Note di ascolto (I) – Maurice Ravel, Bolero

Maurice Ravel au piano, 1912

Antonio Scavone

       Una breve premessa trascurabile

     Il linguaggio della musica non ha bisogno di essere tradotto, viene inteso (ascoltato e compreso) da tutti ma anche la musica è una lingua uguale a quelle parlate, con una grammatica, una sintassi, figure retoriche e capacità lessicali e combinatorie.
     La musica si percepisce come un suono che influenza e interagisce con le emozioni, il piacere, l’immaginazione. E come per una lingua parlata, la sua struttura e le sue regole vengono introiettate empiricamente con i sensi (l’istinto) per essere poi decodificate e nuovamente codificate a livello cerebrale e culturale.  Se non ci fosse questo processo selettivo nell’ascolto tutte le musiche ci sembrerebbero uguali, come se leggessimo sempre lo stesso romanzo o la stessa poesia, o come se credessimo che i romanzi e le poesie siano tutti uguali perché fatti di parole. È un’impressione, parziale e manchevole, ma che ci illumina sulle regole nascoste che la musica dispone e organizza per il suo linguaggio.
     Chi ha studiato musica e suona uno strumento legge le note sullo spartito e vi ritrova e riconosce regole e struttura, chi invece suona uno strumento “a orecchio” percepisce che quelle regole e quella struttura sono difficilmente eludibili ma sopperisce a questo limite con un esercizio continuo sullo strumento da padroneggiare per scoprire, diremmo “artigianalmente”, il dettato musicale da eseguire e fare proprio. Anche l’ascolto, però, presuppone una dimestichezza nell’interpretazione di un brano musicale: riconoscere, ad esempio, le voci degli strumenti (i timbri), la percezione dei movimenti (fuga, sonata) e la varietà dei loro colori (allegro, mosso), l’organizzazione e lo sviluppo di un tema (sinfonia, oratorio).
     Il fatto che siamo abituati a sentire (sentire, non ascoltare) musica un po’ dappertutto non significa che siamo capaci tout court di apprezzarla: la musica di sottofondo che si diffonde nei supermercati mentre si fa la spesa accompagnerà i nostri acquisti ma non eleverà il nostro gusto musicale e la pregnanza culturale che dovremmo ricavarne.
     Musicisti od orchestrali, melomani o suonatori dilettanti non potremo fare a meno di relazionarci a ciò che sentiamo, sapendo che ne saremo comunque suggestionati, scossi o esaltati. Ci potrà sfuggire, per distrazione o ignoranza, l’ordito della partitura, l’equilibro della concertazione, persino l’arrangiamento di una canzone evergreen, ma saremo sempre posti di fronte a una prova di pazienza e di captazione del senso: saremo cioè costretti a capire perché, a un certo punto, in una sinfonia “attaccano” i legni e non gli ottoni, o quale compito svolgono i violoncelli e come il tema iniziale venga riproposto e accresciuto di significato a seconda degli strumenti che ne svolgono l’idea-base.
     Avremo bisogno del libretto per seguire e intendere le “parole” del Nabucco o della Tosca ma non dello spartito e non già perché non sappiamo leggerlo ma perché, all’ascoltatore, spetta il compito di intuire, attraverso la trasmissione del suono, ciò che è stato scritto dal compositore, concertato dal direttore d’orchestra, eseguito dall’orchestra e dalle voci chiamate al canto.
     La musica che sentiremo può essere notissima o, come si dice, orecchiabile ma in ogni caso la percezione di un brano o di un’aria (La cavalcata delle Valchirie o Una furtiva lacrima) ci sottoporrà ad un esercizio esclusivo (anche se per taluni elitario) dell’ascolto, ci impegnerà a capire con le nostre risorse emotive, col nostro patrimonio culturale, la profondità o la bellezza, l’arditezza o la cripticità del brano musicale che cominciamo a decodificare. Non occorre una sensibilità specialistica per intendere un brano musicale, è sufficiente un’attenzione emotiva, una suggestione culturale a ciò che la musica ci rappresenta e ci evoca.
     Anche un rockettaro, per quanto istintivo o sprovveduto, ha bisogno di ordire con accuratezza le sue trame musicali, di tener conto dell’armonia e anche il suo ascoltatore ha bisogno di immaginare quel percorso per renderlo fruibile e sentirlo prossimo anche nella platea oceanica di un concerto rock. Le contaminazioni tra musica classica e rock, o tra tenori e rockstar, risolvono sciattamente il dilemma tra musica “seria” e musica rock, con la sbrigativa conclusione che la musica è buona quand’è buona. A parte l’ovvietà, la musica si realizza nella composizione e nell’esecuzione, anche quando si improvvisa (le improvvisazioni jazzistiche sono puntualmente scritte). E, come ogni lingua, la musica si difende con la sua grammatica e la sua sintassi dagli sgrammaticati che non sanno scrivere e parlare, che si limitano – spesso osannati – a scribacchiare, a farfugliare.

Note di ascolto (I) – Maurice Ravel, Bolero
(Wiener Philharmoniker – Riccardo Muti)

     Se volessimo provare, per casuale diletto, a fischiare (meglio vocalizzare) il leit-motiv del Bolero di Ravel ci troveremmo subito in difficoltà dopo il primo movimento, dopo l’esecuzione del primo tema. La difficoltà nasce dal fatto che quel primo movimento è, in realtà, unico e ripetuto ben diciotto volte e non potremmo, neppure con la buona volontà, ripetere per diciotto volte un tema che il compositore francese fa eseguire a diciotto timbri diversi.  Potremmo tentare di eseguire, con un vocalizzo mono-tono, anche il secondo tema – quello che fa, diciamo così, da supporto e contrasto al primo tema – ma la nostra dilettantesca esecuzione, di una mimesi scarna e superficiale, ci renderebbe approssimativi e ridicoli, oltre che blasfemi. Lasciamo dunque perdere l’imitazione dei suoni, la nostra più che la loro citazione musicale, e dedichiamoci invece all’ascolto attento e accurato di questo famoso brano musicale.
     Maurice Ravel (1875-1937) compose il Bolero alla fine degli anni ’20 come tema musicale di un balletto che gli aveva commissionato la ballerina russa Ida Rubinstein. Il balletto andò in scena a Parigi nel 1928 e la sua prima esecuzione sinfonica avvenne sempre a Parigi nel 1930. Il brano è costituito da diciotto sequenze nelle quali si alternano i due temi portanti: si parte da un pianissimo iniziale (suggellato dal ticchettìo del rullante) con flauto e clarinetto fino ad un coinvolgente finale che vede impegnata l’intera orchestra, sempre sostenuto dalla scansione ritmica del rullante che marca in crescendo il tempo e il ritmo dell’intero brano. All’esecuzione del brano partecipano tutti gli strumenti dell’orchestra sinfonica: dal fagotto all’oboe, le trombe e i sax, i tromboni e gli archi.
     La versione presentata è quella dei Wiener Philharmoniker diretta da Riccardo Muti: sontuosa, asciutta, vigorosa. Non servono altre parole.

***

3 pensieri riguardo “Note di ascolto (I) – Maurice Ravel, Bolero”

  1. Un immenso grazie per le osservazioni e la musica!
    Un abbraccio ad Antonio Scavone, al nostro padrone di casa “f.m.” e a tutti i lettori, Gaetano contento.

  2. Lodevole iniziativa, le note musicali ben si inseriscono in questo contesto e il padrone di casa le ha subito afferrate.
    Già, Antonio, la ciliegina succulenta sulla torta di Natale e mi dispiace se non sono stata presente subito all’ascolto ma lo sto facendo adesso andando a memoria perché non riesco ad ascoltare, forse colpa di questa stupida chiavetta wind che non è il massimo per seguire la Dimora come vorrei.
    Difficile definire il Bolero perché credo che dia emozioni e sensazioni diverse a chi l’ascolta, come , del resto, altra musica.
    So soltanto che mi conduce dove non pensavo di arrivare, mondi diversi, vivi soltanto attraverso e dentro le note che via via si alternano o si rincorrono in un gioco di suggestioni e in un crescendo
    di toni che, ad occhi chiusi, sembrano sigillare o aprire orizzonti emotivi di una indicibile valenza.

    Grazie, dunque, a te, Antonio, per la bella proposta e grazie a Francesco per avercela regalata.

    Auguro a tutti ma proprio tutti un nuovo anno, si spera, di serenità
    Un grande abbraccio
    jolanda

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