La pietra nella ferita

Clemens-Tobias Lange

Maurizio Inchingoli

 La pietra nella ferita
su incerti umani di Domenico Brancale
(Passigli Editori, 2013)

L’incerto è la pietra, quell’elemento muto della terra che sta a testimoniare il passaggio del tempo. Domenico Brancale è quella pietra, che all’improvviso fa breccia nei nostri pensieri e provoca una ferita permanente. Le parole sono il sangue. Ed Incerti Umani è parola che percorre il fiume calmo, pronta a farsi minacciosa appena il canale devia la sua traiettoria. Un alveo nero che tracima e perde la superficie, visto che quelle parole non passano certo nascoste nel letto della terra, a furia di scorrere infatti provocano come un’assenza di gravità, in levitazione permanente. La sofferenza poi è un sentimento intimo che Incerti Umani fa propria, preso nell’atto di raccogliere scritti di un lungo tempo passato, come a formare una sorta di bignami del dolore, prima rappreso, poi scarnificato, secco, che diventa fossile quasi, che si pietrifica velocemente coadiuvato dal passaggio del sole su quel letto. Allo stesso tempo non dimentichiamo che quelle parole sono anche un manifesto di cieca devozione alla vita quasi, la sua poesia sovente è bisbiglio furioso nei confronti del prossimo (le sue performance lo dimostrano ampiamente). Allora si arriva al punto di accettare che un dolore possa diventare unguento salvifico, grido di aiuto e promessa di cambiamento e redenzione. All’improvviso mi sovviene che certi suoi scritti sono vergati con il fiato sospeso, attraverso la spossatezza della notte, col buio tra le pupille, perso nel girovagare delle calli.

     Estratti da un dolore

“dire pietra
spietrare ogni sussurro
far durare il nulla”

Colui che nasce nella patria dei calanchi non poteva che amare radure e terreni argillosi, perciò ha dimestichezza con gli elementi della terra, più o meno duri, e mai smette di perseguire una fantomatica fusione tra il corpo e la pietra. Può solo evocarla però, tale unione, nel continuo girovagare dell’essere umano che pensa e riduce il pensiero stesso a poche righe stampate su di un libro.

“corpi fa
lenzuola su un’incerta parola”

Colui che, come una crisalide, raggiunge lo scopo di cambiare pelle diventando farfalla, e monta poi ali per volare saettando tra i pensieri, non può che ricordare di quando era altro corpo, forse più debole nella struttura. Un corpo quindi che si fa con il passare del tempo, che invece di essere consunzione si rigenera nell’evocare i ricordi di quello che è stato, sempre balbettando apertamente il suo trionfante imbarazzo. Il passato e il talamo come misura di quello che abbiamo consumato, forse…

“restando
restando

sterminata alba

nel cranio conflitti”

Colui che non riposa la notte, che pensa debba essere parentesi lunga da affrontare con gli occhi aperti in un continuo esperimento di risveglio, fino a farsi sanguinare i capogiri, sa di avere vita breve. Performance del dolore, abuso di neuroni che s’odono muovere impazziti come lucciole che illuminano le tenebre e si spengono tristi davanti alla luce accecante dell’alba.

“pronunciato a 7 gradi sotto zero
il nome tuo
riscaldato dal freddo ripetuto a mente

assorda questo rosario”

Colui che imperterrito cerca di ricordare e registrare un pensiero ha bisogno del corpo vicino per sentire presenza e calore, somiglia a quella donna che tutti i pomeriggi varca la soglia della chiesa di paese per pregare fino alla fine dei suoi giorni, per mettere in pratica un rosario della morte, che ha bisogno appunto di reiterare il ricordo del nome, altrimenti vedrebbe spegnersi dentro sé la luce, visto che la speranza già è terminata nel silenzio. In quello stesso istante nel quale ha deciso di muoversi nella bruma della pianura ghiacciata. Il freddo come termometro della passione, meno calda e viva di quanto pensassimo però.

     Di nuotare nella pietra

“prima che sia giunto il momento di nuotare nella pietra
al largo dell’ombra
scolpisciti

(con tutto quello che comporta mettere
radici nell’aria
e cranio nel niente)

stando conficcati si germina il necessario

l’origine non smette la ferita”

Paletti. Impalati nel pensiero. Questo è il ricordo di numerosi passaggi di “Incerti Umani”, opera della riflessione e dell’atto che è oggetto portante della sua poetica. Fiotti di liquido nauseabondo affiorano dalla terra come di incanto dalle pietre, e inondano di sangue le nostre riflessioni, inquinandole per sempre, ormai sfatti da ogni possibile bonifica dell’anima. Radici del pensamento, germogli di luce che generano paradossi, idiosincrasie, lotte intestine tra i corpi, ri-pensamenti e vaneggiamenti dove la parola si accoccola beata, conscia del fatto che ha tutto dentro e niente allo stesso tempo. Morsi di luce che appena aperto bocca vanno dritti al disagio di un uomo che soffre, espettora vita, come in un incessante processione del verbo.

Questo (non) è uno scritto incerto, in realtà vuole esprimere un me che fatica a palesarsi.

     Poscritto

Ho scelto deliberatamente di precipitare nella sua poesia, ancora ne sento i postumi, e mi piace pensare che, seppur difficile scrivere dell’opera di un poeta, è necessario provare ad esprimere un sentimento di vicinanza, di complicità e di comprensione che in privato so essere reciproca. D.B. ha scelto suo malgrado di venire al mondo, pur essendo una creatura aliena al mondo stesso. Io ho incominciato a seguirlo, anche se ormai a distanza, per ricordare a me stesso, e di riflesso a mio figlio in particolare, che la parola non deve mai essere di ostacolo tra i corpi, anche quando le tenebre della quotidianità ottundono il pensiero. A volte apro un suo libro e sfoglio con distrazione tra le pagine, m’imbatto in una riga, in un interstizio di significato che mi riconcilia con la vita fottuta che vivo tutti i giorni. Penso allora alle lunghe passeggiate, alle idee condivise, a quella voglia di esprimere gioia e vitalità annusata tra i portici, e alla sana e convulsa passione per le cose belle, affascinanti, che mai devono mancare in un’esperienza terrena come la nostra. Il giorno che mi accorsi della sua presenza fu un giorno speciale, e pensai che era arrivato il momento di esperire la poesia, di non rimanere un uomo qualsiasi prostrato davanti alla vita. Quella giornata la ricordo ancora perfettamente, ho in mente la luce, l’odore, e il tremore che mi accompagnò nello scoprire quella voce, la sua. Un tremore che stava a significare che si era ancora vivi, che il marcio non ci apparteneva ancora del tutto.

Un’incerta vita ci aspettava, e tutt’ora lo penso e in fondo la anelo visto che la sicurezza non m’appartiene. So per certo che le sue parole sono sempre lì a rinfrancarmi, a darmi gioia privata, nel buio della notte come nell’accecante luce che tutto oscura di giorno.

***

1 commento su “La pietra nella ferita”

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