La doppia passione di Camille Claudel

Camille Rodin, Sakountala

Raffaella Terribile

La doppia passione di Camille Claudel

Nel 1888 Camille Claudel espone, al Salon des Artistes Français, “Sakountala” (L’abbandono), forse l’opera più bella, più intensa e carica di pathos che abbia mai realizzato. Ritrae l’amore tra Sakountala, figlia adottiva di un eremita, e il principe Douchanta. Si tratta di una leggenda indiana del V secolo, tragica seppure a lieto fine, poiché i due si uniscono in matrimonio con un antico rito nuziale, ma quando il principe ritorna al suo castello per sortilegio si scorda di lei, che ha tenuto con sé il suo anello come pegno d’amore. Sakountala decide di andare al castello per rammentargli il loro amore, in virtù dell’anello, ma questo le scivola nel fiume e va perduto. Lo ritrova un pescatore che lo riporta al principe, il quale ricordando all’improvviso ogni cosa corre dalla sua amata Sakountala che, nel frattempo, aveva partorito il figlio concepito la notte delle nozze. Douchanta riconosce il bimbo come figlio suo, riabbraccia l’amata, e con loro rientra felice al castello.

L’opera non fu soltanto esposta, ricevette anche la Menzione d’Onore. Impossibile non provare sentimenti di identificazione con queste figure che, al di là della loro perfezione e bellezza, sono una vera e propria autobiografia scultorea. Quasi una prefigurazione. Tutti i movimenti dell’animo umano si materializzano nelle opere di Camille Claudel, come il catalogo di un’esistenza: la sensualità, il desiderio, i languori dell’amore, la gioia, la determinazione, ma anche gli inganni della vita, l’umiliazione e la voglia di riscatto, la disillusione, la rabbia, la disperazione. Il vortice delle passioni e la totale negazione in cui la morte risucchia tutto e tutti, il senso straordinario del movimento e la sua tensione interiore, trasudano dalle sue sculture, mostrando in questa alchimia la “vera” Camille: l’ultimo mito, come viene spontaneo definire un’artista la cui vita è stata una perenne lotta per affermare, senza compromessi, le sue due passioni, e contro ogni convenzione della morale borghese dell’epoca: l’arte realizzata da una donna e l’amore, clandestino, per un uomo: Rodin. Sepolta viva per trent’anni, abbandonata da tutti, lasciata marcire tra i folli, per non turbare i sonni tranquilli e borghesi di una famiglia prestigiosa. Ridotta al silenzio e all’inoperatività per non offuscare la memoria di un grande artista di Francia. Uscita dalle mura del manicomio soltanto per finire nella fossa comune di un cimitero, neppure una pietra a ricordarne nome e dignità all’esistenza. Una fama d’artista riconosciuta solo dopo la morte, dopo settant’anni di oblio, caso unico nell’arte del Novecento, secolo che ha visto l’emancipazione femminile e l’ammissione del ruolo sociale delle donne. Tutto questo è Camille Claudel. Artista grande, donna coraggiosa e appassionata, figlia di un’epoca che non ha saputo vederne i meriti e le indubbie qualità. Un’epoca in cui l’indipendenza e la vita bohémienne erano rifiutate alle donne, viste come spose sottomesse o come cocottes decorative, strumenti sempre disponibili al piacere maschile. Camille, donna passionale, scelse un lavoro “da uomo” e visse l’arte senza mai separarla dall’esistenza più intima, dal suo essere delicatamente femminile. Artista moderna fino in fondo, anticipò i tempi – e i modi di fare arte, già espressionistici – nel periodo in cui l’esordiente Picasso poteva affermare, con sferzante misoginia, che “le donne o erano muse o zerbini”. Camille ha pagato con trent’anni d’inferno, e la rinuncia alla sua arte, il fatto di essere contemporaneamente donna e artista. Una manciata di anni, quelli felici, in cui nel mondo maschile – e maschilista – dell’arte seppe farsi strada, riuscendo a esporre le sue opere al Salon. Nascere nell’Ottocento (nel 1864 a Villeneuve-sur-Fère, nella regione della Champagne) in una famiglia borghese di provincia, pretendere una vita libera, scegliere le proprie passioni e assecondarle, è già un atto rivoluzionario: a dodici anni Camille modellava l’argilla e aveva iniziato ad assimilare, dalla cospicua biblioteca paterna, una cultura sicuramente eccezionale per l’epoca: raro per un uomo, quasi impensabile per una donna. Dopo il trasferimento della famiglia a Parigi, ad appena 17 anni, Camille si iscrive all’Accademia Colarossi, l’unica scuola cosmopolita, alternativa all’Accademia delle Belle Arti riservata solo agli uomini, che propone invece la stessa classe e l’identica tariffa per i due sessi. Boucher, scultore di buon livello, la segue nei suoi progressi. Tre anni dopo, il maestro deve momentaneamente lasciare la sua allieva per un soggiorno-premio in Italia e chiede ad Auguste Rodin di sostituirlo nell’insegnamento, raccomandandogli in particolar modo Camille. Rodin è un uomo di 42 anni, dall’aspetto forte e tarchiato, capelli chiari e barba rossiccia, naso importante, occhi da miope, vivissimi e attenti. Camille è nel pieno del suo splendore, come testimoniano le foto del tempo: ha il viso regolare, la bocca carnosa, gli occhi d’intenso azzurro, una fronte superba, lo sguardo fiero, lunghissimi capelli castani e il corpo ben proporzionato, flessuoso.

Sakountala, 1905

Il suo periodo di studentessa è brevissimo: l’agenda di lavoro di Rodin, da subito, è piena di appuntamenti con Camille, nell’atelier dove posa come modella per colui che diventa ben presto suo maestro e uomo della vita, e dove poi lavora come unica collaboratrice. Sono gli anni in cui l’artista riceve importanti commissioni pubbliche dallo stato francese e l’usufrutto di un grande studio, dove portare a compimento alcune opere di grandi proporzioni, tra cui la Porta dell’Inferno e I borghesi di Calais. Ha bisogno di assistenti e capisce subito che il talento di Camille è prezioso. Dirà di lei: “le ho insegnato a scoprire l’oro dentro la materia, ma l’oro era dentro di lei”. Da parte sua, Camille si dà a lui totalmente, assecondando in ogni modo i suoi desideri, anche i più folli. Inizia così fra i due un profondo legame amoroso e professionale. Le mani e i piedi delle grandi opere di Rodin vengono realizzate in quegli anni proprio da lei. Compito delicato e di altissimo valore artistico, come riconobbe lo stesso Delacroix che sentenziò: “E’ dai piedi e dalle mani che si riconosce un grande artista”.

L’unione con Rodin si traduce in una consonanza stilistica che apparenta le opere realizzate da entrambi, ma se appare che Rodin “avvolga” i corpi, Camille “fonde” addirittura gli animi. La sensualità di Rodin si materializza con la potenza dei corpi, quella di Camille, invece, è nell’eterno movimento delle forme. Ancora giovanissima, Camille sa essere impermeabile all’emulazione verso colui che, se non ancora grandissimo e consacrato dall’Esposizione Universale di Parigi del 1900, appare già sulla scena come un artista importante e carismatico. E anche in questo si vede un’intraprendenza, un bisogno di indipendenza, una forza di carattere non comuni in una giovane donna, ambiziosa e consapevole del proprio valore: Camille partecipa a circoli culturali, tiene personalmente i contatti con compratori e galleristi, cerca di ottenere commesse pubbliche. Tenta in tutti i modi di mettersi in vista e di brillare di luce propria, confidando per questo alle amiche di lavorare instancabilmente “come un uomo”.

Camille Claudel atelier

Nel 1886 Rodin le rinnova in una lettera il suo impegno amoroso e professionale e stipula un singolare contratto con lei, appena ventiduenne, in cui dichiara: “ti proteggerò e ti introdurrò nella cerchia di amici potenti… ed eleverò le tue capacità artistiche”, impegnandosi inoltre a concretizzare il loro rapporto affettivo, lasciando l’attuale convivente e promettendole addirittura di sposarla. Ma Rodin non lascerà mai Rose Beuret, la “sartina di bell’aspetto” che a 18 anni era diventata la sua modella preferita e che gli aveva anche dato un figlio (di quasi due anni più giovane di Camille). La passione per Camille e la fusione dei loro intelletti creativi è sempre viva, tanto che in quell’anno Rodin le scrive ancora: “…tu che mi dai dei godimenti così elevati, così ardenti, vicino a te, mia anima, nel furore dell’amore mantengo sempre il rispetto per la tua persona e per il tuo carattere, mia Camille, non mi trattare senza pietà, io ti chiedo così poco…”. Ma le parole ardenti non colmano quel “vuoto” che Camille dichiara di provare in una lettera a un’amica: “C’è sempre qualche cosa di assente che mi tormenta…”. Nei carteggi ritrovati lei esprime senza sosta la volontà di esistere e di contare, la sua modernità di donna e di artista che non rifulge pienamente, avvolta come è nel “cono d’ombra” di Rodin. Egli affitta per loro una dimora in rovina, una villa con giardino selvatico dove avevano già abitato George Sand e Alfred de Musset, al tempo della loro storia d’amore. La famiglia Claudel finge d’ignorare per lungo tempo l’amore e la convivenza di Camille e Rodin: una situazione, in quei tempi, scandalosa per una ragazza di “buona famiglia”. Rodin intanto diventa sempre più celebre, nel 1887 ottiene la Legion d’onore, la massima onorificenza francese. Camille, nel frattempo, scolpisce i suoi capolavori e insieme a Rodin frequenta i grandi pittori Impressionisti. Per qualche tempo è felice. Lavora ed è amata. Durante la relazione Camille rimane incinta, ma interrompe la gravidanza. Quanto questo aborto abbia influito emotivamente sulla loro storia non si sa, ma alla soglia dei trent’anni, la relazione di Camille con Rodin comincia a franare. Molte sono state le ipotesi sulle cause di questa crisi, anche se non rimane documentazione che racconti perché Camille e Rodin si lasciarono. Lei credeva in una possibile, definitiva unione, forse per liberarsi completamente dai sotterfugi e dalle ipocrisie che aveva dovuto subire nel corso degli anni a causa dell’illegalità. Rodin, pur amandola e sostenendola nella sua vocazione, nel 1892 rifiuta di sposarla e questa sembra l’ovvia ragione della fine del loro legame artistico e sentimentale, che andò sempre più allentandosi, pur tuttavia senza interrompersi definitivamente, tanto che egli aiutò Camille in svariate occasioni. Ma la rottura è inevitabile. Camille e Auguste si incontrano all’inaugurazione di una mostra, tornano di quando in quando a scriversi ma non entrano più l’uno nello studio dell’altra. Nel 1893 Camille rompe ogni rapporto, affitta uno studio-abitazione e realizza per conto suo alcune sculture assai importanti. In seguito alla rottura il forte temperamento di Camille cede. Aveva voluto seguire la sua vocazione d’artista, aveva amato fuori dagli schemi prestabiliti e ora, a trent’anni, tutto crolla intorno a lei: vita e professione artistica. Aveva sfidato convenzioni e pregiudizi per ritrovarsi sola, delusa, non abbastanza stimata e considerata, come avrebbe voluto essere assecondando il suo genio, allontanata dalla famiglia come una vergogna da nascondere. Dopo Rodin, Camille incontra il giovane compositore Claude Debussy. Non si sa se il loro fu un rapporto d’amore o d’amicizia, ma Debussy, ancora sconosciuto, resta profondamente impressionato dall’artista, e la frequenta per due anni, fino a quando lei, probabilmente perché in fondo al cuore ancora legata a Rodin, ne interrompe il corso. Numerose difficoltà finanziarie cominciano ad affliggerla: essere scultori comporta spese ingenti per i materiali e Camille non riesce a sostenerle, si trova in problemi economici per i quali deve ricorrere all’aiuto del padre e del fratello. Scolpisce opere di piccolo formato per ridurre il costo dei lavori. Un profondo rancore verso Rodin le invade, come un’ombra, il cuore e la mente. Cominciano le ossessioni: Rodin vuole impossessarsi dei suoi lavori, e lei ne distrugge alcuni, Rodin la fa spiare dai suoi assistenti per rubarle le idee, Rodin vuole ucciderla. l segnali di una grave forma di depressione con manie di persecuzione, di una profonda sofferenza, del senso di un abbandono totale e, probabilmente, della consapevolezza di aver donato la sua Arte all’uomo che amava e di averla così perduta per sempre: tutti gli esperti dell’opera di Rodin sanno che la sua maniera, negli anni Ottanta, è contemporanea all’incontro con Camille. Più che quarantenne Rodin, se fosse rimasto solo, si sarebbe probabilmente evoluto verso un neo-michelangiolismo esasperato; improvvisamente, invece, il suo lavoro si anima di una voce nuova, voce che, partita Camille, si insabbia. Questa convivenza di passione e di creazione, in due amanti che svolgono la stessa attività, operando insieme nei medesimi luoghi e sui medesimi soggetti, conduce a un lavoro misto. Si è detto di Camille che lavorava alla maniera di Rodin, così come c’è una parte dell’opera di Rodin che fa eco a quella di Camille. Il numero delle opere firmate da Camille durante il periodo di lavoro con Rodin è limitato, mentre tutti i testimoni la descrivono come una lavoratrice accanita sulla produzione di opere di grande qualità, non certo di copie d’apprendistato. Perduto l’amore, Camille si ritrova sola e disperata. Inizia a bere. Combatte con difficoltà economiche sempre più grandi, a cui non riesce a tenere fronte, priva di mezzi e di commissioni, isolata da una famiglia ostile, completamente abbandonata, reietta agli occhi di una società che la discrimina, disconosciuta da un ambiente artistico che le volta le spalle dopo averle spalancato le porte. Morto il padre, e passata una settimana, la madre firma la sua condanna a vita nell’inferno dei folli ed è perduta per sempre: tradotta a forza il 10 marzo 1913 nel manicomio di Montdevergues, non conoscerà più la libertà, sepolta viva per trent’anni, fino alla morte, avvenuta in una Francia assediata dall’occupazione tedesca nell’inverno del 1943. E le sue mani smetteranno di scolpire per sempre. Scriveranno solo parole che, a distanza di tanti anni, stringono il cuore di chi legge e che, allora, non trovarono le risposte che chiedevano: vita, libertà, amore. In una lettera al suo amico e mercante Blot, Camille nel 1935 descrive così la sua vita: “… un romanzo… un’epopea come l’Iliade e l’Odissea. Ci vorrebbe Omero per raccontarla, sono caduta dentro un baratro, vivo in uno strano mondo… dal sogno che è stata la mia vita, ora è rimasto solo l’incubo…” – “… da cosa deriva tanta ferocia umana… prometto che mai più recherò scandalo a voi, perché sono troppo desiderosa di riprendere una vita normale… non farei più nulla di disdicevole perché ho troppo sofferto”. Negli anni Ottanta la sua figura, ormai dimenticata, a parte l’attenzione di qualche raro studioso, fu riportata alla luce dalle attente e appassionate ricerche di una pronipote ventenne, Reine-Marie Paris. Catturata dal fascino di alcune sculture, che quasi distrattamente adornavano il salotto del nonno Paul Claudel, la nipote divenne ed è tuttora la sua biografa, ricercatrice e curatrice di tutte le iniziative che la riguardano. Raccontò in seguito: “cercando per la mia tesi di laurea dettagli su mia zia, si scatenò un silenzio imbarazzante… Camille mi apparve come un personaggio “maledetto” all’interno della famiglia, che volle per decenni cadesse un oblio totale e una censura vera e propria”. Scopo della vita di Reine divenne da allora l’impegno di riabilitare agli occhi del mondo il genio della zia, dichiarando: “… il mio sogno, il mio progetto futuro sono quelli di creare un museo autonomo di Camille Claudel… perché questo lei merita”.

Lettera a Paul, 3 marzo 1930

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2 pensieri su “La doppia passione di Camille Claudel”

  1. E’ sempre una grande gioia leggerti, perché alla sapienza di storica dell’arte unisci le qualità di una splendida scrittura. La figura di Camille mi ha sempre molto toccata. Credo che alla sua condanna non abbia contribuito tanto il fatto di essere una scultrice. Alla sua epoca le donne artiste, scrittrici, poetesse erano già presenti e, anche se con l’ostilità del mondo maschile, potevano lavorare. No, il fatto era che Camille volesse affermarsi come individuo, al di là del proprio sesso, compiere scelte da individuo. Probabilmente, se non avesse rotto con Rodin, se avesse accettato un ruolo più in ombra, se avesse avuto meno originalità d’artista, soprattutto in un campo, come quello della scultura, considerato per tradizione maschile, insomma, se non avesse preteso di essere meno dipendente, la società le avrebbe perdonato di più. Rodin stesso non l’avrebbe temuta tanto, preferendole invece la donnetta tranquilla e abituata ai suoi tradimenti che sposò.
    Ma rifletto sul fatto che fu la madre a condannarla a morte! Una criminale. Forse era gelosa o invidiosa del talento e della libertà mentale della figlia, in parte la trovava imbarazzante, dunque quale miglior mezzo per liberarsi di questa rivale che seppellirla viva? Non a caso dopo la morte del marito, che le avrebbe impedito un simile crimine. E che dire del fratello? Grande intellettuale ma orribile essere umano. Quanta ipocrisia, quanta ferocia…
    Sicuramente Camille avrà avuto dei momenti di smarrimento, delle défaillance psichiche. Ma di certo non era facile combattere da sola contro tutti. La fine della storia con Rodin le tolse anche quella forma di protezione sociale che le poteva garantire e le rovesciò addosso il disprezzo dei benpensanti, con gli armadi certo pieni di scheletri.
    Se fosse stata un’artista più mediocre, una donna con una personalità meno spiccata, (la bocca nei ritratti ha una piega risoluta e ostinata) non avrebbe fatto quella fine. No. E in fondo, nemmeno oggi è cambiato molto.

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