Il giorno della caduta

Falling down, 1993

Antonio Scavone

Il giorno della caduta

     Fa caldo a Los Angeles, il traffico è bloccato su un cavalcavia per lavori in corso, le auto sono ferme in colonna e l’aria si fa irrespirabile con i motori accesi. In una di queste auto c’è Bill Foster – occhiali, camicia bianca dalle maniche corte, cravatta, capelli a spazzola. Bill sta lottando con una mosca imprigionata nella vettura, con le bocchette dell’aria che irradiano solo il calore della strada e con il vetro della portiera anch’esso bloccato perché la maniglia si è rotta girandola. Attorno a Foster c’è un pullman di ragazzi in gita che hanno perso per l’afa opprimente la voglia di cantare e, dietro di lui, tante altre auto, tra le quali quella di Martin Prendergast, un poliziotto in borghese della “Sezione Rapine” al suo ultimo giorno di lavoro prima della pensione.
     L’atmosfera è pesante, sale l’ansietà per questa sosta forzata che non accenna a risolversi finché Bill Foster apre la portiera della sua auto, prende la ventiquattrore, esce e si incammina risoluto sul cavalcavia. Cioè se ne va, lascia quell’imbuto di auto, di sudore e rabbia e a chi gli chiede, esterreffatto, dove stia andando, lasciando la macchina senza guida nell’ingorgo, Foster risponde ovvio e invelenito: “Vado a casa!”.
     Gli automobilisti in colonna dietro quella macchina abbandonata protestano, non sanno come prendere la sortita di quel tipo che è andato via in quel modo, come un soldato che diserta o un giocatore che torna arbitrariamente negli spogliatoi nel bel mezzo della partita. Si avvicina anche Prendergast, si rende conto della situazione e nota la targa di quella macchina: D-FENS, un acronimo o comunque un segno allusivo, distintivo.
     Sopraggiunge un poliziotto motociclista per sedare quella che comincia a essere una vera e propria iattura in quel traffico paralizzato e con una macchina senza il suo autista. Prendergast si qualifica ma il motociclista gli ribatte di farsi da parte perché tocca a un poliziotto della stradale risolvere l’impiccio. Provando a smuovere la macchina di Foster, Prendergast urta e fa cadere la preziosa Harley-Davidson del poliziotto, che va su tutte le furie perché hanno osato manipolare il suo gioiello. Oltre il cavalcavia, intanto, Bill Foster – con la sua valigetta e le penne nel taschino – entra in un minimarket gestito da un sud-coreano che si rifiuta di cambiargli una banconota e gli impone un prezzo esoso per una Coca-Cola. Bill giudica la pretesa del gestore come un affronto e non può sopportarlo: gli contesta il fatto di avere un’impresa commerciale grazie agli aiuti che gli Stati Uniti hanno accordato agli immigrati del suo paese e gli ricorda quindi di dover essere riconoscente a questa nuova patria, di non mancare di rispetto agli americani che decidono di spendere nel suo minimarket. Le rimostranze di Bill, però, appaiono inquietanti e minacciose al sud-coreano che si premunisce, a scopo intimidatorio, di una mazza da baseball ma Foster è più rapido: strappa dalle mani dell’immigrato la mazza da baseball e con quella comincia a sfasciare il minimarket, prendendo dalla cassa le monetine che gli servivano per telefonare e lasciando la banconota per pagare la Coca-Cola.
     A chi deve telefonare Bill? Alla moglie Beth che lo ha lasciato, portando con sé la loro figlia Adele: sono divorziati, Bill e Beth, ma il giudice ha imposto a Bill il divieto assoluto di incontrare o infastidire l’ex-moglie, di tenersi lontano da lei almeno a trecento metri di distanza. Bill, in realtà, vuole tentare un approccio cordiale con Beth per festeggiare con lei il compleanno della piccola Adele ma ad ogni telefonata Beth gli ricorda del divieto e l’avverte che chiamerà nel caso la polizia.
     Così comincia “Falling Down” – in italiano Un giorno di ordinaria follia –, film del 1993 del regista Joel Schumacher. A interpretare Bill Foster è un capzioso e convincente Michael Douglas, figlio del grande Kirk, mentre Prendergast è interpretato con misura e leggerezza da Robert Duvall.
     Intanto, l’ingorgo è stato incanalato e il poliziotto Prendergast può tornare alla Centrale, al suo ufficio Sezione-Rapine e qui s’imbatte nel sud-coreano che denuncia l’aggressione subìta da quello sconosciuto in maniche di camicia e cravatta. Prendergast rammenta e ricollega la descrizione dell’aggressore all’autista che ha lasciato la sua macchina sul cavalcavia e comincia a indagare anche se non è di sua competenza la violenza personale ma deve tenere a freno il sarcasmo dei suoi colleghi per questa inusitata dedizione nel suo ultimo giorno di lavoro, nonché i piagnistei e le intemperanze di sua moglie Amanda, isterica e ossessiva, magnificamente tratteggiata dall’attrice Tuesday Weld, gloria giovanile del cinema americano degli anni sessanta.
     D-FENS si aggira su una radura alla periferia ispanica di Los Angeles, ha con sé la ventiquattrore e la mazza da baseball usata nel minimarket. Qui viene affrontato da due sfaccendati che lo minacciano con un coltello perché ha invaso senza permesso il loro territorio. Cerca di farli ragionare, D-FENS, ma i bulli non sentono ragioni e si preparano a dargli una lezione ma la lezione gliela darà l’uomo in maniche di camicia e cravatta con la mazza da baseball, mettendoli in fuga e raccogliendo da terra quel coltellino multi-uso. Gli ispanici non si dànno per vinti e organizzano con altri l’irrinunciabile spedizione punitiva, rastrellando fucili a pompa e pistole e allontanando Angie, la ragazza di quello che sembra il capo della banda, che aveva tentato di fermarli.
     Bill Foster D-FENS prova ancora a telefonare all’ex-moglie Beth (l’attrice Barbara Hershey) che però non risponde e allerta la polizia. Gli ispanici lo avvistano e, dall’auto, cominciano a sparare a raffica colpendo molti passanti, nella fuga però si scontrano con altre macchine e restano mortalmente feriti.
     D-FENS, illeso, si avvicina all’auto dei suoi assalitori, raccatta tutte le armi in un borsone e, a quello che l’aveva minacciato sulla radura, infligge la stessa punizione che doveva ricevere: gli spara in una gamba, per contrappasso. Alla Centrale di polizia arriva quest’altra notizia e Prendergast si convince della validità della sua indagine quando ascolta da Angie la solita descrizione di un uomo in maniche di camicia e cravatta.
     D-FENS è armato di tutto punto e comincia a scaricare sugli altri il suo livore: a un passante che gli rimprovera di essere stato troppo tempo a un telefono pubblico manda in frantumi la cabina e al gestore di un ristorante che si rifiuta di servirgli la colazione all’ora di pranzo fa sentire la voce del suo fucile a pompa sparando all’impazzata nel suo locale. Prendergast, con l’aiuto della detective Sandra Torres (l’attrice Rachel Ticotin), l’unica che lo ascolta e lo ammira, traccia il percorso di questo ignoto giustiziere ma, nelle pause, deve fronteggiare il suo capitano che lo accusa di essere sempre stato un vile scaldasedie e ancora la moglie Amanda che, tra lacrime e capricci, gli intima di far presto ritorno a casa perché ha paura di restare sola.
     D-FENS si calma, compra un regalo per la figlia e viene distratto da un uomo-sandwich (l’attore Vondie Curtis-Hall) che manifesta ai passanti la sua condizione di esodato per l’assistenza sociale che gli viene negata. L’uomo-sandwich viene arrestato e D-FENS ripensa alle parole e all’angoscia di quel diseredato, molto simile alla sua. In un negozio di armi e accessori militari, gestito da un torvo nazista, Nick (interpretato dal Frederic Forrest di Apocalypse now), Bill ascolta alla radio che la polizia è sulle tracce di un uomo in maniche di camicia e cravatta. Decide allora di cambiarsi d’abito (e in quel negozio trova solo tute mimetiche) e di sostituire le scarpe dalle suole bucate. Il nazista Nick, omofobo e trucido come si conviene, intuisce la minaccia che corre il suo cliente e lo aiuta, offrendogli addirittura un bazooka perché faccia piazza pulita di froci, ispanici e comunisti. Ma D-FENS non si riconosce nel personaggio che Nick ha creduto di vedere in lui e si ribella: Nick, deluso, sta per sopraffarlo quando Bill lo trafigge a morte col coltello preso dal suo assalitore ispanico.
     Prendergast, frattanto, ha la forza di sedare la moglie Amanda e racconta a Sandra Torres le ragioni di quell’ossessione: la perdita della loro bambina aveva fatto precipitare Amanda in una nevrosi senza sbocco. Ma il poliziotto deve comunque partecipare alla festicciola organizzata dai suoi colleghi per il suo ultimo giorno di lavoro. La festa è ovviamente di scherno per il “vile” Prendergast ma, anche qui, il poliziotto ha un sussulto di dignità. Manda al tappeto un collega più ignobile di altri e dichiara al suo capitano di averne abbastanza di quel modo fascista di rapportarsi alla sua squadra. E tuttavia Prendergast non perde di vista la sua indagine e “quel cane idrofobo” che sta spargendo terrore a Los Angeles. Ricontrollando gli indizi pazientemente raccolti, Prendergast scopre con Sandra che il cane idrofobo era stato licenziato perché obsoleto dal ministero della difesa (di qui l’acronimo della targa, D-FENS) e che, dopo il divorzio dalla moglie italo-americana, vive con la madre, un’anziana ignara di tutto e svanita (la delicata Lois Smith).
     Col bazooka, e accidentalmente, Bill fa scoppiare una condotta di gas su un viadotto in costruzione e, per fuggire, attraversa un campo di golf dove vecchi attempati, di quelli con i soldi, intendono sbatterlo fuori. Bill si arrabbia, soprattutto per la manifesta ingiustizia di adibire un campo di golf al divertimento di ricchi arroganti e non destinarlo invece alla gioia di bambini. Minacciato, ancora una volta, ma stavolta dai ricchi soci del campo di golf, Bill spara al carrettino del caddy provocando l’infarto di uno dei giocatori. Scavalca poi il recinto del campo e si ritrova in una lussuosa villa con piscina, dove stanno facendo il bagno dei bambini. Il padre dei ragazzi, temendo un sequestro da un uomo in tenuta militare e con tanto di fucile, si offre come ostaggio, rivelando poi di essere solo il giardiniere di quella sontuosa villa. Bill si scusa e rassicura quell’uomo e si dirige fuori città. La ricognizione di Bill sta per finire: questa giornata avversa sta per concludersi a casa di Beth a Venice, il sobborgo marino di Los Angeles. E a Venice arrivano anche Prendergast e Sandra Torres. Sentendosi ormai in trappola, Bill spara alla detective e raggiunge Beth e Adele che erano fuggite sul pontile. Sandra è ferita ma se la caverà: tocca a Prendergast di inseguire la famigliola di Bill sul pontile e, fingendosi un passante un po’ invadente, persuade D-FENS di desistere dal suo proposito. Gli racconta della sua bambina morta nella culla a cinque mesi e di quanto sia difficile ricostruirsi un presente più che un avvenire. Prendergast riesce a recuperare la pistola di Bill, fa allontanare Beth e Adele ma il cane idrofobo dice di averne un’altra di pistola e che solo un duello virile metterà fine alla sua storia. Prendergast prende tempo, aspetta e quando Bill impugna qualcosa che ha in tasca, non può fare a meno di sparare. Ma la seconda pistola di Bill era un innocuo giocattolo, una pistola ad acqua: colpito a morte, Bill sprofonda in mare oltre la balaustra del pontile, galleggiando come un crocifisso. Prendergast rinuncerà al pensionamento anticipato e a casa di Beth scorreranno sul televisore le immagini di quando Bill Foster viveva felice con la moglie e la figlia.
     Scritto da Ebbe Roe Smith (attore e sceneggiatore), Falling Down è un film composito, un affresco impietoso sui destini degli uomini privati della loro dignità sociale, affettiva, esistenziale. È una storia che non concede nulla alla retorica (e dire che Schumacher è incline all’enfasi) ed è articolata con sequenze inusuali, tra azione e disagio intimo, ricordi e aspettative. È il ritratto di una metropoli complessa e mercificata dalle ingiustizie, le discriminazioni, le paure, la presunzione di una libertà ottenuta con la ricchezza. Multi-etnica, degradata e qualunquista Los Angeles ci appare come la città dei demoni moderni, dove un ragazzo sa manovrare un bazooka, un accattone millanta un suo passato da veterano, un immigrato si fida solo della sua avida ricerca di denaro. Ma il film non vuole essere didascalico nella rappresentazione degli arbitrii e delle sopraffazioni, il ritmo non lo consente: intende semmai mostrare questa lunga e inarrestabile discesa agli inferi (“Falling down”) di un uomo reso instabile dalla perdita del lavoro, dalle disavventure sentimentali e familiari e di qualsiasi altro valore edificante. È un’America tradita dal suo stesso successo e questa storia amara si svolge in una radiosa giornata di sole e di colori, di voci e di lacrime, di ripicche e malinconie, di razze e povertà: persino la polizia di Los Angeles è multi-etnica, popolata da neri, ispanici, giapponesi e gli immancabili wasp di sempre.
        Girato quasi interamente in esterni, Un giorno di ordinaria follia non è precisamente un “road-movie” anche se non mancano gli imprevisti e le occasioni tipiche di una storia vissuta sulla strada. L’itinerario di D-FENS è molto più soggettivo e le situazioni che incontra o crea sono vissute come il nucleo esplosivo di un’inarrestabile deflagrazione intima. Da quando è stato buttato fuori dal ministero della difesa perché obsoleto, Bill Foster ha continuato a vivere per un mese come se non avesse perduto il lavoro: usciva e tornava a casa della madre agli orari d’ufficio, conservando quell’aplomb da impiegato-modello e nella famosa ventiquattrore aveva il pasto di un ragazzo, una merendina e un’arancia. A quest’uomo declassato, emarginato da tutti e tutto, solo con le sue minime risorse sentimentali ed esistenziali, si oppone come antagonista speculare lo scaldasedie Prendergast, che ritrova nell’inseguimento del cane idrofobo, come in una sintesi parallela, una residua consapevolezza per imporsi ai suoi colleghi più o meno bastardi, al suo capitano più o meno miserabile, a sua moglie Amanda mummificata nella sua tetra tristezza, in uno scenario che brulica di aspettative e tormenti.
        Ci troviamo in una Los Angeles desueta, lontana da Hollywood o da Malibù, una metropoli diurna, assolata, dove i grattacieli sono indistinguibili sullo sfondo e primeggiano invece le case basse di legno, le botteghe dalle insegne multicolori, istoriate da graffiti tra cartoon e kitsch, prossime alla desolazione, ad una miseria senza illusioni. Tutti stanno in strada aspettando svogliatamente qualcosa, qualcuno: il duello finale è inevitabile, la “sfida infernale” è di uso corrente, normale per la sua trascinante esasperazione. La storia finisce con una strage di reprobi e di innocenti in un’America e in un mondo dove il dialogo sopravvive paradossalmente senza interlocutori, dove la follia è miraggio di una vita superstite, in un giorno qualunque di persone affrante e deluse, come la maggior parte degli uomini comuni quando capiscono che i loro obiettivi erano di fatto irraggiungibili e perduti.

1 commento su “Il giorno della caduta”

Rispondi a maria pellegrini Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.