Il muro dove volano gli uccelli (il libro)

Il muro dove volano gli uccelli

Marco Ercolani
Lucetta Frisa

[…] Si tratta di un’indagine, o meglio: di un vero e proprio viaggio nel paesaggio materiale, organico, della creazione, in quel territorio dove i gesti, gli impulsi, i respiri, l’eccitazione dei nervi e il dolore, le pieghe della carne e le sue contrazioni si traducono in atto creativo, al di qua del senso, dell’ordine che esso sempre comunque impone: necessario, utile, plurivoco, ma sempre secondo, ulteriore, anche quando si volge indietro e rimonta a prima, cercando di attingere il prima del prima. Un itinerario che va indietro nel tempo, alle grotte con i primi graffiti, ai primi segni – le impronte delle mani e figure di animali – e a prima dei segni, quando un segno è solo traccia, graffio animale, scarabocchio, pura grafia, gesto che traccia e ancora non è finito, segmento di nessun insieme: non ancora nel gioco delle differenze che lo spossessano di se stesso fissandolo in un’identità ripetibile e differenziata, ma appunto per questo, infine, visibile, riconoscibile, con il capo fuori dall’informe. Ma un’indagine che risale anche al momento prima che il gesto cominci: all’agitazione, al brulicare delle viscere, allo sguardo che fibrilla e alle sensazioni in eruzione prima del pensiero, dove ancora nessuno può dire io. Così anche il loro sguardo, la loro capacità di lasciare che l’occhio si incendi e la scossa passi nei sensi e nell’immaginazione, le analogie, i nessi e le nuove immagini che ne vengono prodotte sono meno un percorso emotivo personale o mappe culturali, che pure a me piacciono moltissimo, che l’affioramento di parentele, affinità e scambi senza proprietario che legano nello stesso vincolo, in una visione comune, chi guarda e le trova e chi le riceve e trasforma e rilancia.

(Luigi Grazioli, dalla Prefazione)

Marco Ercolani / Lucetta Frisa
Il muro dove volano gli uccelli
Prefazione di Luigi Grazioli
Forlì, Casa Editrice L’Arcolaio
Collana “Prose”, 2014

Eugéne Delacroix, La deposizione di Cristo, 1848.

Eugène Delacroix, La deposizione di Cristo

      Come dimostra anche questa tela, insolita per la sacralità del soggetto, Delacroix vede attraverso il colore: il bianco livido del corpo di Cristo, la roccia nera, il paesaggio marrone scuro, le figure rossastre. Per il pittore c’è colore anche nel nero: l’assenza di luce non gli toglie consistenza. Le ombre, se guardate attentamente, risultano viola, confermando un suo appunto teorico.
     «Altri colori dorati dell’erba: le tonalità giallo ocra e nero, modificata in scuro o chiare. Ombre: terra d’ombra e terra verde bruciata. […] Anche davanti alla natura è la nostra immaginazione che crea il quadro: noi non vediamo né i fili d’erba in un paesaggio né la rugosità della pelle in un bel volto. L’occhio, con la sua felice incapacità di percepire gli infiniti particolari, fa giungere alla mente solo quello che va percepito. […] È la potenza immaginativa che concentra tutti i caratteri in un’idea, facendola esistere realmente come una creatura completa».
     La creatura completa è l’unicità dell’opera, intesa come sintesi di disegno e colore, nel quadro, come sintesi di senso e suono nel testo poetico. Baudelaire difenderà così questa unicità, rivolgendosi con veemenza agli spettatori dei Salons: «Voi siete ora in grado di comprendere quello che è un buon paesaggio tragico. […] Ogni albero immorale che abbia osato spuntare da solo e alla sua maniera, è necessariamente abbattuto. Ogni stagno adatto ad ospitare rospi e girini è spietatamente interrato. Per i paesaggisti storici colti da qualche rimorso per qualche peccatuccio naturale, è il cielo puro, la natura libera e ricca, la savana, la foresta vergine, il vero inferno».
     Baudelaire respinge il colore inerte e la linea ‘rigida’ del classicismo per creare corrispondenze, assonanze, analogie – nuovi mondi dove l’immaginazione è esaltata come facoltà creatrice ed esclusiva, come temperamento e passione. In modo analogo Delacroix definirà sincronico il quadro e diacronico il libro: «La pittura è un’arte modesta, bisogna andare da lei e andarci senza problemi: un’occhiata è sufficiente Il libro non è così: bisogna prima comporlo, poi leggerlo, pagina dopo pagina, e sudare per comprenderlo. La pittura ha solo un attimo. Ma in un quadro non ci sono tanti momenti quanti sono i particolari, le fasi del quadro? Qual è il fine più augurabile della letteratura? E produrre al termine dell’opera quell’impressione di unità che il quadro offre un’unica  volta».
     La linea di Delacroix, inquieta e non classica, serpeggiante e sinuosa, viene evocata dall’autore dei Fleurs du Mal con lo stesso ardore:

«Del disegno di Delacroix, così assurdamente, così scioccamente criticato, che altro c’è da dire se non che contiene verità elementi completamente misconosciute; c’è un buon disegno non è già una linea cruda, dispotica, immobile, che racchiude la figura come una camicia di forza; che il disegno ha da essere come la natura, vivo e agitato; che la semplificazione nel disegno è una mostruosità […]; che la natura ci presenta una serie di linee curve, prospettiche, spezzate, secondo una legge di generazione impeccabile, in cui il parallelismo è sempre indeciso e sinuoso, in cui le concavità e le convessità si corrispondono e si incalzano; che Delacroix soddisfa mirabilmente tutte queste condizioni e che, anche quando il suo disegno lasciasse talvolta intravedere mancanze o eccessi, egli ha questo immenso merito: rappresentare una protesta incessante ed efficace contro l’invasione della linea dritta, questa linea tragica e sistematica che tante devastazioni ha già aperto nella pittura e nella scultura».

     Baudelaire ovviamente si riferisce a Ingres, simbolo di una linea rigida che solo in un secondo tempo accoglierà un colore superficiale. Già William Hogarth, nella sua Analisi della bellezza, parla della linea curva – la “serpentina” – come del segno essenziale per imprimere dinamismo e vitalità alle figure – dinamismo peraltro inscindibile dagli impasti cromatici. Ma solo Baudelaire afferma senza esitazione che la ‘linea ondulante’ è forma viva che nasce insieme al colore che la sostanzia e simboleggia il divenire convulso della vita umana, avvicinando la necessità del rigore all’espressività del caos, la nitida chiarezza della linea alle oscurità luminose del chiaroscuro.
     I colori sono passioni più che azioni. Non consolano. Non si avvicinano al pensiero ma ne formano l’humus. In uno dei suoi Frammenti postumi Nietzsche accenna alla cecità cromatica dei pensatori rivelando implicitamente come il pensiero logico non appartenga alla sostanza del colore ma al disegno della forma, e contestandolo come arrogante e insufficiente.

***

4 pensieri riguardo “Il muro dove volano gli uccelli (il libro)”

  1. Francesco, grazie. Da parte mia e di Lucetta. Ma dire “grazie” è sempre una forma troppo ristretta. Diciamo così: la risonanza dei nostri testi nella Dimora è per noi una gioia sempre rinnovata, è la condivisione di un’idea di bellezza, di una visione del mondo.

  2. @ Marco Ercolani: in quanto uno dei molti lettori della Dimora sono io a ringraziarvi per le vostre proposte e per le parole, bellissime, che chiudono il commento: “è la condivisione di un’idea di bellezza, di una visione del mondo” – leggerle in un periodo così amaro per la nostra collettività fa bene e apre la mente alla speranza.
    @ Francesco Marotta: anche a te il mio grazie di lettore; come mi è già successo molte altre volte dopo aver letto dei contributi sulla Dimora andrò a comperare questo libro.

  3. Aver pubblicato questo splendido libro di Marco Ercolani e Lucetta Frisa è un onore. Un ringraziamento al carissimo amico Francesco Marotta che sempre intercetta i lavori migliori dei suoi colleghi in scritture.
    Grazie a tutti gli intervenuti.
    Gianfranco de L’arcolaio!!

  4. Eugene Délacroix affermava «La prima virtù di un dipinto è essere una festa per gli occhi». Nelle sue opere politicamente più impegnate, nella sensualità degli harem di un Oriente favolosamente irreale, nelle opere religiose emerge sempre un personalissimo gusto per il colore e un amore incondizionato per la vita, che diventa forza di tratto e originalità compositiva, talvolta violenza espressiva. Un non credente dichiarato che si tormenta sulla possibilità della non esistenza di Dio, la paura della caduta in un vuoto indistinto di tutti i valori, compresi quelli etici, che nutrivano la sua vita e la sua arte, la necessità di una certezza, di un punto fermo a cui appoggiarsi quando tutto vacillava: ed ecco un’arte “religiosa” anche in senso laico, dove il soggetto diventa il mezzo della ricerca, della scoperta, della riflessione sulla più profonda relazione, del dramma tra animo umano e fede. Dopo il viaggio in Africa del 1832 la tavolozza si riscalda, si accende di nuovi bagliori, la luce si fa protagonista ed evocatrice di stati d’animo, di tensioni in sottotraccia, le forme si fanno espressive e non più analiticamente descrittive, in uno sfaldarsi quasi materico dei contorni che ricorda le soluzioni potenti e drammatiche dell’ultimo Tiziano. I contrasti cromatici violenti, i contorni “sfigurati”, l’abbandono della correttezza formale in funzione di un disordine plastico che turba l’osservatore proprio nella misura in cui lo coinvolge, trascinandolo nell’opera, ne fanno un emblema di quella scelta di essere intellettuali impegnati che nel Romanticismo vide poeti, musicisti e pittori accomunati dal desiderio di rompere gli schemi e di dimostrare l’adesione ai valori della libertà e della giustizia anche con scelte di vita drastiche per realizzare un mondo nuovo, una società nuova. Bellissima e potente la Pietà eseguita per la Cappella della Vergine nella chiesa di Saint-Denis du Saint-Sacrement, nella quale i colori, insieme ad una forte espressività dei soggetti, cominciano a giocare un ruolo fondamentale. L’incarico fu affidato a Delacroix dal prefetto della Senna Rambuteau il 4 giugno 1840 dopo che il pittore Robert Fleury aveva rifiutato. Il pittore si mette a lavoro nell’inverno 1843-44 e nell’arco di 17 giorni porta a compimento la tela che il critico d’arte Paul Mantz descrive ne L’Artiste con queste parole: «Non è una Pietà come se ne sono già fatte tante (…) è la verità stessa, qui non ci sono più ne abilità acquisita, ne procedimenti accademici, è meglio dell’arte, se è possibile, perché è il cuore, l’umanità e la vita». Ben vedeva Baudelaire le qualità di Délacroix, essendo lui stesso voce del nuovo e vicino a quell’Arte nuova che i Salons parigini persistevano a tenere a distanza (l’amicizia di una vita con Courbet ne è un altra prova illuminante). Il coraggio del Nuovo come anticamenra della modernità. Un bellissimo tema, affrontato con lo sguardo di chi l’arte la “sente” oltre che vederla. Bello ricordarci che il quadro vive ogni volta che diventa parte del nostro sentire, ponendoci davanti all’immagine di quello che abbiamo dentro. Non vedo l’ora di leggere il vostro libro!

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