Il grido e il silenzio

Laura Darsié, Il grido e il silenzio, 2013

Laura Darsié

Un tormentoso corpo a corpo con il linguaggio svela il destino dell’in-contro “epocale” fra Paul Celan e Martin Heidegger. Una conversazione estenuante ai confini dell’Essere, conduce alla terra del cuore dove, per il poeta bucovino non c’è parola che lenisca le ferite della storia. Fra l’evento del loro in-contro e la speranza di una parola impossibile, si fa strada il pensiero poetante, ultimo superstite di un colloquio denso di equivoci, di parole trattenute, di ammissioni ricusate: la parola poetica rincorre il pensiero in un atto di estremo attaccamento alla vita – la poesia è per Celan una stretta di mano che forse, il filosofo del Baden non è in grado di restituire. Un’intensa e appassionata disamina dove poesia e filosofia si intrecciano innervate dall’ascolto psicanalitico per incamminarsi nella dimora del perturbante amoroso. Nel segreto dell’in-contro, l’ospitalità dell’estraneo cede alla follia di includere, per amore, l’altro sotto il giogo antico della memoria e della nominazione, non lasciando neppure la libertà di volger via lo sguardo, e di arretrare di fronte a un possesso che tutto vuole per librarsi estenuato, nella scrittura di un colpo d’ascia fiorita

Laura Darsié
Il grido e il silenzio
(Un in-contro tra Celan e Heidegger)
Prefazione di Massimo Marassi
Milano, Mimesis Edizioni, 2013

L’enigma di un affidamento

     Da una testimonianza di Hans-Georg Gadamer, che aveva discusso dell’incontro di Todtnauberg con Heidegger, apprendiamo che il pensatore avesse molto a cuore il dialogo con Celan[1]. Un colloquio che – pur nelle sue problematiche declinazioni personali – non mancò di elevarsi al piano del pensiero, configurandosi simbolicamente nella dimora indicibile del Gespräch: luogo silenzioso del dialogo fra pensare e poetare nella tutela storica di un’intima segretezza. È dunque nel “tu” del Gespräch che si racchiude la dimensione raccolta della Parola come enigma rivolto all’altro del poema, nella viva anticipazione di un segreto. Dai Microliti di Celan:

«Gli enigmi non si sciolgono; si sciogliessero, non sarebbero tali»[2].

L’enigma dunque, non si scioglie e non si risolve perché il suo mistero è racchiuso nel destino esistenziale del Gespräch così come evocato dalla radice etimologica del termine “destino” (Geschick): Geschick richiama qui, alla sua dimora storica di Geschichte, laddove l’enigma si svela nel creaturale come mistero di un dialogo fra pensare e poetare, assegnato dunque, alla sua destinazione nel regno del Dasein. Un segreto che, trasposto sul piano dell’in-contro fra il poeta e il filosofo – nonostante le tensioni costanti di un rapporto dai toni ambivalenti – è altrettanto destinato a restare intatto, sia in quelle implicazioni esistenziali[3] che lo caratterizzano, sia nel tratto dialogico di quell’indicibilità tenebrosa dell’Essere che tanto li approssimava. Così Heidegger si riferiva a Hölderlin:

«Il detto della poesia e il detto del pensiero non sono mai uguali; a volte però sono la stessa cosa, quando cioè l’abisso che separa poesia e pensiero si spalanca in tutta la sua chiarezza e decisione. Il che può accadere se la poesia è alta e il pensiero è profondo»[4].

In un’apertura di rilkiana memoria è l’abisso (Ab-grund) che separa poetare e pensare: faglia profonda e disancorata che si dispone al loro in-contro. Prossimità di una distanza che ne attesta la dimora espropriante: qui il poema si dispone all’attesa dell’enigma, nel luogo di un’intercapedine temporale riconducendosi dal suo «Ormai-non-più al suo pur-sempre»[5] – nell’anticipazione della sua segretezza. Ma nell’enigma è nuovamente la tensione di una speranza verso una parola a venire (kommendes Wort) che si staglia nell’aperto. L’apertura dell’abisso definisce qui il luogo di un in-contro segreto fra pensare e poetare. Nella loro cesura è l’esito di un ri-volgimento che si affida al tu come progetto di vita (Daseinsentwurf), esito esistenziale dell’affidamento dell’io all’Indicibile del poema, nella sua traduzione (Übersetzung) storica:

«Le poesie sono progetti esistenziali: il poeta vi modella la sua vita»[6].

Nell’aderenza dell’io al tu del poema si svela la cooriginarietà di io e tu nell’«essere-insieme trasparente» – già incontrato da Celan nell’analitca esistenziale – come enigma inesprimibile di un affidamento. Nell’abbandono a un segreto indicibile è la congiunzione di due mani che si uniscono: nuovo cominciamento di un pensiero poetante – folgore dell’Essere «lontano da ogni cielo» nell’abbandono di ogni dualità. Con il canto d’amore di Celan:

Zu beiden Händen, da
wo die Sterne mir wuchsen, fern
allen Himmeln, nah
allen Himmeln:
Wie
wacht es sich da! Wie
Tut sich die Welt uns auf, mitten
durch uns!

Du bist,
wo dein Aug ist, du bist
oben, bist
unten, ich
finde hinaus.

O diese wandernde leere
gastliche
Mitte. Getrennt,
fall ich dir zu, fällst
du mir zu, einander
entfallen, sehn wir
hindurch:

Das
Selbe
hat uns
verloren, das
Selbe
hat uns
vergessen, das
Selbe
hat uns – –

[A ENTRAMBE LE MANI, là
dove mi sono cresciute
le stelle, lontano
da ogni cielo, vicino
a ogni cielo.
Come si veglia, là! Come
si apre il mondo a noi,
in mezzo a noi!

Sei,
dove è il tuo occhio, sei
sopra, sei
sotto, io
trovo come uscire.

Oh questo centro errante
vuoto, accogliente. Separàti,
cado in te,
cadi in me, sfuggiti
l’uno all’altro, guardiamo
attraverso:

Lo Stesso
ci ha
perduti, lo
Stesso
ci ha dimenticati, lo
Stesso
ci ha – –]

Nel segreto innominabile della dimenticanza dello “Stesso” come “Medesimo” (das Selbe) – svelato nella chiusa del poema, dai segni grafici (– –) come aderenza della scrittura storica all’Inesprimibile – si attua l’unione di due mani. Atto di una congiunzione che tuttavia, separa – siamo «separàti» canta il poeta – definendosi nell’affidamento reciproco e destinale di un io che tocca in sorte a un tu – «io cado in te, tu cadi in me», – nell’abolizione di ogni dualità. La co-abitazione di un centro errante vuoto (leer) ma pur sempre accogliente (gastlich) si costituisce in un’approssimazione fra io e tu che ne definisce la distanza, possibile solo nell’attuazione di uno scavalcamento come medesimezza che li attraversa entrambi: «Lo Stesso/ ci ha/ perduti, lo/ Stesso/ ci ha dimenticati, lo/ Stesso/ ci ha – –». Nell’oblio della Medesimezza che attraversa io e tu, è consacrato l’affidamento al Tu come segretezza svelata nella storicità della scrittura poetica. Ancora più chiaro diviene ora il passo di Celan:

«Io parlo alternativamente nella prima e nella seconda persona; nel senso che nominando tanto l’uno quanto l’altro, io dico il medesimo (dasselbe)»[7].

Il soggetto del poema come attraversamento silenzioso di una Medesimezza, si dà così nella scrittura come entità dialogica oltre ogni opposizione metafisica fra soggetto e oggetto. È l’esito di un viraggio nella tenebra, appartenente a una nuova soggettività, dove l’io si inabissa nel tu del poema, deviando verso l’estraneità della Parola:

«Queste poesie sono le poesie di uno che percepisce e osserva, uno che volge la sua intenzione a quanto appare, lo interroga e gli parla: esse sono dialogo. Entro lo spazio di questo dialogo si costituisce il soggetto cui è rivolto il discorso, esso si rende presente, si raggruma intorno all’io che gli rivolge la parola e lo nomina. Ma in questa presenza, ciò che attraverso la nominazione e l’interlocuzione è diventato praticamente un Tu, introduce la propria alterità ed estraneità»[8].

Nello statuto del dialogo si costituisce dunque, la nuova soggettività del poema che, nella consegna alla sua nominazione, «è diventato praticamente un Tu». Nella torsione di un viraggio nel regno del creaturale è lo svelamento della sua estraneità come segretezza di un’alterità. Un affidamento reso possibile dalla nominazione, nella creaturalità della scrittura poetica, laddove la soggettività tradizionale viene superata, scavalcata in nome di un Tu: piega storica di un’apertura abissale, «disponibilità» creaturale all’enigma del poema. Con le parole di Celan:

«-i- Disponibilità (Besetzbarkeit)
La forma – vuota forma-cava (Leer Hohl-form), – del poema, è il cuore del poeta in attesa del poema»[9].

Il cuore del poeta si istituisce qui come luogo utopico e invisibile del dialogo per eccellenza, spazio vuoto (leer), dalla forma cava (Hohl-form), in attesa di essere riempita, occupata (besetzt) da una parola a venire nel cuore (kommendes Wort im Herzen)… La disponibilità (Besetzbarkeit) all’evento non indica, dunque, soltanto l’evenire (ereignen) come accadimento del poema nella sua singolarità e unicità, ma il senso ultimo della sua “data” è racchiuso altresì, nel dono anticipato della sua attesa. Disponibilità del cuore alla segretezza: il Tu è già donato «ancor prima che il poema sia giunto». Con le parole di Celan, intorno al poema dialogico[10]:

«In altre parole: il poema non è attuale, ma piuttosto attualizzabile. Ciò significa, anche temporalmente, la “disponibilità” (Besetzbarkeit) del poema: il Tu, al quale esso si rivolge, è già donato al poema nel cammino verso questo Tu. Il tu è (ist) qui, ancor prima che il poema sia giunto. [Anche questo è progetto d’esistenza (Daseinsentwurf)]»[11].

“L’essere già qui (da) del tu” richiama, nella sua disponibilità (Besetzbarkeit), all’apertura di un’attesa, all’abitazione poetica di uno spazio inaudito verso il quale il poema si mette in cammino. Nel tu donato è l’ultimo soffio vitale che si svela nel “ci” (da) dell’Esserci come disponibilità del «cuore del poeta» – nell’anticipazione della morte come esperienza della totalità d’essere nel poter-essere-tutto nell’Aperto[12]. L’esser-gettati nella morte del Dasein si traduce (übersetzt) qui, nella disponibilità (Besetzbarkeit) estrema del cuore del poeta all’attesa del dono, come viva anticipazione di un segreto. Ancora con Celan:

«Il poema attende (= tiene aperto) il suo assente-a venire e perciò prossimo – Tu»[13].

Nell’invisibilità del cuore è così racchiuso il segreto del Tu come «speranza di una parola a venire», un’attesa che si costituisce nella sua assenza (abwesendes-kommendes Du). In una dinamica di allontanamento e avvicinamento è l’atto abbandonato del poetare come disponibilità dialogica al pensiero.

     Un approdo teorico che trasposto sul piano della singolarità dell’esistenza nell’in-contro fra Celan e Heidegger, ha il merito di spostare l’attenzione dal senso di una mancata parola del pensatore al poeta, verso quello dell’enigma come mistero dell’in-contro fra poetare e pensare. L’opacità dell’atteggiamento di Heidegger – fonte inesauribile di dubbi e perplessità esistenziali – declina qui, verso il silenzio di un’Indicibilità, cedendo il passo alla questione teorica in gioco fra il filosofo e il poeta: la speranza (Hoffnung) del poeta di una parola-a-venire (kommendes Wort) si circoscrive in tal senso, alla disponibilità del suo cuore come avvertimento di un dono assente-a venire, in quanto prossimo “tu”.
Nel regno di questa apertura si svela così il senso silenzioso del loro In-contro, attualizzabile utopicamente in quella quella “contrada” definita poeticamente, sia da Celan che da Heidegger, come Gegend. Un termine che, nella riflessione heideggeriana, si riferisce a quella regione utopica di un in-contro fra pensare e poetare[14] già indicata da Celan «alla luce dell’utopia»[15], nella sua ricerca topologica verso il «Meridiano»:

«Cerco la contrada (Gegend) da cui vengono Reinhold Lenz e Karl Emil Franzos, che mi si sono fatti incontro sia sulla strada percorsa fin qui, sia in Georg Büchner. E cerco anche, giacché mi ritrovo di nuovo qui, il luogo della mia propria origine»[16].

[pp. 135-141]


Note

[1] Cfr. Hans-Georg Gadamer – Silvio Vietta, Im Gespräch, Fink, München 2002, S. 82.

[2] P. Celan, Microliti, p. 89.

[3] Nonostante le diverse occasioni di incomprensione e di tensione fra Celan e Heidegger, è doveroso rilevare che i loro rapporti restarono ininterrotti fino all’ultimo incontro nel 1970 – un mese prima della sua morte –, durante il quale Celan si irritò con Heidegger dopo averlo ascoltato nella ripetizione di un suo poema. Tuttavia, trascorso qualche giorno dall’episodio spiacevole, Celan scrisse all’amico Franz Wurm dicendo che la sua lettura inedita di Lichtzwang era andata piuttosto bene e che lui stesso aveva appreso molto dall’incontro poiché tutti i presenti (la signora Baumann, il Professor Baumann, il suo assistente e Heidegger) avevano ascoltato con grande attenzione e interesse la sua lettura (cfr. G. Baumann, Celan e Heidegger). Come si è già rilevato altrove, non è la prima volta che in Celan si verifichi un cambiamento di umore tale da offuscare ogni tentativo di chiarezza interpretativa. Si è infatti a conoscenza di altri fatti biografici che testimoniano un’analoga oscillazione di comportamento, come già riportato nell’episodio della foto all’Università di Friburgo così come in quello dopo l’incontro di Todtnauberg e, ancora una volta, dopo l’incontro amoroso con Ilana Shmueli a Gerusalemme.

[4] M. Heidegger, Was heißt Denken?, S. 9; Che cosa significa pensare?, p. 48.

[5] Der Meridian, in P. Celan, GW, Bd. III, S. 197. Sarà lo stesso Heidegger a sottolineare nella sua copia personale del discorso del Meridiano questo passo di Celan. Cfr. H. France-Lanord, Paul Celan et Martin Heidegger, le sens d’un dialogue, p. 84.

[6] Paul Celan, La poesia di Osip Mandelstam, in Paul Celan, La verità della poesia. Il meridiano e altre prose, a cura di Giuseppe Bevilacqua, Einaudi, Torino 1993, p. 56.

[7] Cfr. P. Celan, Der Meridian, Endfassung, Entwürfe, Materialen, (Abschn. 31a) n. 34, S. 64.

[8] P. Celan, La poesia di Osip Mandelstam, p. 49.

[9] Cfr. P. Celan, Der Meridian, Endfassung, Entwürfe, Materialen, n. 777, S. 188

[10] Mi riferisco alla sezione intitolata Il poema dialogico appartenente alle carte preparatorie del Meridian, in P. Celan, Der Meridian, Endfassung, Entwürfe, Materialen, S. 142-148.

[11] Cfr. P. Celan, Der Meridian, Endfassung, Entwürfe, Materialen, n. 490, S. 142.

[12] Cfr. M. Heidegger, Sein und Zeit, S. 251; Essere e tempo, p. 306.

[13] «Das Gedicht wartet (= steht offen) auf sein abwesendes – kommendes und damit künftiges – Du» Cfr. P. Celan, Der Meridian, Endfassung, Entwürfe, Materialen, n. 457, S. 136.

[14] Il termine Gegend indica sia in Celan che in Heidegger, la circoscrizione della dimensione utopica di un in-contro. In particolare, nell’opera heieggeriana In cammino verso il linguaggio, il termine Gegend indica la regione del farsi-incontro fra pensare e poetare.

[15] P. Celan, GW, Bd. III, S. 202.

[16] Ibidem.


Nota biobibliografica

Laura Darsié è psicanalista e fa parte del movimento psicanalitico Nodi freudiani di Milano. Consulente filosofico di Phronesis è stata allieva di Virgilio Melchiorre. Da anni studiosa di Paul Celan, si è laureata sulla sua poetica in relazione all’ontologia heideggeriana con la vincita di una borsa di studio all’Università di Vienna (Institut für Philosophie – Österreichische Gesellschaft für Phänomenologie). Come Presidente dell’associazione culturale L’albero dei bagliori di Firenze collabora da anni con le istituzioni nell’ideazione di eventi culturali riguardanti i rapporti fra psicanalisi, poesia e musica. È autrice dello spettacolo teatrale su testi di Paul Celan “Fili di soli nel silenzio della notte” realizzato nel 2010 nel Chiostro della Basilica Papale di San Francesco in Assisi. Attualmente collabora al corso di Psicologia generale dell’Università degli Studi di Genova ed è docente di Letture freudiane e di Psicanalisi della musica alla Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato.
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Presentazione di
“Il grido e il silenzio.
Un in-contro fra Celan e Heidegger”
di Laura Darsiè,
Milano, 25 gennaio 2014.

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4 pensieri riguardo “Il grido e il silenzio”

  1. Nell’articolo proposto viene affrontato in modo competente e documentato un nodo fondamentale nell’opera e nell’esistenza di Paul Celan; di fronte ai tanti appassionati “Heideggeriani” presenti anche in Italia val la pena riproporre (lo fa Celan e lo fa anche Sebald) la questione del rapporto tra il filosofo e il Nazionalsocialismo; Celan invitò più volte il filosofo a pronunciarsi sulla questione – indimenticabile, come giustamente ricordato nel post, la speranza “nella parola a venire di un pensatore” che fosse pronunciata col e nel cuore, come Celan scrive appunto in “Todtnauberg”, intendendo forse dire che si aspettava un’autocritica ufficiale sull’atteggiamento heideggeriano nei confronti del Nazismo, un’ammissione di colpa e di responsabilità che avrebbe aperto in tal modo una nuova strada nei rapporti tra Heidegger e Celan, tra Heidegger e la questione ebraica.

  2. Gentile Antonio, La ringrazio per il lusinghiero commento. Nel libro in questione – e precisamente nel capitolo intitolato ‘lo strappo’ – tento di affrontare i temi da lei sollevati proprio in relazione alla declinazione ‘biblica’ della ‘parola a venire’ in Celan rispetto al ‘Dio dei poeti’ in Heidegger. Una questione complessa e affascinante che chiama in causa l’ontologia di Heidegger relativa allo ‘sradicamento dell’Essere’ nei suoi rapporti con la concezione teologico-politica. Di ció troveremo conferma, credo ( cfr. articolo di Antonio Gnoli, La Repubblica 18.12. 2013) nei ‘Quaderni neri’ di Heidegger di prossima pubblicazione in tedesco.

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