Mostri e leggende

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Matteo Zattoni

Ci sono tanti modi per scrivere dell’infanzia: con nostalgia, con un senso di rimpianto per l’ingenuità che viene perduta nell’età adulta, con la tenerezza per la spontaneità delle relazioni umane che i bambini possiedono per dote naturale, oppure ancora guardando indietro e leggendo i comportamenti di allora alla luce di una consapevolezza diversa, più matura e disincantata. Mi sembra di poter dire che questa serie di poesie di Matteo Zattoni li raccolga un po’ tutti. Per quanto piuttosto breve – i brani proposti sono sei – Mostri e leggende racconta di un piccolo universo del passato, popolato di mostri dagli occhi rossi, madri apprensive, scolari che come tutti faticano ad affrontare il dovere dei compiti per casa.
Colpisce lo scorrere di una scrittura curata e assieme fluente, ma ancora di più stupisce come la rilettura dell’ieri sia profonda e al tempo stesso leggera. Il bambino desidera l’anarchia, sogna una leggenda che in sé non contenga nessuna discriminazione sociale: ciò che allora era inconsapevole oggi diventa chiave di interpretazione e, forse, proposito per il presente. Ed anche la cattiveria che i bambini possiedono quasi senza malizia ( “io / ti accoglievo con un’offesa, come sempre ) lascia spazio ad un’ammissione di colpa che è anche un implicito gesto di scusa lasciato a germinare nella coscienza di chi scrive e di chi legge. (ft)

 

Mostri e leggende

Vide rosso.
Il capillare si era rotto, inondando
l’albume dell’occhio
il suo compagno non fece in tempo ad alzare
la mano e urlò
spaventando la maestra
tutti si fermarono
a guardare il mostro
uscire tra gli sguardi inorriditi
prendere la via del corridoio.

***

Si era spellato
provando una piega nell’isola
del cortile con la bici
senza fanale – senza finire
contro una recinzione, sentenziava
la madre e ora indeciso
se risalire, si gustava
il bianco spettacolo del ginocchio
venuto in luce
e un male trapassato
dall’osso a livello corticale
ma sempre meno dolore
di non essere mai più riaccolto.

***

IL FIGLIO

Era una donna minuta
non si sapeva dove trovasse lo spirito
per bussare ogni ora in classe
affacciarsi appena alla porta, di una bianchezza
ultraterrena, col termometro per lui
che con la faccia di porpora
veniva richiamato fuori dall’aula
al cenno della maestra
nel silenzio generale: una risata
del più furbo, sotto i molti occhi allucinati
per provarle l’ovvio per l’ennesima volta
la temperatura nella norma non scongiurava niente
aveva ragione lei: la malattia cresceva dentro
la testa della madre.

***

Te ne sei andata
all’improvviso, più che morta
in un’altra scuola: ritirata
ossia rimpicciolita
ti immaginavo nella tua nuova forma
riparata in qualche tana a meditare
sapevo che era la fine
guardando la sedia vuota
e non ci credevo ancora bene.
Fissavo con insistenza la porta
tu che rientravi trionfalmente
tra due ali di bidelli, io
ti accoglievo con un’offesa, come sempre.

***

Davanti ai compiti
come ai picchi delle Alpi
il bruciore del topexan
sugli occhi, il filo interdentale
che si agganciava
dividendosi in tanti fili più piccoli
tra le piastrine metalliche
dell’apparecchio fisso,
quel senso di secchezza alla pelle
un perenne ronzio
da freezer per hotel nella testa
domenica sera immancabile
lo sconforto nel fare la cartella
scoprire altro compito
non segnato nel diario.

Eravamo mostri,
non enfant prodige
volevamo solo poter imparare
senza il crucifige
non soffrire così tanto.
Cullavamo il sogno di dormire
un quarto d’ora oltre il chivalà
della sveglia.

O in alternativa:

disintegrarla, sparpagliare per terra
tutti gli ingranaggi come interiora
e saltarci sopra, calpestarli
fino a ristabilire l’anarchia.

***

L’ultima leggenda a cui ho creduto seriamente
era che ci saremmo rincontrati tutti
da qualche altra parte
io, mio nonno Gino e quel ragazzo
della scuola finito sul giornale
e alla domanda se ci sarebbe stata anche la mia gatta
qualcuno a catechismo
rispondeva no, perché le manca l’anima.
Io le avrei dato la mia
pur di rivederla viva scodinzolare
e il padre del mio amico divorziato? Nemmeno lui,
vive nel peccato. C’era un senso ferreo
nelle regole.
Almeno nelle leggende mi sarebbe piaciuto
che “tutti” significasse tutti.

***

5 pensieri riguardo “Mostri e leggende”

  1. Entrando da ospite in questo spazio non mio, sento – innanzi tutto – il dovere di ringraziare colui che generosamente accoglie i miei testi: il poeta e padrone di casa Francesco Marotta. Ringrazio, inoltre, l’amico e poeta Francesco Tomada per le parole generose che ha rivolto ai miei testi nell’introduzione e per la sua propensione rara all’ascolto. Da ultimo, ma non meno importante, ringrazio ad una ad una le tre bloggers che hanno espresso il loro apprezzamento e, in modo particolare, la poetessa e traduttrice Lucetta Frisa per il suo commento: grazie per aver condiviso questi iceberg riemersi da quella che è stata ben definita come la “stagione scolastica”…

  2. Grazie ad Apocalisse 23 per il suo apprezzamento: l’inquietudine c’è e non è intellettuale, bensì materia viva di quegli anni, controcanto di una gioia senza freni. Gioia e paura, mi pare di poter dire, sono le due emozioni prevalenti nei bambini.
    Grazie a allorizzonte per la sua osservazione: che la poesia contemporanea sconfini a volte in un verso prosaico o addirittura in una prosa poetica lo diceva già, fra gli altri, Berardinelli nel suo “La poesia verso la prosa” del 1994.

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