L’identità e la maschera

José Saramago

Luigi Sasso

L’identità e la maschera

     In un passo dei suoi Diari, Franz Grillparzer, l’autore de Il povero musicante, racconta che un giorno, mentre stava sfogliando le Lettere di un defunto,  a un tratto si spaventò. Il testo menzionava il suo nome, che egli lesse come se fosse quello di un estraneo, anzi proprio di un morto. «Spesso devo raccapezzarmi – osserva – per rendermi conto che sono quello stesso le cui opere hanno fatto scalpore nel mondo. Il poeta Grillparzer». Quel nome lo aveva sempre irritato. «Scritto lo posso ancora vedere, – conclude – stampato mi atterrisce. Siffatti nomi non vengono tramandati ai posteri».
In questa annotazione Grillparzer formula un’idea di letteratura. Scrivere nasce da una sensazione di sgomento, quando ci si rende conto che persino il proprio nome e il proprio volto sono realtà lontane, luoghi da reinventare, quando in gioco c’è la propria identità.

     Saramago è un  autore che ha fatto del senso dell’identità, dell’indagine intorno a quest’enigma, la ragione fondamentale della sua attività di scrittore. Se ne può ottenere conferma leggendo una serie di interviste rilasciate a Juan Arias nel 1998. Lo scrittore, a quella data, ha già preso residenza a Lanzarote, una piccola isola delle Canarie. Ha 76 anni, e sta ultimando la stesura di Tutti i nomi. Qualche mese più tardi gli verrà assegnato il premio Nobel. Il titolo che verrà dato a queste conversazioni, pubblicate in Spagna e tradotte l’anno dopo in italiano, è L’amore possibile. Fin dalle prime righe di questi dialoghi emerge con chiarezza quello che è il senso, per Saramago, della letteratura e più in generale del destino dell’uomo, vale a dire una lunga interrogazione sulla natura e le ragioni di ciò che siamo, sul senso che dobbiamo attribuire alla parola io. Un’interrogazione destinata a rimanere, con ogni probabilità, senza risposta, e ad accompagnare, quindi, ogni momento del suo lavoro di scrittore: «Ma sì, è vero che ho detto: “Viviamo per dire chi siamo”, e l’ho detto con la massima serietà, ma è anche vero che forse, alla fin fine, si tratta del tentativo di mascherare l’impossibilità di dire chi siamo e perché viviamo…»(1).

     La ragione di questo scacco, e dunque dell’impossibilità di rivelare il nostro vero volto, sta tutta nel fatto, spiega Saramago, che «in noi esistono porte che sono e continueranno a rimanere chiuse» e scrivere dovrà dunque fare i conti con questi margini di buio. L’individuo sarà sempre destinato a sdoppiarsi («E’ come se fossimo due: – aggiunge – uno cambia e l’altro assiste al cambiamento»). Scrivere diventa allora un’attività di ricerca, un lavoro di scandaglio fatto di spostamenti, di pedinamenti e di fughe. Non è soltanto in causa l’oggetto del discorso (chi siamo, a cominciare dal nostro volto e dal nostro nome, insomma), ma, cosa forse ancora più importante, la forma della scrittura, che, assumendo un compito inderogabile per quanto impossibile, da narrativa tende a trasformarsi in saggistica: «Quando affermo che forse non sono un romanziere, o che forse ciò che scrivo sono saggi, intendo precisamente questo, perché la sostanza, la materia del saggista è lo stesso scrittore. Se vai a vedere i saggi di Montaigne, e proprio con lui cominciarono a chiamarsi in questo modo, sai che è lui, sempre lui, dal prologo, dall’introduzione stessa. In sostanza io sono la materia su cui scrivo»(2). E ciò non avviene per una proiezione narcisistica, ma per la consapevolezza che scrivere non possa avere altro significato: un viaggio intorno all’io, intorno alla stessa scrittura.

     Questo percorso Saramago l’ha compiuto davvero, e lo ha trasformato in un libro: Viaggio in Portogallo(3). E’ un libro in cui si parla di luoghi che vanno da Èvora a Setúbal, da Sesimbra a Castelo Branco, da Redondo a Alcácer do Sal, di santuari e di villaggi, di strade e di deserto, di bambine dalle trecce coi nastrini rossi, di fiumi che si chiamano Douro e Fresno, di racconti che appartengono un po’ alla storia e un po’ al mito. Uno degli aspetti più rilevanti di questo lungo percorso è l’interesse che Saramago mostra per i nomi. Essi non sono mai dei semplici indicatori di una qualche località, ma guidano, orientano il movimento del viaggiatore. Incerto sul cammino da prendere, il viaggiatore lo sceglie perché si innamora del nome. Alludendo proprio ai vari criteri di scelta, Saramago precisa come ne prevalga uno «che solo lui probabilmente sarà capace di sostenere: si è innamorato di un nome, del nome di un paesino che si trova sulla strada di Murça, cioè Carrazedo de Montenegro. È poco, è sufficiente, ciascuno la pensi come vuole»(3). C’è in Saramago un gusto, una passione per i nomi che ci riporta immediatamente a quanto Roland Barthes sosteneva in un paragrafo dal titolo Nomi propri, una pagina tratta da quell’indagine intorno a se stesso che costituisce uno dei suoi libri più affascinanti, Barthes di Roland Barthes, appunto: «Come si può avere un rapporto d’amore con dei nomi propri? […] Tuttavia, impossibile leggere un romanzo, delle Memorie, senza questa ghiottoneria particolare (leggendo Madame de Genlis, sorveglio con molto interesse i nomi dell’antica nobiltà). Non serve soltanto una linguistica dei nomi propri; serve anche un’erotica: il nome, come la voce, come l’odore, sarebbe il termine d’un languore: desiderio e morte: “l’ultimo sospiro che resta delle cose”, dice un autore del secolo scorso»(4).

     Quest’amore per i nomi, che prescinde da ogni schematizzazione di ordine linguistico, quest’estetica, che ha un profondo legame con la scrittura, che anzi ne evidenzia una delle  vocazioni più assolute, accompagna snodi e passaggi del Viaggio in Portogallo, come questo:  «Sono zone deserte, si fanno chilometri senza vedere nessuno, e quando appare all’improvviso un paese che non ci si aspetta questo si chiama Jou, che bel nome, oppure si incontra qualche stradina modesta che porta a Toubres, a Valongo de Milhais, a Carvas, parole che il viaggiatore continua a ripetere, gustandosele, quasi quasi non ha bisogno d’altro cibo. I nostri antenati erano gente fantasiosa, o forse la nascente lingua portoghese era molto più libera nei movimenti di quanto lo sia oggi, che ci troviamo nei pasticci quando dobbiamo battezzare nuovi luoghi abitati»(5).

     Per Saramago è importante sentire il sapore dei nomi(6), farsi vincere dal loro fascino, lasciarsi incantare, rimanere nello stupore di un fanciullo. Ma scrivere si traduce anche nella scoperta del carattere enigmatico dei nomi, parole che non lasciano facilmente trasparire il loro significato, da cui non è agevole ricavare la fisionomia delle cose, parole che spesso, come sirene,  sono ingannevoli. E’ facile ripetere e trascrivere nomi con la passione di un collezionista, ma molto più complesso è afferrare, di ognuno di essi, il segreto: quando il viaggiatore arriva in un piccolo paese a poca distanza da Porto, evita «le strade principali, vuole distrarsi passando per questi stretti cammini che collegano gli uomini e i loro vicini, collezionando nomi singolari, da nord a sud, e ogni qualvolta gliene appare uno sul ciglio della strada lui lo ripete a voce bassa, ne assapora il gusto, cerca di indovinare il significato, e quasi sempre desiste oppure gliene compare lì davanti un altro quando ancora non è riuscito a decifrare il primo»(7).

     La tentazione, per sciogliere ogni dubbio, sarebbe quella di raccogliere tutti i nomi di un luogo. Ma anche nel compiere una simile operazione non mancano le sorprese. Anche la carta più dettagliata e affidabile nasconde un punto vuoto: in visita a Ferrel, il viaggiatore consulta una mappa militare che reputa affidabilissima. Ma un ragazzotto gli fa notare che manca la strada da Baleal a Peniche. Allora il viaggiatore «ha guardato arrabbiato l’elogiata mappa. Le strada mancava realmente»(8).

     Il nome che sulla mappa non c’è(9) costituisce una piccola crepa, il debole ma non trascurabile segnale di una crisi a cui ogni tentativo di delucidazione e di conoscenza è destinato ad andare incontro. Per questo motivo il viaggio, anche il viaggio portoghese di Saramago, come si legge nell’ultima pagina di questo libro, non può avere fine. Senza quasi rendercene conto, per circa cinquecento pagine ci spostiamo seguendo le orme di un personaggio che Saramago designa semplicemente come “il viaggiatore”, che lascia intenzionalmente senza volto e senza nome. Tutti i nomi, assaporati o assenti, di questo libro, tutti i volti («i paesi sono come le persone», annota Saramago) finiscono per disporsi intorno a questo spazio sconosciuto, controfigura dell’autore, certo,  ma anche sua cancellazione, suo doppio. E’ lì la radice profonda del viaggio («Il viaggiatore ha viaggiato nel proprio paese. Il che significa che ha viaggiato all’interno di se stesso…», scrive ancora Saramago). Ciò che il nome e il volto e persino il viaggio nascondono è sempre una terra incognita: il tempo, il lento movimento della nostra esistenza:  «ogni chilometro non vale meno  – annota – di un anno di vita». […]

  

[Il saggio di Luigi Sasso sarà leggibile integralmente
in “Quaderni delle Officine”, XXXVII, Gennaio 2014.]


Note

(1) Juan Arias, José Saramago. L’amore possibile,  tr. it., Milano, Frassinelli 1999, pp 17-8.

(2) Ivi, p. 24.

(3) J.  Saramago: Viaggio in Portogallo, tr. it. Torino, Einaudi 1999.

(3) Ivi, p. 40.

(4) Roland Barthes, Barthes di Roland Barthes, tr. it. Torino, Einaudi 1980, p. 60.

(5) Viaggio in Portogallo, cit., p. 43.

(6) Sul piacere dei nomi cfr. almeno Viaggio in Portogallo, cit., p. 467: «Al viaggiatore piacciono i nomi, è un suo diritto. Non avendo motivo per fermarsi a Oriola, una località lungo la strada per Viana do Alentejo, si è deliziato con le italianissime sillabe o geminalmente più prossime alla Orihuela valenciana».

(7) Ivi, p. 129.

(8) Ivi, p. 351.

(9) Il nome talvolta è assente perché dimenticato. Dopo essere passato dal monastero di Cete e aver visto luoghi dove avrebbe voluto fermarsi per sempre, il viaggiatore ripete spesso lungo il cammino il nome dell’abate D. Troicosendo Galendiz, fondatore di Paço de Sousa, come se avesse, dice,  «una noce in bocca» (Viaggio in Portogallo, cit., p.132). Ma quando arriva finalmente a Porto e vede le lunghe file di donne – le operaie delle fabbriche dei sobborghi della città – in attesa alle fermate degli autobus e vorrebbe ripetere di nuovo quel nome, non riesce più a ricordarlo.


Tratto da
AA.VV., Segni particolari.
L’immagine del viso, l’immaginario del nome proprio
A cura di Elena Bonelli
Urbino, Quattroventi  2004.

***

2 pensieri riguardo “L’identità e la maschera”

  1. Bellissimo il testo di Luigi, che ri-mette in gioco l’identità e il nome in modo complesso e sempre fecondo, e sempre attraverso testi e personaggi della letteratura antica e contemporanea. Invito i lettori della Dimora a fermarsi a leggere qui più spesso: è un’occasione per incontrare riflessioni che non è sempre facile trovare nella pluralità vorticosa ed effimera del web.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.