Canto per la notte di capodanno

Van Gogh, Il seminatore, 1888

 

Dopo lo tsunami
Canto per la notte di capodanno

ai miei figli 

rovine aperte al nulla del risveglio
aborti di rose nel grembo umido dell’alba
che scivola tra sepolcri di secoli
e latrine e accende il lume
su terre di naufragio   un faro
dove solitario frange
il canto veggente dell’onda   l’eco che dilegua
del suo disperso alfabeto di vite
schiuma che resta un attimo
e non dura…

 

                  solo ieri il diluvio
era una corsa di mani accalcate a liberare lacrime dal ciglio
e i poeti
spargevano coriandoli di versi e di cordoglio
dai loro scranni di scribi senza voce

                                                (il padrone
solenne
pagava profumate antologie da tramandare ai posteri
che hanno già smarrita l’arte di leggere
pensare
           coniugare un fiore) 

 

il diluvio – ricordi?

ora è un’acqua che consola   scivola tra le cosce e i seni
di corpi patinati per la cena del perdono – grasso e merda
fusi in un’unica colata di passione
miscela di pentimenti senza nessun tormento

guardali –
ora hanno un altro cielo che li può sentire  
un orizzonte nuovo 
                          disteso ad arco sull’ultima disfatta
e un paradiso dove si può svernare
dimenticando i passi che pestano la fame
lontano dagli occhi che si aggrappano come edere al balcone
gli occhi che parlano dal braccio della morte
dai tumuli di un mare costruito ad arte
tra un monte di lava e le sabbie di catrame

anche oggi
                Mahmud
inciampava in uno sputo – il primo rantolo del sole
al levare del giorno
una sferzata d’odio dalla gola del mattino
per celebrare l’avvento
per annunciare al mondo nuove stirpi di uomini e di ali
schiere fedeli di pellegrini traboccanti d’estasi
le carte di credito strette alla cintura
e voglie infami in voli transatlantici
                                               tra l’oriente e il samba –
                                              
(dio intanto urinava beato dentro i calici
al coro plaudente degli eletti
                                       al canto degli schiavi liberati)

 

–                    ho raccolto lo sguardo intravisto
solo immaginato
del bambino che camminava al suo fianco a testa bassa –
l’ho conservato come una reliquia
per il compleanno di mio figlio
una candela accesa al cambio d’equinozio
a illuminare la tavola imbandita dei suoi giorni

         insegnami con quante lettere si scrive la parola memoria  
         conto i millenni a manciate
         le epoche riaffiorate dalla polvere dei libri e mai 
         la terra è stanca
         di restituire alla pietà dei solchi semine di vite
         sacrificate per il pasto dell’abisso

         raccontami di tuo padre delle cifre incise
         a caratteri di fuoco 
         sul suo braccio – delle miniere di carbone e fame
         della paura che m’assale prima di dormire
         delle favole che non acquietano il grido delle fonti

 

ti parlerò di mio padre   di tutti i padri
che in lui mi hanno allevato
e ti dirò del tuo nome   Gabriele   delle lettere
che ne custodiscono il volto il seme e la speranza

questa è la risposta – 
                              carne respiro sangue
voce
       che non tace –

gridala contro il presente che frana la radice dei ricordi
contro le mani insozzate di crimini e pietà  
la pietà che oltraggia la giustizia e
oscura anche gli astri dei cieli che verranno –

grida il tuo passato d’esule  
quando il tuo nome era Mikhal o Ismail
                                                   Jeoshua o Salomon

grida Gibril
stanotte sei tutti i nomi che la storia ha cancellato –

grida  
stringili nel pugno sillaba per sillaba
strappali alle sabbie raggelate della lontananza
falli riemergere dai fondali sbarrati della morte –

questo è il tuo destino il tuo domani
la sorgente l’oasi
il cammino –

                 imporre ai deserti                                                 
                                         di fiorire

 

————————–
(Tratto da: Hairesis – 2004/2005,
E-book, Milano, Biagio Cepollaro Edizioni, 2007)
—————————

 

***

 

 

          (Saragei Antonini)

          ma se Dio dà le spalle –
          se sono piccole –
          se quando era bambino
          non c’ero –
          se si va per male e bene –
          se con tutti i sentimenti del cielo
          e quel poco di fazzoletto che si era –
          se ora è di schiena
          dev’essere mio padre
          e il mare fuori
          da tutte le braccia
          e le fosse –
          da quelle degli occhi
          dove stanno i morti
          e i bari –
          e se Dio potesse tornare indietro
          sarebbe quel io di pancia.

          (1 gennaio 2014)

 

***

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11 pensieri riguardo “Canto per la notte di capodanno”

  1. Chissà, Francesco, forse un giorno fioriranno anche i deserti e i figli potrebbero raccontare un’altra storia. Abbiamo visto e patito difficoltà indicibili, abbiamo sperato in gesti e parole semplici resi però più difficili dei fiori nel deserto. Abbiamo vissuto, viviamo la forza che ci conduce a resistere per una luce di bene e fratellanza.
    A quando?

    grazie per questi tuoi versi che amo in modo indescrivibile.
    sì,è un giusto modo per avventurarci in questa nuova e difficile missione chiamata 2014.

    ciao, mio gigante, con un grande abbraccio
    jolanda

  2. Grazie Francesco! il tuo canto l’ho “ascoltato” allo scoppiare del nuovo anno! e mi è sembrato di pregare –

    sono versi per i quali non trovo parole, se non una sincera commozione e gratitudine –

    un abbraccio!

    Saragei

  3. Caro Francesco,
    Come già sai questi testi così arsi d’amore in una partitura sinfonica copiosa nella musicalità del canto (tra speranza e disincanto; mi si passi il gioco di parole), mi sono cari e presenti ormai da anni come compagni di vita e rifugio per i miei silenzi. La notte appena passata ti ho sognato e trovare le tue parole al mio risveglio è stato come trlvare una risposta al tuo pensiero ed al mio richiamo. Abbraccio te com Michele e Gabriele e tua moglie con affetto infinito e d incondizionato.
    Vi sia nuova serenità, meritata e necessaria.
    Natalia

  4. Grazie per tutta l’umanità che traspare da questa poesia nella luce dell’esistenza, dove l’uomo è spesso o sempre solo ombra, ma che Francesco sa “illuminare” con i suoi versi e con la bella chiosa di Saragei, in continuo respirare arte di verità nell’affanno dei giorni, nel giorno che chiude i giorni, nell’inizio di ogni nuovo contratto con il mondo, affrancando lo stupido conto alla rovescia del nulla capitalistico con la maestria e la sapienza di un versificare che è versare nel patrimonio di tutti chiavi d’armoniosa apertura al senso ultimo del nostro passaggio, dove riflessi di quello che siamo possiamo andare oltre noi stessi grazie alle visioni Vostre, Poeti.

    Grazie infinite ed un augurio per tutto a Tutti.

    fc

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