Una storia risoluta

Antonio Delfini in un disegno di Gianluigi Toccafondo

Marco Ercolani

Una storia risoluta

Dai diari di Antonio Delfini (1959)

 1 gennaio.

 Meglio sognare o vedere film? Assolvo il sogno e condanno il cinema: non c’è niente di più osceno che restare seduti da soli, il sedere sul velluto, per ore interminabili di afosi pomeriggi estivi, a guardare abominevoli sciocchezze, futili intrecci a grado zero di eternità, invece di stare dolcemente sdraiati nel letto, affondati nella noia, poverissimi e inutili, la mente affollata di scene che non vengono descritte a nessuno, che non sono date in pasto a garzoncelli e massaie insieme ai cinegiornali, ma restano quel sonno nebbioso di cui siamo i distratti e annoiati padroni, quel sonno che ci occupa i sensi e si avvita alla testa, come un insetto ubriaco… Il cinema è un’indecente porcheria perché fa mercato dei sogni: diventa sogno per tutti, testa da mangiucchiare su un piatto d’argento, che ci lascia sovraeccitati e commossi e non ci permette di tenerla dentro di noi, ben segreta, sanguinosa e terribile come gli incubi ancora non nati. Naturalmente non posso escludere che il mio personale atto di accusa sia inscindibile da un amore sviscerato per un altro tipo di cinema. Io lo penso, il cinema, come un’arte balbettante e neonata, magnifica e vuota, che invade le mie notti riminesi, i miei vagabondaggi per queste puttane di strade, con Cesare accanto. Mi turbano quei film molto discreti e molto finti, non martellati dalle parole, non didascalici, non teatrali – dove il passo inatteso di un ballerino ignoto, le smorfie futili di un caratterista distratto, le canzoncine banali di commedie improbabili, la coreografia floreale di un musical assurdo, l’intrigo erotico di qualche reame da favola, appaiono con eleganza sbadata, come in certe messinscene alla Clair, quasi appunti da abat-jour del grande romanziere a riposo; è così che il cinema ti da’ la vertigine di non avere un fondo, se non la cartapesta di quelle vie più parigine delle vie di Parigi, e l’uomo è solo l’automa che balla, lo spadaccino in lotta con l’orso, un cocktail-champagne, il sorriso ubriaco di William Powell, lo sguardo sonnolento di Mirna Loy, – magnifici Nick e Nora, tenerissime ombre che ti commuovono solo a guardarle, con quei delitti macchinosi e sciocchi che risolvono in modo lieve e sprezzante.

Questo è il cinema del non detto, che si arrende con grazia a qualsiasi verosimiglianza, e ti tiene legato solo al ritmo dei passi e alla presenza dei volti. Questo è il cinema dei sognatori che hanno deciso di rinunciare alla boria dell‘ars scrivendi. Di esseri come me, Antonio Delfini, indigeno di Modena, parolaio annoiato dalle parole, turista a cui piace gustare, per caso, il vellutato chiaroscuro di una fiaba lussuosa. A volte mi sdraio nel letto e penso a scrivere senza scrivere nulla, svogliatamente, come un gran signore di campagna nel suo soggiorno estivo, una notte, il quaderno sul comodino aperto alla pagina bianca e quadrettata, aspetta di trascrivere il suo ultimo sogno ignorando totalmente il nome di Freud. Ma sarebbe così bello che la sua notte – la mia, le nostre notti –  fosse lunga e senza sogni, come le vere notti dei sognatori più segreti, quelli che scelgono, in pieno spirito di libertà, di non vedere più immagini nel sonno né sogni né film, così come il contadino smette di scavare la terra con le unghie e con impudica fantasia comincia a seminare dentro i solchi, con aria taciturna, le spalle voltate al cielo e ai compagni che lo salutano dal fondo dell’orizzonte, nel verde bruno della campagna autunnale, dieci minuti dopo il tramonto, e sa, camminando in avanti, che alle sue spalle frutti e pane cresceranno, anche se non per lui, ed è felice…

 

7 febbraio.

Dopo tutto il male che hanno fatto alla mia mamma, a mia sorella e a me, io, col cuore in tumulto, malato, orribilmente spaurito dai sistemi polizieschi della mia città e della città vicina e della nazione in cui vivo, io, senza terra e averi e affetti, torturato per beffa anche dallo stolido chirurgo che mi ha ridotto con le mascelle gonfie e le orecchie sorde, abbandonato da una falsa fidanzata, ricchissima e deliziosa, ma che, complice il mio avvocato, aveva deciso di derubare gli ultimi margini delle mie terre; dopo tutto questo male io avrei dovuto scrivere un racconto enorme, inconsolabile, vendicativo, decisivo, che si sarebbe chiamato Una storia risoluta, e avrebbe trasformato la mia vita così come si cambia faccia al defunto vestendolo di bianco  e intonando canti di gioia e portando il suo cadavere giù, per il fiume, sorretto da tronchi di betulla; così decisi che non avrei avuto paura né del Tribunale né degli immondi figuri che lo abitano e ci braccano per provocare la nostra rovina e ci sviliscono a ombre del silenzio e manichini dell’angoscia e seppi che dovevo scrivere quel racconto risolutivo e presi la penna. Se vi avessi rinunciato, non sarei più stato uno scrittore.

E cominciai. Ma si può cominciare? Cosa significa un inizio e una fine? Scrivere significa abbracciare, senza alcun interesse premeditato, tutte le possibilità della vita, e la possibilità di inventarne altre, all’infinito, e così non scrissi nessuna Storia risoluta ma vagai senza costrutto fra una poesia puttanesca e una prosa incantata, come un flâneur irrisolto, sepolto nella foschia che nasconde il cuore di Modena, senza il sollievo di una pelle ufficiale e decorosa, wanderer indeciso fra letto e bara, voyageur che benedice tempi così disumani perchè solo in tali tempi l’umano può sopravvivere in modo bizzarro, con strane stampelle: se mi si concede il calembour,  disumanamente.

                    E la minuta
della mia storia risoluta?
A quale diavolo l’ho venduta,
povera cosa sciocca e muta?

***

10 pensieri riguardo “Una storia risoluta”

  1. cicci, non vergognarti della tua condizione, qui sei in famiglia, questo posto è un vero rifugium ignorantorum, ne trovi di più solo sul blog di raimo

    comunque: punta il màus sull’immagine e miraculosamente ti appariranno autore e titolo; se ci klikki sopra, andrai direttamente alla radice del male e sarai salvo

  2. ahah, ma che vergogna :)
    adoro i miraculi… a ogni modo

    e poi come diceva una:

    How invaluable to be ignorant, for by that means one has all in reserve and it is such an Economical Ecstasy

    (!) che non è male in ‘sti tempi diavolacci di crisi…

  3. “e penso a scrivere senza scrivere nulla”, fra le infinite possibilità di scrittura e di non scrittura, scegliere questa
    così come (non) scrivere “nessuna Storia risoluta “: fra le
    infinite, risolute e non, non deciderne nessuna, che così non è decisa, né risolta
    (trovo molto indovinato il termine risoluta, mi piacciono molto le valenze che consente…)
    Complimenti Marco, molto bello questo apocrifo d’autore.

    Un caro saluto a tutti e anche, di nuovo, auguri

  4. ah volevo aggiungere, sottolineare, Marco, la gran bellezza della parte finale di 1 gennaio (“Ma sarebbe così bello che la sua notte […]così come il contadino smette di scavare la terra con le unghie e con impudica fantasia comincia a seminare dentro i solchi, con aria taciturna,[…] e sa, camminando in avanti, che alle sue spalle frutti e pane cresceranno, anche se non per lui, ed è felice…”)

    ciao

  5. Grazie, Margherita e Alessandro. La mia (molto antica) irresoluta “storia risoluta” nasce, oltre che dalla mia predilezione per il flâneur Delfini, da un sotterraneo discorso sul “cinema”. Insomma, sulla Dimora è sempre un bene che appaiano quelle cose segrete di cui uno parla a volte solo con se stesso.
    Buon anno a entrambi e un abbraccio.
    M

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