Latitudini delle braccia (II)

Mario Giacomelli, Natura morta

Nino Iacovella

Latitudini delle braccia, come tutte le opere di poesia riuscite, lascia al lettore parecchie domande irrisolte e la sensazione che questa stessa incertezza non sia confusione, ma arricchimento e profondità. Come scrive il poeta, riprendendo un’asserzione che in Montale suona lievemente più apodittica: «siamo corpi accecati dall’indugio: / né cose che sanno andare via, / né cose che sanno restare».
(Alessandra Paganardi, dalla Prefazione)

 

Nino Iacovella

 

 

 

Nino Iacovella
Latitudini delle braccia
Prefazione di Alessandra Paganardi
Illustrazioni di Lucio Orlando
Con una lettera di Giampiero Neri
Gaeta (LT), deComporre Edizioni, 2013

 

Testi

 

POLAROID
(Scatto di prova)

 

Nelle mie foto vorrei che ci fosse una tensione
tra luce e neri ripetuta fino a significare
MARIO GIACOMELLI

 

Hai forse dimenticato le braccia
da qualche parte, in questa città,
dove puoi vedere ancora il fumo
denso dell’esplosione. Vedi, tutto
si compie all’altezza di un cielo
irraggiungibile. Eppure volevi
afferrarlo quel momento di cielo,
così, con la tua mano distaccata
da tutto il resto, un corpo ricaduto
a pezzi, il mosaico che pavimenta
i resti della stazione. È vero,
siamo qui, in tanti tra le macerie,
assieme alla testa di un cane
c’è come terra di carne sbranata

Nell’attimo prima che si compisse
lo scempio, eri lì ad interrogarti
sulla faccenda della vita, senza
aspettarti nulla, nessun fragore.
Ed eri solo a due passi dall’innesco,
vicino a chi avrebbe deciso le sorti
del vuoto d’aria che ti avrebbe preso
per alleviarti dall’insostenibile
peso delle braccia

Nemmeno la tua solitudine poggia
più sulle proprie gambe. Adesso è lì
mescolata a terra indistinta tra
lamiere storte, viscere e sangue

Sabato 2 agosto 1980 – Ore 10,25
Stazione di Bologna

 

*

 

POLAROID
(Scatto di famiglia)

 

La festa di San Donato

Hai voluto morire in agosto, a nemmeno quarantanni
con le porte aperte del paese nel giorno di festa,
e l’inverno che da sempre all’indomani
si dice stia per arrivare

C’è rimasto poco del nostro quartiere
se non una chiesa ancor più povera e cadente,
una processione sfiancata dal dolore,
la poca devozione per il Santo

Ora a prevalere sui ricordi ci sono le case,
le nuove case che hanno seppellito, uno ad uno,
tutti gli alberi della pineta dedicata ai caduti
(ancora una volta nessuno di loro si è salvato)

Il tempo ci fa rielaborare il lutto,
di quando da bambini all’imbrunire
tornavamo a sfidare la paura
sulla soglia di una rupe

Penso a quanto forti e leggeri erano i nostri corpi,
e che brivido provammo nel rubare
per la prima volta la veduta alle aquile

 

La strada per San Donato

Scendendo dalla parte dei campi
nel rudere che fruga il bosco
con facce che solo i bambini
sanno fare con gli occhi

Raccoglieremo dal sentiero
le ossa, forse i denti dei caduti
per farne amuleti, o croci
sull’erba che sa di cenere

Non se ne farà niente di quella stalla
in rovina, le bestie da troppo tempo
scappate, o uccise a freddo
in una terra che una volta era carne

Si dice che vi è un albero che non regge più
tutti gli anni dai rami, intarsia nomi
e ricordi dei padri

Faremo il verso alle cicale
per rotolare ancora nel prato, volgendo all’azzurro
la felice rincorsa degli occhi

Poi con piccole mani deporremo un segreto
in un catino di smalto e ruggine

Starà in quel posto, sino a quando nell’aria
ci sarà qualcosa da respirare,
aspettando il giorno in cui torneremo
a scavare in fondo al tempo,
per ritrovarlo

 

*

 

LA LINEA GUSTAV

 

Ci dissero di andare avanti
e noi svanimmo nella neve

Lettera
(Battaglia di Nikolajewka)

Abbracciami, come vedi il mondo
mi ha tranciato l’osso
che sostiene la carne,
per questo chiama da sotto i piedi
e mostra il vuoto
inesorabile dello squarcio

Attraverso le vene, prendimi,
prendi tutto quello che rimane

Se la mia faccia resta senza cielo
e gli ultimi sogni ad occhi aperti
soffocati nel fango
chiudili con la delicatezza della neve

e rivolgi il mio corpo
all’altezza del pianto

 

Incursione aerea del ’43

Questa terra accorcia i respiri,
reclama i passi dei vivi a piedi nudi
come se non dovessero avere peso
per stare qui, calchi sull’erba
destinata a sfarsi

È il sottosuolo della lapide
dove crescono ancora radici
come braccia

Nell’eterno crollo del rifugio stanno i corpi
tra gli strati di memoria, rannicchiati come bulbi
che stentano a rinascere

Per questo siamo noi a sentire
il freddo del silenzio,
e baciamo il marmo con le dita
come per toccarvi

 

Martiri del 6 ottobre

Abbiamo provato a chiudere gli occhi
di fronte alla lapide, abbracciato l’albero
per il tronco, come a voler sciogliere
la corda che ti sorreggeva morto
esposto nudo agli occhi della strada

E ora che qui non c’è più nessuno
ci facciamo coraggio per ricondurci al tuo corpo,
alla lama che scavò gli occhi e ti sventrò a vivo,
come da noi non si faceva nemmeno ai maiali

Rimaniamo arresi a un silenzio sconosciuto
ritracciando il percorso del dolore,
nella città che insorse a mani nude
pur di venire a liberarti

 

Martiri del 6 Ottobre

Sai che non riesco a vedere il silenzio,
la testa china di una città che ci fa strada,
che ci vede insieme io e te
Enzo, mio figlio che torna per sempre
tra le braccia della madre

Così ti ho tenuto stretto lungo il percorso
sino alla porta di casa

senza dire una parola
senza alcun pianto

Avevo quasi perso l’uso delle braccia

 

[Lettera
La battaglia di Nikolajewka, combattuta il 26 gennaio 1943, fu uno degli scontri più importanti durante il caotico ripiegamento delle residue forze dell’Asse. Circa 40.000 uomini rimasero morti nella neve, dispersi o catturati.
Incursione aerea del ’43
Il 3 dicembre del 1943, a Guardiagrele, quaranta persone si rifugiarono in un cunicolo del Piano per sfuggire alle bombe sganciate dagli aerei delle truppe alleate. Un ordigno causò una strage.
Martiri del 6 ottobre (1)
In data 5 ottobre del 1943 a Lanciano, giovani studenti e operai aprirono il fuoco su automezzi tedeschi in transito. L’indomani pattuglie di rastrellamento catturarono uno di loro, Trentino La Barba, che verrà legato a testa in giù a un albero e torturato a morte. Trentino La Barba non fece mai i nomi dei suoi compagni insorti né indicò le loro case. La sera stessa la città di Lanciano insorse contro le forze di occupazione tedesche.
Martiri del 6 ottobre (2)
Durante l’insurrezione del 5 ottobre del 1943 a Lanciano, la madre di Vincenzo Bianco, ferito a morte in combattimento e finito a colpi di mitraglia, volle raccogliere il corpo senza vita di suo figlio e sulle sue braccia, pietosamente, lo riportò a casa. I vicini facevano ala e si inginocchiavano al suo passaggio.]

 

*

 

FOOD FOR THE ANTS

 

it seems like the ants love me, why they do?
YUPPIE FLU

 

Over

Anche oggi sento i tonfi,
le risa dal quinto piano

Tutto mira all’assedio:
l’occhio della portineria
scruta al buio
dalla tromba delle scale

Spalle alla porta contemplo
la solidità dell’intelaiatura,
la felice soluzione
di una vita blindata

Mai guardare all’altezza dello spioncino:
meglio buttarsi a terra per lasciare
un’impronta sul pavimento

Lasciarsi cadere, accedere al filo
di spazio sotto la porta, come per vedere
affiorare il proprio viso scivolato
all’altezza del pianerottolo

Nella sua imponenza il vuoto
appare rovesciato, una voragine
poggiata sul marmo delle scale

Con la faccia schiacciata al suolo
bacio la paura che ammicca
nitida alla mia parte

e a bocca chiusa mastico i denti
e lascio scorrere piano il dolore,
il freddo della sua sostanza

 

In the Fall

Con le foglie d’autunno cadute sulla strada
conto i passi che attendono alla porta

Bussa fredda sulle nocche, la stagione
si fa sentire roca a ridosso della voce
come a volersi prendere cura
della parte bassa di una frase

Chiudo la finestra prima che piova
e i fiori perdano struttura

prima che il vento lasci cadere dal cornicione
un vaso informe, dai colori già precipitati

 

Fratelli

Oggi è il giorno in cui i fratelli
stanno a guardare il vuoto
da una camera d’ospedale

Potrebbero morire con il torace fracassato,
lì dove vorremmo affondare i polsi,
le mani duttili ad afferrare il fiato corto
da sorreggere dalla nuca, un’altitudine
che dalle braccia cede al rimpianto

E non dovremmo stare così,
crollati sulla poltrona della rianimazione,
ma stare più attaccati ai tubi del respiratore,
come per soffiarci dentro
una stagione indimenticabile

Quel tempo dove da bambini
si rideva ad occhi chiusi,
trattenendo il respiro,
ancora qualche secondo in più,
prima di sputare all’aria
il sapore della morte

 

Food for the Ants

Ho freddo, ma come se non fossi io
MARIO BENEDETTI

I

Dopo aver preparato dalla finestra
il salto, esita, non sceglie più di esporsi,
dubita del cornicione, si curva all’indietro
e poi ricade dentro la stanza, spegne la luce
si addormenta

Questo è il suo rituale,
forse una meticolosa misurazione
di quanto la caduta
possa approssimare la notte
(precipitare dentro la stanza, tastare con i piedi
le proporzioni del buio,
ambire al volo senza rischiare il vuoto)

Ogni sera aggrappato alla finestra
con la vista dell’interminabile:
il naso visto dall’alto gli fa pensare
di avere già le piume, le ossa cave
la faccia da rapace

 

II

Poi un giorno la caduta era nell’aria:
si lancia nel vuoto, un corpo solitario piombato giù,
un ingombro al senso di marcia delle persone

La gente stenta a credere che
l’intervento di rimozione
sia così complicato
sia necessario tutto quel rituale
di sirene e lampeggianti,
che un corpo muto e sordo
possa ancora dire qualcosa,
o ascoltarli nelle loro rimostranze

O farsi vedere, magari più in là, lontano dalla luce,
dove è più facile scansare la mano aperta
che affiora dal telone

 

*

 

CORTOCIRCUITI

 

… perch’io che nella notte abito solo, anch’io,
di notte, strusciando un cerino sul muro,
accendo cauto una candela bianca nella mia
mente…
GIORGIO CAPRONI

 

Ascensione

Oscurata la luce, rimaniamo fermi
ognuno trattiene in sé l’ultima posa,
il ricordo delle stanze si attarda
a sparire nel nulla

Per questo un primo bagliore
da una finestra inietta dai palazzi
una speranza: nel silenzio una donna
ascolta la città sin dentro le ossa

L’inganno del vetro le porge
un segreto sulle mani: il brivido
tocca prima il freddo
poi il cristallo

Chi guarda la scena dal buio
sente il volto della donna
come un miracolo

Le finestre lasciano come un’attesa
prima che riaccadano i sogni

 

Entropia

Nell’oscurità qualcuno tiene a raccolta le mani
come a proteggere il ricordo di una fiamma

Indugiamo tastando il freddo del pavimento
carponi, come animali

Fiutiamo l’ultima ombra, le tracce
in ogni angolo della stanza
prima che torni la luce,
un ordine tra le cose

 

Fossile

Ci si spinge a un punto morto,
dove la pietra è scavata
in attesa di un freddo fossile

Potremmo ferirci se non fosse una carezza
questo raschiare superfici
tra gli strati più duri del vuoto

Restiamo appoggiati al muro ruvido delle cose:
il letto, la sedia, la lampada a portata di mano
ma ora tutto è indistinguibile

Ancora una volta tremanti, al buio

Sappiamo che in casa non può esserci una voragine,
ma dentro siamo sempre in bilico
come uccelli primordiali
che da poco hanno smesso di precipitare

 

Natività

Potremmo ancora vederci
spingendo parte dell’oscurità
in un angolo, forzando con la spalla
come a chiudere un vuoto straripante
stipato in un armadio

Oppure riuscire a guardarci in faccia
al buio, tenderci la mano nella luce
nera che mi brucia le palpebre

E cercare la tua testa nell’oblio
è come tirarti fuori una seconda volta,
farti rinascere a mani nude, desiderando quella forza
che sorregga una presa forte
che sfibra le braccia

 

***

1 commento su “Latitudini delle braccia (II)”

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