ecce homo (come ci si manca in ciò che si è)

apo 23

Enzo Campi

Tutto finì cominciandosi  in sé, sfinendosi nell’efferata diatriba tra il punto nodale da cui dipanare la matassa e l’idea di una fine annunciata che riverberava, al rovescio, la sua essenza inconclusa, la sua indeterminatezza di fondo. E se il fondo è la fine, ne converrete, non si dà fine senza fondo. E il senza fondo, ne converrete ancora, designa l’immisurabilità della fine, per cui l’inconcluso ha tutte le ragioni di esistere, di sussistere in quel nodo nervoso dove si tende all’altero e dove l’alterità è sintomo inconfutabile della preclusione ad ogni possibile, impossibile cominciamento.

Tutto cominciò quindi, senza cominciamento alcuno, in un punto qualsiasi di quel circolo che taluni chiamano zero o nulla e che si presuppone vuoto o quantomeno svuotato. Tutto cominciò, nell’utopia di un infinito, praticando proprio quel circolo che si proclama finito in sé reiterandosi nell’uguale. Tutto continuò, nell’unica chance che gli fu data, nella possibilità di girare in tondo e di conclamare l’impossibilità di una fuga. Tutto continuò nel farsi ellisse di sé in sé, nel dirsi ellittico per meglio assecondare la tautologia dell’eterno ritorno che sì ritorna ma sfugge sempre alla presa.

Ecco.

Detto questo, possiamo procedere.

Ogni fabula che si rispetti e che sia degna di essere riconosciuta come tale (se di fabula si tratta, il che è tutto da dimostrare) dovrebbe cominciare con una frase che introduca e rinvii, che predisponga l’impatto e lasci uno spiraglio di luce, una porta aperta. La frase la conosciamo tutti. È da sempre e per sempre scolpita nel nostro inconscio e ha, in un certo senso, modellato e condizionato la nostra infanzia: “c’era una volta“.

C’era una volta, quindi, un uomo, il cosiddetto uno che, in realtà sarebbe da considerare, anche e soprattutto, nella sua molteplicità. Ma, seppure a tratti, ci sarà anche una coppia che aleggerà, come ombra furtiva, un certo Sofo e una certa Sofia, due esseri, per così dire, eterni, che esistono da sempre e che continueranno a mietere vittime vita natural durante.

C’era una volta quindi un uomo – non ha importanza il sesso, né le sue predisposizioni a vivere la vita che, come vedremo, verranno via via negate –, un uomo a dir poco conflittuale. Il conflitto presuppone uno scontro, ma non è solo di questo che si tratta. Lo scontro si frappone all’incontro e quindi, la guerra si frappone alla riconciliazione. Siffatto incipit – che non è solo un punto di partenza ma, anche e soprattutto, chiosa e chiusura della saga dell’umane passioni e depressioni – risulta, agli occhi di tutti, sicuramente credibile, in quanto io e altro da sé viaggiano sullo stesso binario e ancor più si confondono, fondendosi l’uno nell’altro. Il fatto che si provi piacere nell’assumere a dogma tale condizione sarebbe comunque da dimostrare, pertanto ci limiteremo, solo per il momento, ad eludere considerazioni sul piacere che si forgia nel dispiacere e sul dispiacere che, nel suo manifestarsi, rimanda al piacere.

Chiusa (in verità solo aperta e per di più rimandata ad ulteriore approfondimento) la digressione ritorniamo al punto in questione che è, senza dubbio, una questione, nella sua natura di problema forse irrisolvibile, ma che si rivelerà essere più un contrappunto che un semplice punto.

Dunque, l’uno è nato solo ieri e l’altro invece ha urlato il suo primo vagito circa cinquanta anni or sono, poco dopo essere stato espulso da una caverna umida e molliccia. È stato letteralmente gettato in pasto al mondo senza averlo chiesto, senza averlo desiderato né ancor più sognato. La vita ci viene imposta, sempre e comunque. Non siamo noi a decidere. Non abbiamo la possibilità di decidere. Veniamo gettati nella mischia e siamo costretti a lottare per uscirne fuori. Ecco l’ennesimo conflitto, una vera e propria guerra. Dobbiamo aggredire per evitare di essere sopraffatti.

Non ci sono punti fermi su cui fissare il senso, o forse ce ne sono fin troppi; del resto – e che sia ben chiaro – quello che a noi interessa non è il punto ma la sospensione del punto. Non è il senso l’oggetto precipuo del nostro discorrere.

Ancor prima che la saga inizi o, se preferite, ancor prima che la saga manchi il suo inizio,  occorre fare un distinguo tra senso e sensi, tra logica ed emozione. Per questo enunceremo, con estrema consapevolezza, che il senso deve essere ricercato nell’eccedenza dei sensi e che la ragione per la quale ci ostiniamo ad inchiostrare il biancume di questo supporto cartaceo, trova la sua risoluzione ultima e definitiva  non nei punti ma in tutto quello che, come già accennato, vive e si esalta nei contrappunti. Per queste ragioni – e mille altre con cui eviteremo di scontrarci durante il cammino – non avremo nessuna difficoltà nell’enunciare che questo sproloquio (seppur indicibile e, a tratti, ignobile), che quest’opera, solo apparentemente statica – se mi permettete un eufemismo, per così dire, poetico: d’ancor più lenta lentezza – sollecita e solletica un’esasperazione d’intenti per niente accattivanti, distillati in gocce d’effimeri concetti che si esaltano, solo ed unicamente, nella caduta, nel precipitare al suolo per poi schiantarsi e dissolversi. Caduta e quindi dissolvimento, o forse: dissoluzione. Dissoluzione delle forme che servono il concetto o, forse, dei concetti che servono la forma. Quasi un anatema scagliato contro il proprio agire, contro il proprio dire che, invero, non dice, nega il dire negando la scrittura che è alla base di ogni dire, nega l’agire perché non rappresenta alcunché. Quest’opera non è una rappresentazione dell’umane passioni ma una pura e semplice esecuzione. Un’esecuzione non solo nel senso di esercizio di stile ma soprattutto nel senso di assassinio. Un’esecuzione capitale, crudele e al contempo incruenta, quasi masochista, un’esecuzione votata al proprio disfacimento, una pratica inqualificabile proprio perché non mostrata ma lasciata ad intendere. Un’esecuzione statica, immobile, scipita. Fin troppo vuota o, se preferite,  svuotata, perché stracolma di interventi chirurgici mancati, di incisioni solo immaginate, vere e proprie rasoiate inferte con un coltello a lama retrattile che fingono di lacerare apparenze e sostanze, intrighi ed amori, passioni e depressioni, precipitando il tutto in un labirinto la cui unica uscita è stata murata, da sempre e per sempre. Del resto a chi interessa trovare l’uscita. L’unica cosa veramente necessaria è quella di dispensare energie negate, intuizioni discenditive, operazioni destrutturanti e quant’altro il nostro seminatore stanco riterrà opportuno spargere su questa terra fresca d’aratro.

In prima istanza dovremmo identificare il nostro protagonista con un nome o quantomeno con un appellativo. Per questo lo chiameremo eroe, anche se tutti noi sappiamo benissimo che egli si troverebbe più a suo agio nei panni dell’antieroe. E un uomo di questo tipo, o così tipicizzato, resta inorridito dinanzi al fluire ordinato e banale della quotidianità, dinanzi alla riproposizione dell’uso, della consuetudine, del più che uguale, del non ancora detto ma già compreso.

A questo punto bisogna prodursi in una virata di bordo. Se ciò ci sarà concesso (e improbabile non è) tutto – e quando diciamo tutto intendiamo non solo il nulla che vive e si esalta all’interno del tutto ma anche l’idea malsana, sicuramente opinabile, che anche il nulla possa avere, al suo interno, un centro, un cuore, un nucleo ove coltivare il tutto dicevamo, tutto potrà instradarsi, seppur tortuosamente e a fatica, su quei binari inusuali e ancor più intriganti (e probabile non è) che vorrebbero un assioma definito e definitivo, tronfio e assiso sull’alloro, in modo che non già un  possibile risvolto (che parta da… e riconduca a …) ma semmai un inevitabile sviluppo, un necessario inghippo trasmutino il dato di fatto non nell’altro da sé ma nel sé medesimo. Solo così, forse, conclamando la possibilità di una risoluzione che fin dall’inizio si manca come tale, i nostri parti letterari potranno essere sollevati da qualsiasi responsabilità su eventuali danni che andranno a cagionare. Come a dire: se non volete che il molteplice entri in gioco, in via del tutto eccezionale, potremmo riservarvi l’idea di un’illusione, in modo tale da lenire il presunto dolore. Ma che sia ben chiaro: l’eccedenza che qui si ostenta non è l’eccezione, ma la regola. E a poco servirà scervellarsi in paragoni – a dire il vero assai improbabili – che possano giustificare e quindi rendere credibile questo continuo crollare e rialzarsi. Non c’è un ma che tenga, né un che ipotizzi, né un però che mescoli le carte, né un che affermi, né un no che neghi.

Ma ritorniamo al fuoco. Avevamo già incontrato il fuoco vero? No? Allora, molto semplicemente, ci toccherà introdurlo adesso. Il nostro eroe cerca il fuoco e rifugge la quotidianità, vive in cattività, come un animale braccato, una bestia a cui è stato negato uno stile di vita. Per questo le azioni ch’egli compie (o pensa di compiere) risultano come incamiciate, quasi confezionate in un modus operandi che non simula la simulazione, non finge la finzione e quindi non eccede, non colma svuotando, non risucchia l’humus e ancor meno sviscera le passioni. Lo abbiamo già detto, non c’è rappresentazione. Solo ed unicamente: esecuzione. In questa terra fresca d’aratro in ogni solco c’è un patibolo, una sedia elettrica, una camera a gas. E per ogni passo in avanti, due saranno quelli a ritroso.

Ed ecco quindi l’intruso, una storiucola che ha del vero e del falso, che si ciba di doppi e simulacri. Una storia – antica come il mondo e forse ancor di più – dove finanche il vero è solo presunto o desunto, pervenuto da un oltre indimostrabile o comunque dimostrabile solo a tratti e in frammenti.

Ogni storiucola che si rispetti, così tanto per instaurare un carattere aneddotico (è così che si fa, vero?), deve possedere un titolo in cui identificarsi, un titolo che possa fungere da specchio per le allodole. Magari una cosa del tipo: “Sofia tesse il filo e Sofo non può fare a meno di seguirlo”. Sì, lo sappiamo, come titolo non è un granché, ma credo che su questo si possa tranquillamente soprassedere. Due sono i personaggi, o quantomeno dovrebbero essere due perché se il bianco vuole il suo nero, se l’alto vuole il suo basso, se il fuori vuole il suo dentro, è pressoché inevitabile che il maschio voglia la sua femmina. Per non essere tacciati di maschilismo siamo pronti a sovvertire l’ultimo enunciato: ogni femmina vuole il suo maschio. Cerchiamo di capirci, la femmina e il maschio sono sullo stesso  livello, ambedue oggetti della fabulazione e quindi: soggetti parlanti.  Dunque, se due sono i personaggi, innumerevoli sono le protesi e le metafore che dicendosi oggetto, in realtà – e nemmeno tanto segretamente – aspirano a divenire soggetto. L’homo e la donna, l’Uno dionisiaco solo per costrizione, perché l’essere-homo è, da sempre, prerogativa di animale che ulteriormente regredisce; e l’Altra di contro falsamente apollinea. L’Altra, che qui chiameremo Sofia, non è certo un’educanda. Passata attraverso i mestieri di ninfa, musa e dèa eccola forgiarsi nell’ingrato compito d’esser semplicemente donna. Ed è proprio per questo che rifugge il carattere apollineo. L’Uno, che qui chiameremo Sofo, è costretto da quel Comune Pensare ad essere “principio”, “carne” e “padrone”. Talvolta addirittura confuso col “dio” o idealizzato come sua trasfigurazione terrena. Perché dio è uomo-maschio che crea la vita; dio non può essere donna, perché la donna è solo un “tramite” il cui unico compito è quello di rendere “frutto” il seme del maschio. Ma il Comune Pensare qui si contraddice. Fin dai tempi dell’antica saggezza accadica trasfigura l’homo in dio  e lo saluta con gli appellativi di Gabalo, El-Gabal, Elagabalus, Heliogabalus. El significa, molto semplicemente, dio. Gabal viene da Gibil che, nell’antico accadico, raffigura il Fuoco che distrugge e ricrea attraverso l’allegoria della magica Fenice che risorge dalle sue stesse ceneri. Ma, attenzione, la  Fenice è “donna”. La Fenice è rossa (il mestruo rosso-fuoco). E quindi EL non rappresenta altro che l’uomo e la donna insieme fusi e amalgamati. Il Comune Pensare, che dai greci in poi, travisando l’EL in Elio o Helio, mettendo sullo stesso piano dio e sole, per naturale ovvietà, ha trasferito queste proprietà nell’homo. Homo in quanto dio e sole, igneo e maschile. E la donna, dimenticando ogni saggezza accadica, viene relegata a compagna “umana” del dio: luna, umida e femmina. Quindi Sofo che dovrebbe già essere “luce”, in realtà predilige l’ombra, e Sofia invece – in quanto depositaria dell’ombra – aspira alla luce. Ma Sofo, al suo interno, è anche Sofia, così come Sofia non può fare a meno d’esser anche Sofo. Entrambi feriti e, al contempo, esaltati dall’essere Due riunito in Uno e dall’essere Uno che aspira al Due.

Ma non avrebbe senso se continuassimo in tal senso, svelando cioè, fin dall’inizio, l’evoluzione  (o l’involuzione) di questa storiucola, per  così dire, aggiunta. Per cui concedeteci, ancora una volta, di sospendere e passare oltre. Perché poi, in verità, bisognerebbe reprimere la voglia di strafare che inevitabilmente concresce,  dilaga e – come macchia d’olio si dipana, viscida e lasciva, in cerchi concentrici dal centro verso l’esterno, conclamando un’idea di per sé meritevole ma nondimeno denigrante e ancor più delinquenziale. Quell’idea di ostentare, a più non posso e a tutti i costi, i propri mezzi. Offrirsi, gettarsi in pasto alla folla, farsi massacrare e infine ridere. Ridere del proprio atto inconsulto. Inconsulto ma inevitabilmente necessario. Ebbene, fino ad ora,  non abbiamo riso né tanto meno abbiamo provato a considerare l’aspetto ludico di questo inutile, ignobile e inconcludente sproloquio. Definiamo quindi il riso come chiosa di un prologo che invero non prepara ad un evento, che non predispone l’entrata in campo di un particolare accadimento. Un prologo stinto, spento, dismesso e sommesso. Anche se, in questo atteggiamento, i più arguti riusciranno ad intravedere una certa postura, una predisposizione al “divenire” che, travalicando tutto ciò che è riconducibile all’immediato, proietta senso e sensi su una vetta in cima alla quale, forse, si potrà cogliere ciò che sempre ci sfugge. O almeno, questo è quello a cui, se vi fa piacere, potreste credere.

In realtà, in una situazione di questo tipo, la vetta non rappresenta certo il punto d’arrivo, ma solo il luogo più adatto per lanciarsi in caduta libera e riconquistare l’ipotetico punto di partenza.

E tutto quello che non andrà perduto, tutto quello che sopravviverà allo smembramento, al taglio, all’incisione rappresenta, forse, il cuore della caduta, il punto nel quale la parabola si sfalda e, negando il suo stesso incipit, sopravvive a se stessa, alle sue intenzioni destabilizzanti. Crea quindi un nome nuovo, un modus operandi nuovo e necessariamente desueto, un’azione nuova. Non l’azione che si frange in atto (non certo l’azione che si ricollega palesemente ad un accadimento specifico; questo tipo di azione è già stata ripudiata a priori), non l’azione che negandosi si rappresenta ma l’azione che nega la sua negazione o meglio, quell’azione che finge di negare la finzione della sua negazione.

È un po’ come entrare nella stanza degli specchi e giocare a rimpiattino con la propria immagine riflessa. Diremo di più: non basta giocare con gli specchi. Bisogna entrare dentro lo specchio. Farsi specchio. Divenire lo specchio del proprio divenire. Riflettere (consideriamo questo termine anche nella sua accezione ponderativa, analitica, indagatrice e forgiamolo come emblema di colui che guarda la sua immagine riflessa che a sua volta guarda colui che guarda) la propria prosecuzione in termini altri, in altri da sé che, inevitabilmente e inesorabilmente, conducono (e riconducono) al gioco della morte, al gioco del massacro. Non all’ineluttabilità della morte, ovvero: alla chiusura definitiva della saga ma, solo ed unicamente, all’inizio, alla nascita. La vera morte è dunque l’inizio. È questa la quadratura del cerchio. È questo il teorema dimostrabile e ampiamente dimostrato. Non c’è una fine. C’è il fallimento della fine. Del resto non abbiamo bisogno di scrivere la parola fine . Non abbiamo bisogno di ricondurre una serie di accadimenti ad un esito, ad una risoluzione. Non abbiamo bisogno di mettere un punto per concludere una frase. In quest’opera che non c’è, che non è,  non troveremo nessun tipo di redenzione, nemmeno nascosta tra le righe. Forse c’é una catarsi ma atipica, inusuale, non certo aristotelica. La catarsi che qui si intravede è da ricercarsi proprio in quella sensazione di “fallimento a priori“ che si respira fin dalle prime battute, fin dalle prime immagini evocate. Quasi come se non ci fosse uno scopo. Né un fine, né una fine. La catarsi del nulla di fatto. La catarsi dell’indolenza. Resta solo il circolo vizioso. Resta solo l’attimo intenso, quell’attimo da sempre sognato, da sempre desiderato e mai raggiunto.

Ma cos’è quell’attimo che si dice intenso? Cosa rappresenta e perché è così tanto importante? Non sarà forse più urgente mancare la presa? Non sarà forse più utile lasciarlo fuggire per la sua strada?

Detto questo, non ci resta che ribadire l’innata fragilità di ogni conclusione, l’esercizio estremo della finta ripetizione, l’infecondità del paradosso e l’incapacità di schiavizzare la parola. Ed è proprio per queste ragioni che ritorneremo, solo per un attimo, alla cosiddetta storiucola aggiunta.

C’è un poema sull’Azoth dei filosofi dove si narra che dall’amplesso di Mercurio e Venere, di sole e luna, di Sofo e Sofia, tre oracoli predissero le tre caratteristiche del frutto novo: il “maschio” sotto forma di chiodo che dal ferro è tormentato; la “femmina” sotto forma di onda schiumosa e fragrante che dall’Acqua si lascia cullare; e una “stirpe nova” che venendo al mondo maschio e femmina  non è né l’uno né l’altra ma entrambi in un Uno amalgamati. E se il primo e il secondo sono uno il doppio dell’altra, il terzo è già doppio in sé. Per questo si narra di come Sofo fosse, naturalmente, portato a trasmutarsi in incudine per meglio sopportare i colpi del martello di ferro: ferro contro ferro, ferro che si oppone a ferro; da qui la difficoltà primaria di rendere alla donna la sua anima fuggitiva. Sofo si opponeva al ferro ma in realtà si opponeva alla donna. Sofo amava Sofia ma non riusciva a darsi, aveva paura di farsi scoprire nella sua vulnerabilità, del suo ascendere dal dionisiaco all’apollineo, del suo ricercare – all’interno dell’ombra tanto anelata – l’umido della luna amata. E Sofia era ben conscia di tutto ciò. Smussava rami e tronchi plasmandoli ad immagine e somiglianza del suo riflesso nell’acqua. E con quei tronchi e quei rami costruì – all’interno di un cerchio (la tanto anelata “ruota della natura” dove lo spirito, circonvolando, attinge a tutti e quattro gli elementi, ricevendone quindi linfa vitale) di pietre di fiume levigate dalla stessa acqua in cui si cullava – quella  capanna, la casa di Bethel, dove il dio veniva chiamato  Pane e dove Cerere si nutriva di quel pane trasmutandolo in frutto.  Cerere era la dèa dei frutti ed era nata da Cronos (il tempo) e da Rea (la “magna mater”, colei che aveva messo al mondo tutte le dèe considerate “intoccabili”). A quel tempo Sofo e Sofia venivano chiamati Urano e Gea ed erano i progenitori dello stesso Cronos. Si illudevano di poter decidere delle sorti del mondo e si fecero portavoci d’un verbo arcaico che trovarono inciso nella  stessa pietra  dalla quale nacquero.

Ma, ne converrete, tutto ciò non aggiunge praticamente nulla al nostro essere qui a fabulare sull’inconcluso.

La verità è che il nostro eroe è un vero e proprio servizio (disservizio) sociale. La sua esistenza è pressoché indispensabile in quanto funge da puro esempio scolastico. Un esempio da ripudiare, almeno secondo i canoni consueti. Il nostro eroe si sdoppia, si triplica, si moltiplica in altri da sé che da lui fuggono e a lui, inevitabilmente, ritornano come in un riverbero d’eternità. Un eroe che guarda la sua immagine riflessa entrare dentro di lui. Non Narciso che si strugge  e muore ma solo l’eco infinita dell’altro da sé che ritorna puntualmente in scena e si frappone tra l’incipit e l’apoteosi costringendo l’eroe ad inciampare e cadere e quindi crollare e rialzarsi e inciampare di nuovo e di nuovo crollare.

Proveremo quindi a ripartire di nuovo, magari usando una certa prosa, per così dire, poetica o poetizzante, comunque metaforica o semplicemente allusiva, e quindi dispersiva o magari pregnante, al solo scopo di mentire (coltivando la sua stessa mancanza, chi mente, sapendo di farlo, in realtà non è un mentitore; è semplicemente colui che mette in scena l’idea di una mancanza attraverso una finta menzogna volta a svelare l’effettiva realtà della situazione) o di disvelare o, magari, di profetizzare.

Ma il veggente o, se preferite, il profeta per complicare ulteriormente la situazione finge di mancarsi in menzogna perché pone il dubbio (tra l’altro lecito) di essere un ingannatore. Così facendo, mancandosi in menzogna (o solo facendo finta di farlo), egli si fa portavoce della verità. Ma anche la verità viene poi messa in discussione, vuoi solo perché non si sfinisce nella fine, bensì compie il percorso a ritroso verso quella menzogna che le permetterà di ripartire nuovamente.

Tutto finì cominciandosi  in sé, sfinendosi nell’efferata diatriba tra il punto nodale da cui dipanare la matassa e l’idea di una fine annunciata che riverberava, al rovescio, la sua essenza inconclusa, la sua indeterminatezza di fondo. E se il fondo è la fine, ne converrete, non si dà fine senza fondo. E il senza fondo, ne converrete ancora, designa l’immisurabilità della fine, per cui l’inconcluso ha tutte le ragioni di esistere, di sussistere in quel nodo nervoso dove si tende all’altero e dove l’alterità è sintomo inconfutabile della preclusione ad ogni possibile, impossibile cominciamento.

Tutto cominciò quindi, senza cominciamento alcuno, in un punto qualsiasi di quel circolo che taluni chiamano zero o nulla e che si presuppone vuoto o quantomeno svuotato. Tutto cominciò, nell’utopia di un infinito, praticando proprio quel circolo che si proclama finito in sé reiterandosi nell’uguale. Tutto continuò, nell’unica chance che gli fu data, nella possibilità di girare in tondo e di conclamare l’impossibilità di una fuga. Tutto continuò nel farsi ellisse di sé in sé, nel dirsi ellittico per meglio assecondare la tautologia dell’eterno ritorno che sì ritorna ma sfugge sempre alla presa.

Ecco.

Detto questo, possiamo retrocedere.

 

[…]

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3 pensieri riguardo “ecce homo (come ci si manca in ciò che si è)”

  1. E’ affascinante, il fascino non preclude la strada a un po’ di orrore. Si tratta forse piu’ di ‘horror pleni’ che di ‘horror vacui’ sebbene sia chiaro che entrambi trovano nella morte il cominciamento del proprio fascino. A ben vedere, anche l’essere affascinati trova un suo dialettico passaggio nella prigionia, la cattura che avviene in quanto si presenta come un atto di liberta’ accogliere la meraviglia che ti conquista. C’e’ un nesso fra orrore/fascino, prigionia/libertà e il nulla legato al Tutto? Forse e’ una questione di maiuscole mal distribuite ovvero d’incommensurabilita’ dell’essere grandezze che si fronteggiano in un certo senso misurandosi quasi per assurdo proprio grazie all’idea di una fine originaria e autofondante.
    Bel lavoro Enzo, mai dimenticare o sottovalutare il nulla!

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