Le nostre mani nate con noi

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Fulvio Segato

La consuetudine dei frantumi è un dialogo a una voce (ma diversi toni) con altri e altro la cui entità non è mai precisata al lettore, ma abilmente messa in scena con una precisione dilatata e consapevole, puntuale e conclusa. Un giro sintattico ampio, scandito da incisi e giustapposizioni calzanti, e un verso mediamente largo e descrittivo, le cui inarcature contrastano perlopiù debolmente la sintassi ma in modo comunque connotante per l’andamento ritmico dell’intera raccolta, costituiscono il tessuto connettivo della silloge. Un rondò lirico/narrativo che parte e spesso ritorna al punto di partenza (o dà l’impressione di farlo, anche grazie alle figure della ripetizione qui sfruttate abbondantemente), col carico di suggestioni accumulate lungo il tragitto, concludendosi. Molto funzionali, ma è banale ribadirlo, le figure di senso (dalle metafore alle similitudini), ma in particolare una velata allegoria di fondo, non sempre riconducibile al proprio principio – per così dire – semantico, che non per niente in alcuni casi ci ricollega a certo Fortini.
(dall’introduzione di Giuseppe Carracchia)

 

Testi

 

Il pasto di sempre

Ecco il pasto di sempre – adesso però la palpebra
ha le rughe pesanti e segni di solchi sarchiati
uno svello aperto, terra buttata in parte,
la foglia secca che scrocchia come un pane
nel suo giallo timido sotto il passo pesante
delle formiche che corrono nelle tane a cercar conforto
nell’impellenza delle fughe, gli sguardi smarriti.
Non chiedere per avere risposte
– non ne avrai –
bastano i coltelli, le forchette, il trasparente
dei bicchieri che se avvicini l’occhio
sembra di ritornare nel tempo indietro
e saluti la gente che non c’è, e ti fermi un momento
a parlarci, a chiedere – come va?
Basta questo pasto di sempre,
quello che cambia è l’ordine
delle sedie attorno al tavolo e accorgersi
che si ha sempre meno fame.
– E questo vento
questo vento
che ci chiacchiera nelle orecchie.

 

Nato in quegli anni e lì disperso

Sono nato in quegli anni e lì disperso,
– il fiato dell’affetto ha fatto
rugginose le biciclette, quelle mai
pedalate, quelle lasciate negli angoli
le parole sospese sono rimaste lì
e da nessuno più usate.
Ho visto forse passare il santo,
– ci sono ancora i suoi segni
e se c’è un pozzo qui vicino
è lì che bisogna cercare,
cercare quegli anni dispersi
in cui siamo nati, con le mani
nell’acqua scura quel presente
riportare a galla,
e piano bagnarsi le labbra,
berla a sorsi quell’acqua
ricomporre le frasi, ridirle,
come se non ci fossero solo
queste pietre, dure e bianche
e senza luce e il netto lacero
del confine scavalcato , con le mani
coprirsi gli occhi oppure disegnare nell’aria
quello che si volle e non abbiamo fatto,
dispersi come eravamo in quegli anni
in cui nascemmo. Coprirsi gli occhi
con le nostre mani nate con noi.

 

***

 

Vorrei scrivere qualcosa e dedicarla,
a te che passi come nuvola e l’aeroplano
che si butta dentro, o a quell’uomo
di profilo che sale le scale fino al
quarto piano, o a quel ragazzo lungo
con la testa sempre un poco avanti
quasi volesse prendere il volo.
Anche a quel cane che guarda
con i suoi occhi speciali e smarriti,
o a tutti quelli che si sono persi.
E le date, i giorni rossi sul
calendario che si stracciano
ad ogni mattino, le domeniche,
i giorni che non sono più di nessuno
consumati nel restare qui ad
aspettare che tutto il resto si muova,
che prenda il primo giro e
si innesti il meccanismo.
Ma se ne andranno tutti
e nulla si metterà in moto,
e dovrò dedicare qualcosa a
qualcuno che non c’è,
mettere tante interlinee, virgole,
innumerevoli punti di sospensione.

 

Un cavallo rosso fatto con la plastilina

Un cavallo rosso fatto con la plastilina,
duttile docile, messo in centro alla tavola,
quattro alberi con poche foglie in controluce
luce e raggi dalla finestra, la debole
luminescenza di una lampadina quando
si fa scuro e una mela verde e brillante,
che rotola se toccata appena col palmo,
e una figuretta, sottile, sopra tutto,
più avanti del cavallo, della mela,
ma non più grande solo più vicina,
più vicina per riconoscere il viso, gli occhi
quello che c’è di liquido oltre gli occhi,
così da impastare e diteggiare una gonna,
o una giacca o un cappello,
nominare qualcuno per poi metterlo
ad arcione, farlo andare, farlo correre
e perdersi fra gli alberi che son diventati bosco
che sembra di sentire l’odore di umido,
perché è passato un temporale
ma ora è lontano e si odono appena
i colpi del tuono che scompaiono
e un ultimo tremare dei vetri.

 

***

 

Disegno un padre, come da bambini
su carta grossa, matite blu rosso incendio,
grasse. Mi sporco le dita, le pulisco
sulla camicia e il bianco si sporca
e le dita sono pulite, e lui resta sempre
giovane, i capelli neri tirati indietro,
un tondo per la faccia, una virgola
capovolta per la bocca.

Disegno il padre, come da bambino,
con le matite dall’anima grassa,
mi sporco le dita e sporco la camicia,
lo disegno con il suo viso, i suoi capelli,
la bocca in un sorriso come virgola
e il silenzio del cielo tutto dietro.

 

segato

__________________
Fulvio Segato
La consuetudine dei frantumi
Fara Editore, 2013
__________________

 

***

5 pensieri su “Le nostre mani nate con noi”

  1. mi sono molto piaciute e concordo in particolare con il seguente passo della nota: “le cui inarcature contrastano perlopiù debolmente la sintassi ma in modo comunque connotante per l’andamento ritmico dell’intera raccolta”
    Un caro saluto

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