Bangkok, in sciami d’amore smontato

Bangkok

Elio Grasso

Bangkok, in sciami d’amore smontato

Smontarono l’amore a forza. Dalla preistoria a oggi ogni sorta di parole sono state scritte, come se gli uomini non fossero stati avvertiti. Chi va a Bangkok si aspetta diversi piani di visione, giochi poco comuni, avventurieri e puttane. E molti di più commercianti. Non pretende di ritrovarsi nelle braccia dell’anima gemella. Se mai nelle interpunzioni sessuali di femmine (o di maschi di sommi e tristi capi) dai ricchi aggettivi. Chi ha disposizione, gode e s’innamora (nell’ordine). Chi ha globuli bianchi miseramente molli, soccombe. Ma nessuno si aspetta di farsi approvare la vita. E dunque, coloro che restano nel proprio acquitrino non possono che sentirsi minacciati. Anche se non esistono minacce serie.

Entra nella casa nottetempo, accolto da un bacio sulle labbra. Nota subito le belle gambe disposte carinamente dentro pantaloncini rosa. Nota anche fremiti di rabbia amorosa, roba che allora gli sembrò necessaria e di diversi gradi sopra la norma. Tanto che la ragazza vomitò subito dopo, nascondendosi in bagno. L’irretimento aveva avuto inizio. E una considerevole dose di eccitazione. Infine non era una città, quella, e neppure un paese. Poche case poste in cerchio, cortili comuni, vicini in comune, cibi in comune, probabilmente scopate in comune. Ma lui ora nemmeno si sogna di prendere al volo simili pensieri. Di come la tortura giunga sotto mentite spoglie, quando meno la si aspetta. E sospetta. Tutto quanto è pur sempre un tratto mondanissimo di innamoramento ultraveloce. Che vuol dire rendersi irraggiungibile da tutti.

Bearsi di rintocchi cavernosi all’interno della cassa toracica, mentre si ha la visione di una fanciulla dalle cosce nude, è come scarabocchiare il frivolo pensierino sul moderno sms. Ieri, forse l’altro ieri, sulla ruvida carta color panna dalle molte migliaia di lire che i cartolai rendevano disponibile ai mentecatti. Poi la posta elettronica spazzò via tutto. Un geyser d’angoscia che dovrebbe sfogarsi in luoghi notturni, o in luttuose polluzioni fra lenzuola d’uso settimanale. Ma tanto gli inferi oggi conosciuti sono parecchi, perfino il nudo materasso può assurgere a luogo di massimo erotismo. Se non fosse che vi s’incamminano interessanti animaletti. L’innamoramento si può dire che scocca nelle migliori annate di stupidità e fragranze d’animali, pur lillipuziani.

E dunque scrivono imitando, fanno volteggiare i significati per lanciarli contro il muro, e distruggerli. Come il peggior nemico in trincea, da stanare con il gas, se mai potesse cambiare troppo la vita quotidiana. Queste donne che non imparano a vivere mettendo la calotta a chi le sfiora. Affumicano. Rasentano i muri pensando d’innamorarsi dei mattoni. Grattano via la calce per gettarla negli occhi di chi le guarda una volta di troppo. Regalano il privilegio dell’espiazione a chi non ne ha bisogno. E tutte queste idee lui le teneva a bada entrando nella casa. Il vago sentore di muffa non era soltanto un’impressione. Troppe bottiglie impolverate appese alle pareti. Un rapido sguardo ma le cose già ruotavano intorno ai pantaloncini rosa.

Bangkok

La forchetta nella bocca. Dedicarle lo sforzo affinché possa deglutire tranquillamente. O farle assaporare un pasto congruente nell’ora tarda. L’aria si fa tesa. La perfettissima sensazione, l’emotività data da un boccone spinto a forza nella bocca di una donna intrinsecamente affamata. Non c’era che accarezzarle la schiena. Le sordide luci restano fuori, si tratta di scegliere fra una primavera ferma nella sua idea e una serie di anni successivi dove annichilirsi. In fondo lui favoleggiava d’essere forte e frettoloso, candido e lontano da ogni umiliazione. Lei aspettava di sentirsi sbottonare i pantaloncini rosa. La mano sotto le mutandine. La bocca. Il suo privilegio. E’ basilare che poi lui duri a lungo, le faccia uscire il languore e lo scaraventi fuori di casa. Tutto senza furia, adatto alla campagna.

Bangkok ha la vocazione di rendersi efficace all’atterraggio degli aeroplani, come fossero divinità contenenti, per loro gioia, una quantità d’umani delle più diverse specie. Lacrimevoli madri di famiglia desiderose di avere un sesso nei loro interstizi, figlie che sperano di gettare fiori sulle tombe dei padri, goffi uomini ambulanti dagli sguardi torvi e pance arroganti, professori d’esiliate materie, diavoli stanchi della loro coda a punta, urticanti meretrici di meritori amplessi, mariti facili, spose incatenate, piccoli dèi di terz’ordine ancora a caccia dell’occasione salvifica, poeti dai culi frenetici, gentaglia che da Roma parte per Bruxelles sbagliando il mezzo. E tutti alla fine sbarcano nella melma fumante e meravigliosa. Dov’essere lacrimevolmente sedotti. La purezza alligna sotto la cupola di Bangkok, le unità di misura hanno foggia principesca, e la qualità del sangue decade rapidamente. Ma allontanarsi è impossibile, nessuno lo vuole, e tutti ingurgitano liquidi pertinenti, siedono su poltrone dove gli effetti speciali sono decine di aghi iniettanti. E così ognuno guida l’altro fino alla morte, credendo felice il vicino che nell’improvvisa e notturna delirante visione si trova inchiodato per la gola. Ma qui chiunque è immortale.

E cominciò a distribuire il senso di una bocca, e delle braccia, sul corpo minuto, un po’ selvatico, debolmente attaccato a un paradiso, e a quel seminario che lei teneva ben stretto fin dall’infanzia. Un padre medico, secco nell’area domestica, farneticante colpe alla ragazza allucinata dagli studi e dalle malattie materne, e oltre al padre, la richiesta di licenze per vedere il mondo. E fu un disastro. Mentre lui capiva che la stava baciando con orgoglio, vedeva dietro la retina l’intensità fittizia di una dèa greca alla fine dei suoi giorni terrestri. La vedeva solida di grazia (ma quanto avrebbe dovuto ravvedersi). La pancia trasparente e morbidamente adagiata. Le pieghe bagnate del sesso, illuminato di scaltrezza non sua. Lui sentiva odore di violenze coperte, di lingue prive di saliva. Un’azione miracolosa e orrenda quel catapultarsi dove altri erano già stati. Ma l’odore era il suo. Altro non v’era. Lei lo perdonava per gli anni mancati, dando inizio alla pazzia. La libidine del passato se ne andava, usciva allo scoperto nelle campagne, veniva inghiottita dagli insetti notturni. E lui sentì il rigurgito e l’esclamazione. Non finire mai. E toccami. Sbiancava e l’intera stanza perdeva i colori, poiché il suo nome era diverso e cautamente posato sui cuscini. Uno di questi, sotto al sedere, la portava dritta al volto chino. Si poteva strappare la bocca per esserle autore di mosse gradite. Non poteva mostrarsi più eretico, quell’uomo, e più implicato in tutte le cose. Soltanto per pochi istanti lei lasciò libero il padre di mettere a soqquadro altre case, e di governare le membra delle indigenti famiglie croate. Come ricordava accadesse qualche decennio addietro. Ma nel godere, l’essenza di questi pensieri diventava così rarefatta da presumere che l’orgasmo si proclamasse neutrale e del tutto benevolo verso i corpi. Privilegi dei fianchi, e dietro, verso le natiche. Lui ancora non sapeva quale olocausto avvenisse fra quelle pareti, e dietro le meningi della donna più incauta del mondo. Baciava come se non dovesse farsi trovare morto. Consegnava all’arbitrio di quella famiglia nascosta la sua vita frenata d’un colpo, qualcuno aveva tirato la manetta dell’allarme, così che tutti i vagoni del convoglio si ammonticchiassero sopra la motrice. Ma i binari, dov’erano finiti?

Bangkok

Le strade della città appaiono, rozze e sfavillanti, a quelli che vanno sempre da qualche parte. Ottime e odorose, coadiuvanti per le bocche senza fiato. E’ seccante pensare a come quanta di questa gente si rivolga alle migliaia di morti, in coda o ammassati, per ottenere un semplice consiglio. La stoffa damascata, o la tinta unita? Le Camel o le Pall Mall? Spirali di fumo, certo, ed erbe tossiche, cinque suicidi al giorno, fra salti nel vuoto dalle torri o pillole velenose ingurgitate. Pensare che in mezzo ci sta anche qualche pezzo di poesia fa venire la nausea. Anche in mezzo a un amplesso compiuto come i cani, alligna la poesia. E tutti gli errori, a sciami, da cui giammai si è assolti. Un regno in cui molti adempiono alle loro scivolate, fra intingoli di sperma e sudori colpevoli. La distinzione della libidine ha il sapore della saliva di pipistrello. Tutti sono univoci a Bangkok. Le sorti spesso vengono risolte con un pompino. Quanti pensano che sia comodo vivere in un diagramma tridimensionale? Ai piedi delle gigantesche torri sguazzano sordidi alberghi e barche costruite con fuscelli. Non sono gli abitanti a regnare dentro i loro stracci, ma gli stranieri con potere di vita e di morte. Cocciuti, acuminati, pusher, bambini dalle unghie retrattili, femmine dal seno piccolo e sesso sporgente, maschi circensi, ospiti indesiderati e perciò ricolmi di lusinghe, puttane sorteggiate, transessuali scesi dal paradiso, coatti, demoni, vipere e ragni, assemblati in questo spirito del tempo edificato di cristallo e cemento di terza generazione. Materia che oltrepasserà le piramidi. O forse basteranno le gerarchie sottostanti di Dio a mietere ogni cosa in un lampo finale. E chi può intenderlo?

Lui si domanda, mentre la voce di lei risuona nella stanza bianca con un godo! improvviso. Imberbe e inequivocabile. Poi per educazione passa la notte, propedeutico il mattino mondano resta fuori, il sapone fa il suo ingresso fra le cosce e la devozione dei due cuori s’interrompe soltanto per alcune telefonate romane. C’è una figlia da qualche parte che chiede udienza, e altri passi che ignorano cosa accade in quella stanza. La confraternita degli ignoranti è sempre stata da lui odiata. La castità è per i garanti, per coloro che biasciano i “come stai” impiegando anni per autosoffocarsi. Davvero imitano passeggi soavi nell’Urbe mentre la moglie s’impressiona avendo dentro un sesso misterioso e colmo di verità. E passano ore prima che un sonno solenne varchi quel godere. Si consuma una battaglia apocalittica mentre il mondo nemmeno s’immagina quanto i freni siano spaccati. Ma, nonostante questo, ogni millimetro è devoluto all’altro. Fino a che giunge l’ora di pranzo. I due si svergognano con piatti dell’Est, fanno la loro apparizione anelli millenari e centenari, è chiaro insomma che l’adulterio agogna il terriccio dei ristoranti a modo, e la più completa esclusione del dubbio momentaneo. Diviene chiaro quanto sia gentile il tradimento scambiato per passione amorosa, e la passione amorosa s’ingravidi come fosse presentata all’altare dorato della Parrocchia. Quei due vivono il cosiddetto costrutto d’amore, mettendo il loro meglio carnale dove l’esotico rovescia gli occhi. Il loro rovescio dura fintanto che il doveroso marito ritorna in treno con tanto di figlia e qualche regalo di ultim’ordine.

Se lui l’amasse ancora, mentre fa ronzare il motore sull’autostrada che lo porta via da Bangkok, sarebbe la sua fine. Immagina che sarà così. Immagina giusto. Mentre ogni opinione, giudizio, lenzuolo, cuscino, odore, nella casa tornano al loro posto, trascorrono i tre anni. Lui è ancora nell’auto, la fine ha grandi doti, è quasi eterna, i pinnacoli della metropoli s’innalzano ancora di più sul vuoto sottostante. E’ entrato nella storia. Conficcato nel dove bruciante. Mentre in quella parte di Est ancora oggi si possono vedere gli alberghi delle mogli e dei mariti. Si sa che sono eleganti, si sa che elegantemente non c’è traccia d’amore. E proprio per questo danno calci ai rottami dell’amore smontato.

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