necessario e “dovuto” per persone che apprezzo, a volte niente quando non apprezzo abbastanza o quando non ho il tempo o la testa per un segno che sia almeno sensato.
    Non so se la cortesia di due righe per qualcuno che si conosce e si apprezza corrisponda alla piaggeria; nel mio modo di vedere no, è un saluto, un riconoscimento, un qualcosa che sento umanamente dovuto ad alcuni, non a molti. E’ vero invece che se trovo qualcosa che non apprezzo preferisco il silenzio, e forse sarebbe meglio dire che cosa non va, cosa non convince, per favorire un dialogo vero che potrebbe essere utile a tutti, per primo all’autore. In realtà io non penso proprio di essere un buon critico, e dunque il mio tacere è anche un’ammissione di impreparazione. Del resto abbiamo visto dei siti dove la discussione degenera e dalla critica – giustissima – si passa velocemente all’esaltazione del critico, di chi scrive, fa appunti, note, ma lo fa soprattutto per dimostrare una propria presunta superiorità.
    Proprio perchè questo grande ribollire non ha prodotto una vera e propria sintesi, come scrive onestamente Elio prima di me, penso che l’anonimato sia da evitare. Confermo che fm non ha mai censurato niente, non solo nei commenti, ma anche verso chi, come me, ha l’onore e la possibilità di pubblicare qui. Ma che almeno si senta la necessità di mettere non dico la faccia, ma almeno il nome mi sembra necessario, altrimenti diventa una virtualità gratuita, dove tutti possono dire tutto senza dover (non pagare le conseguenze, non ce ne sono) dire da chi e perchè le osservazioni vengono fatte. Forse il problema è a monte: dovremmo abituarci a fare e ricevere critiche, e in questo paese dove abbondano i potenziali premi Nobel (io per primo) ma non i lettori e gli ascoltatori, il numero di commenti diventa il metro del valore di un post. E questo valore-non valore fa saltare tutto.
    Grazie ad Antonio per avere scritto nero su bianco quello che tutti sappiamo bene senza ammetterlo con la stessa naturalezza.

    Francesco t.

  14. @Francesco, J. Catalano, C. Dainesi, F.Tomada

    Comprendo appieno, caro Francesco, la tua posizione. E sulla censura-moderazione apprezzo molto il tuo Non qui: né ora, né mai. Conosco bene la tua etica limpida e rispetto la tua idea sull’anonimato, e vorrei anche puntualizzare che personalmente (ci conosciamo da anni!) ho sempre e dovunque firmato i miei commenti. Ma qui intendevo dare una visione diversa delle dinamiche attive nei blog e di una possibile altra modalità di commento, proprio per favorire quel che tu stesso auspichi debba accadere, quel poter “fornire all’autore “attento” elementi di riflessione capaci di stimolarne la crescita”. Infatti, se potessimo monitorare il senso dei commenti lasciati nei blog di poesia, forse, ma posso sbagliarmi, troveremmo che i commenti di dissenso argomentati e riconosciuti utili dall’autore, siano di gran lunga inferiori in numero, se non inesistenti, a quelli che esprimono consenso-ammirazione o amicalità o triste obbligo di scambio o addirittura speranza di trovare amici con cui continuare a dialogare per telefono, come dice Jolanda Catalano (Jolanda, che fortuna la tua, eppure so di poeti che rifuggono dai blog per timore di essere invasi e penso che abbiano anche un po’ di ragione)
    Sarà per timidezza, timore di esporsi, di farsi nemici, semplice pigrizia?Ma è proprio per mettere sull’avviso i lettori da queste tossiche modalità anche inconsapevoli, a volte, che mi sono permessa di formulare un suggerimento per i commentatori, per sentirsi liberissimi di esprimersi anche su ciò che non piace, ben motivandolo. Resto convinta che questo sarebbe utile alla poesia, per un bilanciamento degli apporti critici su qualsiasi opera, sia utilissimo all’autore, e si ridurrebbero al minimo il silenzio dei lettori(questo sì per mancanza di coraggio)e anche gli small talks di cui parla Carlo Dainesi, laddove invece una nota negativa argomentata sarebbe utilissima, come riconosce anche Francesco Tomada, (non dimentichiamo il narciso e la supponenza di molti autori). Purtroppo la storica vigliaccheria delle lettere anonime dà una visione distorta dell’’anonimato facendone espressione di non coraggio, ma forse resta l’unico modo per aggirare qualsiasi falsa “intoccabilità” autorale e per evitare a priori interventi non limpidi. (in molti premi è modalità frequentissima richiedere le opere in anonimo per dare garanzia di imparzialità). E inoltre il lettore che lo voglia, può sempre dichiarare in anteprima di poter riferire il proprio nome in qualsiasi momento.
    Un grazie vivo per lo scambio, a tutti voi un caro saluto,
    Annamaria Ferramosca

  15. L’anonimato non garantisce maggiore libertà di pensiero, anzi mi sembra una comoda scorciatoia per chi non ha il coraggio di esporsi in prima persona però vuole lo stesso intervenire senza rischi…le critiche costruttive servono eccome, magari ce ne fossero di più, io ho visto molti spadaccini del web pronti a scannarsi inutilmente su un articolo, meno frequentemente interventi propositivi come questo.

  16. @ Annamaria

    Vedi, Annamaria, ma sono certa che tu lo abbia inteso in pieno, l’amicizia che fa dialogare anche al di fuori di un blog, non è certo quella che molte, purtroppo tante persone cercano su fb di cui non ho mai voluto saperne. Ed è vero quando dici che molti scrittori o poeti rifuggono dai blog, ma, ci sono blog e blog e ci sono pure autori ed autori. Di solito sono proprio i narcisi e i supponenti che si chiudono nel loro castello di vetro forse, e dico forse, perché non conoscono il vero e più alto significato della cultura che è anche comunicazione e accoglienza. Questo blog è la Dimora, un luogo che accoglie e non giudica. E’ vero, sono stata fortunata, soprattutto con i miei giganti nel cuore, ma lo sono stata perché l’umanità straordinaria che trasuda in ogni virgola dei loro testi, è la stessa che mi sprigiona calore e colori quando li ascolto fuori da queste pagine virtuali. Per la verità avevo provato con qualche altro autore di questo blog ma, o non sono stata chiara o l’autore in questione non aveva voglia di instaurare una comunicazione con la lettrice di turno .Narciso e basta così ho messo un punto definitivo.
    Non amo le persone che si negano anche a un cordiale tentativo di condivisione. Però, oltre i miei due giganti, altri tre o quattro nomi sono segnati sulla mia agenda della correttezza e davvero a fronte di quanti hanno lusingato e poi sono scappati, altri sono rimasti.
    Credo che solo i grandi possano fare questo.
    Quelli che leggiamo su carta stampata non è detto che siano davvero grandi.

    ti ringrazio per l’attenzione con un caro saluto

    jolanda

    1. grazie del tuo chiarimento e della tua sensibilità, Jolanda. sono sicura che potremmo intenderci e continuare a scambiare. a presto, con una telefonata (sono sulle pagine bianche di Roma).
      Annamaria

  17. All’inizio della scorsa estate, e prima che una serie di circostanze m’impedisse di proseguire fino a completarlo, stavo scrivendo qualcosa il cui titolo era “ha ancora senso scrivere e/o leggere poesia in rete?”. Fra le altre cose prendevo in considerazione anche la dinamica dei commentari, ma vista come conseguenza della dinamica della poesia stessa. L’agonia dei commenti rappresentata dall’avvento degli ilike, da quei tanti piccoli segni a dimostrazione di stima, affetto, amicizia, e dalla stragrande, come rileva annamaria, prevalenza di complimenti rispetto alle critiche negative è frutto, a mio parere,del male che affligge la poesia.
    “I poeti sono troppi” asserisce un post nel blog “leparoleelecose”, no, io non credo sia questo il punto, i poeti piuttosto sono isolani, nel senso che vivono e interagiscono in un mondo chiuso, circondati da un mare che non intendono e/o non riescono a navigare.
    Se ne stanno lì concentrati e stretti su quell’isola dimentichi che quei mondi di cui narrano neanche sanno della loro esistenza o da questa sono toccati. È questo il punto nevralgico della questione. I commenti hanno avuto un picco in quegli anni di cui parla elio, anni in cui sembrava che qualcosa potesse cambiare il destino della poesia, ma se n’è persa l’occasione, tutti presi che si era a conquistare la propria porzione di terra si è dimenticato che il vero senso era attraversare il mare.
    Ora l’aria è satura e i commenti inevitabilmente riflettono l’ambiente asfittico in cui si muovono. In un simile contesto come può generarsi un commento critico? questo mondo incontaminato di poesia senza lettori di poesia come può generare un commento critico che non sia altro che il fuoco fatuo da auto combustione? Si genera infatti nel modo che conosciamo, ed è soltanto una pratica reciproca di respirazione bocca a bocca, sia nell’ “assalto” ai “noti”, positivo dei seguaci e negativo dei detrattori, sia nella “solidarietà” verso gli “ignoti” in quanto riconoscendone il valore si opera una sorta di transfer verso il proprio, ma in fondo grandi e piccoli si è tutti innocui finché si resta in questa sorta di Ibiza poetica, o se vogliamo…di cocoon dell’anima.
    Da questa prospettiva non mi sento neanche più di criticare un commento mordi e fuggi, anonimo o no, gratificante o meno, esso spesso rappresenta la realtà più di quanto faccia quella illusoria o immaginifica della poesia commentata.

    grazie
    lisa

    1. Cara Lisa, concordo in tutto sulle tue amare riflessioni. Eppure credo ancora in uno zoccolo duro di lettori e frequentatori, anche saltuari di blog di poesia come questo, che credono senza ombra di presenzialismo o altro, nello scambio costruttivo e nella condivisione-dilatazione di un piacere provato. Altrimenti è buio.
      Un caro saluto
      Annamaria

  18. Penso che la mutazione antropologica dei frequentanti l’internet prima 1.0 (siti statici e foum) poi 2.0 (blog) e ora 3.0 (social network) non modifichi il vecchio adagio secondo il quale ognuno crea e restituisce il mondo che ha dentro. Personalmente, ho esaurito la spinta conoscitrice che mi dava leggere poesia perché un po’ di vita l’ho fatta e un pezzo di mondo l’ho girato. Non biasimo chi nei versi cerca conforto, visibilità, vanità, affermazione del diritto alla produzione simbolica. Sostanzialmente, non credo nella poesia etica così come non credo in uno “stato etico”, quanto piuttosto in un qualcosa che definirei senso della misura. Credevo e credo nei testi scritti e apprezzo la tensione di ognuno ad andare sempre un po’ oltre i propri limiti, quando c’è. In questo, l’attitudine maieutica di Francesco Marotta è esemplare da molti anni, è un modo di fare comunità che ha valori che trascendono la poesia. Saluti a lui e a voi.

  19. Condivido l’idea di uno scambio costruttivo e profondo, che in questo luogo trova l’ideale cassa di risonanza. Trovo qui ciò che ho sempre amato: una “rivista” vera, ancora migliore delle riviste cartacee che amavo, da “Il gallo silvestre” a “Finisterre” a “In forma di parole”, un luogo essenziale e indispensabile dove esistono veri e propri libri collettivi, che risuonano uno con l’altro, uno attraverso l’altro, e dei quali ho l’onore di fare parte. Marco E.

  20. molto più semplicemente ma non banalizzando se, nel leggere vedo colori che fluttuano, direi che l’articolo (ovvero il soggetto del post – per inciso: il termine post proprio non lo digerisco trovandolo un po’ stantio, il suono post NON MI PIACE! -) mi intriga, mi suggestiona, in definitiva mi coinvolge e ne scrivo un sintetico commento, altrimenti mi taccio e giammai tendo ad offendere ideativa_o, oibò educazione e rispetto, forme uniche di vera trasgressione!

  21. Vorrei chiarire che il mio era un discorso che toccava la questione nella sua genericità e dunque mi riferivo al mondo dei blog di poesia in generale. Non mi verrebbe mai in mente di mettere in discussione le qualità di ospite di Francesco magari direi il contrario, e cioè che sono io a volte a disattendere la libertà di espressione da lui qui offerta.

    un caro saluto a tutti
    lisa

  22. ” ci sono carrettate di bit di altri che, serviti e riveriti, se ne sono andati senza nemmeno dire “buonasera” o chiudere la porta “. Immagino ti riferissi anche a me. Invece ci passo, ogni tanto, come facevo anche prima; solo che mi sono rotto un po’ il cazzo di commentare, così come di polemizzare inutilmente, visto il grado di suscettibilità degli interlocutori. E poi hai ragione tu, l’intero mondo dei blog letterari è finito sotto un’opaca gestione propagandistica amicale accademica che depotenzia qualunque contenuto. Tutto qui. Buon Natale a tutti.

  23. Larry, in verità non eri né nell’elenco delle carrettate né in quello dei bit: avevo escluso a priori dal mazzo gli “inaffidabili” perché, onorandomi di praticarne per nascita le “virtù” (in particolare in-apparenza e in-appartenenza) so per certo che sono presenti anche quando non ci sono. Sono quelli assenti anche quando ci sono che mi mettono a disagio, non so se mi spiego…

    Ricambio gli auguri. Ciàu.

    fm

  24. “in un mondo dove esiste il rispetto per il lavoro dell’altro, scrivere e spiegare, col proprio nome, perché i testi di un amico [aggiungerei: o di qualsiasi autore] non ci convincono, sia un esercizio di onestà intellettuale e di decoro etico personale.” (francescomarotta dicembre 16, 2013 alle 3:53).

    Vengo ogni tanto anche su questo blog e, attratto dall’argomento, mi permetto una veloce difesa del *commento-critico*. È vero che si commenta sotto un post per mille motivi più o meno accettabili o degni di attenzione. Ma ci sono commenti che mirano alla critica; e li ritengo oggi indispensabili. Proprio per contrastare l’appiattimento e lo scivolamento nei riti e luoghi comuni del Web, in apparenza inarrestabili e vincenti. No, non è la forma-blog o la forma-commento a neutralizzare automaticamente l’efficacia di qualsiasi critica. È la rinuncia di molti a sviluppare seriamente la *funzione critica* che fa prevalere la chiacchiera amicale e banalizzante. È vero che non sempre gli autori ( talvolta soprattutto gli amici!) sopportano i commenti critici (specie se severi e ben argomentati). Ma bisogna essere tenaci. Se si crede di avere del vino buono, lo si metta in tutte le botti possibili. Poi chi vivrà vedrà. Buon lavoro a tutti/e.

  25. Caro Ennio Abate, hai ragione, sottoscrivo il tuo ragionamento ma dovrai pur convenire che oggi su Lplc e dintorni dibattiti e critiche mirano quasi esclusivamente (e direi prepotentemente) all’autoreferenzialità o all’accademismo. Una critica che si compie solo e soltanto dentro quegli appartamenti d’avorio, su argomenti e contenuti presentati e voluti d’avorio, non toglie qualcosa un po’ a tutti, finanche alla critica?
    E poi ti dico, un lit-blog dove di letteratura non c’è niente o quasi, nelle forme dico (nella forma-post e nella forma-commento), dove tutto è diventato critica e dove sono stati aboliti umorismo e creatività (specialmente dei commentatori), che cazzo di piazza è? Come si fa a criticare la critica se hanno fatto una guerra atroce e lunghe battaglie censorie contro l’umorismo?
    Se i blog muoiono è perché si sono barricati (con alcune distinzioni) nei loro interessi e soprattutto nel loro interesse di bottega e i lettori se ne sono accorti.

  26. @ Seligneri

    Se, all’insegna di un foucaultismo ribaltato, la linea di LPLC (o d’altri blog) è quella del “sorvegliare e punire” (i commentatori), ci si deve forse rassegnare?
    Se l’umorismo (greve o leggero) non ha più cittadinanza per il prevalere della seriosità da “padri di famiglia” alla Letta, non resta che ritirarsi nelle proprie tane-blog semiclandestini e – diciamoci la verità – più amicali e meno seguiti?
    Realisticamente io riconosco a LPLC, NI, etc. di essere più “piazza” di tanti “blog-piazzette”. Come alla TV, alla RAI, etc. di arrivare a un pubblico più vasto. Fermo restando che il vino, lì versato, risulta, a un attento esame, annacquato o adulterato. Anche perché chi sta più vicino a università, case editrici, fondazioni, ecc., per restarci (per sperare di essere cooptato) *deve* annacquare e adulterale più o meno consapevolmente.
    Ma se questi sono i rapporti di forza (cioè sfavorevoli a un “noi” per me tutto da costruire), non mi sono mai convinto che allo snobismo “dall’alto” basti rispondere con uno snobismo “dal basso”. Trovo dannoso il primo ma consolatorio il secondo.
    Per me, nel fare critica su queste “piazze” (e quando lo decido io o mi sento di farlo), restano validi due princìpi fortiniani: “farsi astuti come colombe”; essere *servi consapevoli*. Bisogna agire di conseguenza e con una propria coerenza. Piuttosto che comportarsi da *signori* o inveire vanamente contro i *servi travestiti da signori*. Un saluto.

  27. Ennio, non siamo “noi” a doverci rassegnare o ritirarci ma “loro” ad essersi rassegnati a replicare sul web l’ambiente e le gerarchie ecclesiastiche dei dipartimenti di italianistica e studi moderni (resta da vedere in cosa).
    La “critica” e i commentatori critici non possono far finta che le cose sul web in questi pochi anni non siano cambiate. Che sia rimasto tutto uguale ai tempi d’oro o della speranza (speranza che internet fosse davvero democratico).

    Insomma, Ennio, puoi non dargliela vinta, ma hanno perso comunque.

    Ps: magari “loro” fossero come Letta – pensi che resisterebbero anche solo un giorno alle critiche, gli insulti e le polemiche che gli piovono da tutte le parti se fossero al suo posto?
    Nemmeno un’ora, secondo me.

    Un caro saluto anche a te

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