Il respiro dell’indicibile

George Braque, Les Oiseaux

Marco Furia
Lucetta Frisa
Marco Ercolani

Il respiro dell’indicibile

“Il muro dove volano gli uccelli”, di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, è un libro dedicato all’eresia e all’enigma dell’arte.
Un intero capitolo riguarda il “volto come enigma” e, a pagina 69, si legge:

“Il concetto di eresia (airesis, scelta) è strettamente legato a quello di “scelta” (dùnaton, possibilità). Solo dove c’è l’una può crescere anche l’altra. La “scelta-possibilità” è fondamentale per definire il concetto di libertà e di libero arbitrio”.

Dalle più antiche incisioni rupestri, fino ad arrivare alle opere di artisti a noi vicini nel tempo, qualcosa d’indicibile accomuna le espressioni iconiche dell’uomo.
Certo, per esempio, il rigoroso mimetismo naturalistico appare ben diverso dall’astrattismo e i lineamenti espressionisti sono dissimili da quelli di taluni equilibrati ritratti, nondimeno un avvertibile quid pare unire artisti e opere di ogni epoca e stile.
Perché dedicarsi a tracciare segni?
Per auspicare una buona caccia, per motivi religiosi, per necessità di comunicare, per noia, per mostrare la propria abilità: queste (e altre) potrebbero essere le risposte.
Il segno, sostiene Wittgenstein, contiene già il suo significato senza bisogno di alcuna aggiunta dall’esterno.
In che cosa consiste, allora, la differenza tra un comune cartello stradale e un affascinante dipinto?
Nella diversa intensità e qualità dell’energia espressiva sprigionata: l’immagine dipinta, essendo affrancata da impieghi pratici immediati, tende a rivolgersi all’uomo senza, per così dire, secondi fini.
Poiché le forme scelte sono di volta in volta diverse, risulta innegabile la presenza della possibilità: possibilità nel senso proprio del termine, se è vero che mostrare
qualcosa di nuovo significa aprire spazi ulteriori, nella giusta convinzione che ogni segno non sia, necessariamente, l’ultimo.
È nostro destino essere rivolti verso un futuro che sarà costruito anche con l’immaginazione e, dunque, con l’arte.
Emerge in tutta la sua valenza, a questo punto, il tema dell’enigma.
Un enigma che può nascere dalla domanda “perché?” ripetuta in maniera ossessiva e pure dal porsi, in modo più fecondo, il problema del come.
Se un interrogativo ripetuto oltre misura assume l’aspetto di un nocivo delirio, riflettere sul come promuove ragionamenti non sterili e, tuttavia, ricchi di tratti enigmatici.
Qual è l’atteggiamento opportuno da tenere?
Quello del dare primaria importanza all’esserci.
Rembrandt fu autore di un autoritratto che “non ha più nulla in comune con la pelle dipinta di volti rappresentativi, decorativi, encomiastici”, Monet fece addirittura evaporare “la superficie pittorica”, per non parlare della “pittura dell’aria” di certi acquerelli di Turner o della “tenace resistenza della cosa vista” tipica di talune opere di Cézanne…
L’arte, insomma ci dice che siamo al mondo e che anche nella scelta, nella possibilità e nella libertà consiste l’enigma della nostra vita.
Essere quello che siamo non ci inchioda per sempre a una definitiva fisionomia, ci consegna, al contrario, a un destino di avventura.
“Il muro dove volano gli uccelli”, con le sue chiare pronunce che rimandano l’una all’altra, è una sorta di esempio da seguire o, se si preferisce, è la proposta di un itinerario originale e aperto.
Si legge a pagina 25:

“Così i fratelli Gouncourt, nel loro Journal, separano il mondo razionale e riflessivo della scrittura da quello irrazionale e istintivo della pittura. Ma in realtà anche nella scrittura si profila, alla fine del XIX secolo, un discorso dell’ombra dove al venir meno delle forme tradizionali corrisponde la voce di nessuno della poesia contemporanea”.

Ben oltre siffatta condivisibile affermazione, mi sembra che il libro proietti, in generale, quell’ombra su tutto l’umano divenire, riconoscendo a quest’ultimo una naturale dimensione enigmatica.
Il nostro sviluppo come genere umano potrà essere ampio e pregevole – suggeriscono i due autori – soltanto se saremo disposti a riconoscere nell’indicibile un assiduo quid che ci accompagna attimo dopo attimo, come lo stesso respiro.
Non è un caso, d’altronde, che il volume si apra con la frase di Eraclito “La strada dei pittori è diritta e sinuosa”.

Marco Furia

Il muro dove volano gli uccelli

Marco Ercolani / Lucetta Frisa
Il muro dove volano gli uccelli
Prefazione di Luigi Grazioli
Forlì, Casa Editrice L’Arcolaio
Collana “Prose”, 2014

Testi

De goncourt, JournalLo scrittore – ne sono illustri esempi Hugo e Baudelaire – ha spesso tracciato pittogrammi ai margini dei suoi testi, come volontaria evasione dal regno diacronico e chiaro della scrittura verso quello, enigmatico e sincronico, della pittura.
In questo senso, per secoli, il disegno ha rappresentato la mano sinistra (quella involontaria, casuale, “minore”) che si contrappone asimmetricamente alla mano destra.
“Che felice mestiere quello del pittore paragonato a quello dell’uomo di lettere! All’attività felice della mano e dell’occhio nell’uno corrisponde il supplizio del cervello nel secondo; e il lavoro che per l’uno è un godimento per l’altro è una pena …”. Così i fratelli Goncourt, nel loro Journal, separano il mondo razionale e riflessivo della scrittura da quello irrazionale e istintivo della pittura.

*

Henri MichauxCome Bicknell, che si chiedeva, degli anonimi esecutori di quelle enigmatiche figure rupestri “chi fossero, da dove venissero e che significato avessero per loro quei segni sulla pietra”, così Michaux, ai segni del suo universo visivo, avrà chiesto quale io, fra mille possibili, li avesse prodotti. Un io, forse, che ritornava alle proprie sorgenti, il più arcaico tra i numerosi che ci abitano.

*

M. Quentin De La TourDenis Diderot critica tanto il ritratto ideale, mascherato in una neutralità imperscrutabile, quanto il ritratto di maniera, fissato in una smorfia artificiosa: nei suoi Essais au peintres esalta l’impressione naturale del viso come essenziale all’arte della pittura. J.J. Sue, nei suoi Elements d’anatomie à usage des peintres suggerisce che attraverso l’analisi dei movimenti e dei cambiamenti che si manifestano nel viso si può esprimere il carattere peculiare dell’individuo, il suo specifico “linguaggio delle passioni”. Un pittore del XVIII secolo, Quentin de la Tour, noto per i suoi “disegni di volti”, scrive: “essi credono che io colga solo i tratti dei visi: invece, a loro insaputa, io scendo nel fondo delle loro anime e li riporto alla superficie tutti interi”.

*

Joseph William TurnerNell’acquerello veneziano di Turner “la pittura dell’aria” sembra realizzarsi in un attimo. La sua Venezia è una città disgregata, stregante, semidissolta, proprio mentre quel preciso riflesso, quell’imprevedibile chiaroscuro la attraversano.
Una finzione che non reinventa la realtà, ma è essa stessa reale. Venezia è così e così il pittore la rappresenta. Grazie alle sue “inquadrature” non la vediamo né in pieno giorno, con luci piatte e assolute, né a notte alta, in assenza di luce, ma proprio nell’attimo in cui è dentro quella luce e appartiene a “luoghi dove le logiche non sono di marmo, ma votate alla costruzione di impossibili estasi infinitamente fragili” (Sotsass). In modo analogo, nella pittura dell’ultrasettantenne Hokusai, la luce dorata di certi paesaggi celesti è un’architettura astratta di commovente realismo. “L’uomo / curvato /sull’acqua / sorpresa / dal sole / si rinviene un’ombra” (Giuseppe Ungaretti).

*

Claude MonetTra la pittura di fine Ottocento e quella di inizio Novecento c’è un lungo attimo di sospensione in cui l’arte visiva si dissolve: non è la forma astratta preannunciata da Cézanne o il campo tellurico dei colori di Van Gogh. Letteralmente evapora la superficie pittorica. Il primo responsabile di questa metamorfosi è Claude Monet e i soggetti che usa per attuarla, nella sua tarda maturità creativa, sono i monumenti in dissoluzione delle Cattedrali e le impalpabili bellezze delle Ninfee.
“Non dormo più – scrive – per colpa loro. Di notte sono ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. [ …] Ho ripreso cose impossibili da fare: dell’acqua con l’erba che ondeggia sul fondo …[…]. Sono a pezzi, non ne posso più, ho trascorso una notte piena di incubi, le cattedrali mi precipitano addosso, sembrano blu, rosa o gialle. […] “Questi paesaggi di acque e di riflessi sono diventati un’ossessione”.
Non è un caso che la sua pittura di quegli anni coincida con la progressiva cecità, determinante nello spingere Monet ad attuare la sua opera estrema, impossibile. “Lavoro accanitamente e vorrei dipingere tutto prima di non vederci più”.

*

Paul CèzanneIl cavalletto radicato al suolo, i movimenti della mano sulla tavolozza, senza variare punto di vista, senza avanzare di un passo, Cézanne pensa un unico gesto: dipingere. Un unico soggetto: la montagna. Prima il paesaggio, la descrizione. Poi la forma pura, senza spazio intorno, senza aria o alberi. Cubi bruni, rettangoli neri, trapezi bianchi. Cancellati prati, foglie, ruscelli, alberi, uomini. Il trionfo della struttura, sempre più luminosa. È quello che accade quando ci allontaniamo dall’oggetto, quando cerchiamo di ricordarlo. Se il pittore fosse vissuto ancora qualche anno, la montagna, già semplificata a visione geometrica, si sarebbe trasformata in blocco di pura luce, in antimateria. Una questione di tempo. Come se la cosa vista non aspettasse altro. Come se quell’espressione solitaria di risentimento per il mondo esterno, che emerge da uno dei suoi più celebri autoritratti, fosse il segreto della sua opera: quella “cifra del tappeto” che Hugo Wereker, lo scrittore protagonista del racconto di Henry James, dichiara essere la chiave di tutta la sua opera.

*

Antoni TàpiesTàpies – il cui nome, in catalano, significa proprio “muri” – ha il potere di creare delle forme ambiguamente evocative, che contengono figure come ipotesi di lacerazione o di nascita, e anche desiderio di fuga da un’astrazione rassicurante. Animale, tronco, uomo, sono accidenti di una materia che emerge compatta e poi subito s’increspa. Per Tàpies la bellezza è sempre viva: se ne percepisce il soffio violento che incrina/spacca la superficie del muro, permettendo ai segni di traversarlo. “L’arte è la sola possibilità che resta all’uomo di chiamare le cose con il loro nome”. Quel nome è la libertà del lottare nel limite fra vita e morte, realtà e riflesso – libertà che il muro, anomalo specchio, non smette di testimoniare con le
sue rappresentazioni. Nello spazio pittorico del muro continueranno a volare – come suggeriva De Staël – sempre nuovi uccelli, sempre nuove utopie in cerca di un loro cielo.

***

3 pensieri riguardo “Il respiro dell’indicibile”

  1. Si tratta di un libro da leggere prima tutto d’un fiato e poi da ripercorrere seguendo l’estro del momento o le eventuali connessioni con quanto altro si va leggendo: una pagina, poi una più in là, un’opera, un artista a seconda dei gusti e degli interessi personali. Un solo, lieve appunto: anche se le opere di riferimento si trovano assai facilmente in pubblicazioni e in rete, mi sarei aspettato un apparato iconografico più ricco (tutti gli assaggi pubblicati nella Dimora recano infatti un ineccepibile corredo iconografico); certo, capisco anche il perché: il libro sarebbe costato di più rispetto al prezzo accettabilissimo che ci mette a disposizione testi straordinari per contenuto, suggestione e qualità. Quanto detto non intacca minimamente l’ammirazione per un’opera di raro livello e che la Dimora fa bene a promuovere.

  2. Grazie a Marco per la nota di lettura, a Francesco per la sempre splendida ospitalità, e ad Antonio per la sua giusta osservazione: un corredo iconografico completo avrebbe reso il libro troppo “caro” per gli autori come per gli eventuali lettori. Marco ha proprio ragione quando parla di enigma e di possibilità: due temi che ci hanno traversato negli anni. Perché è negli anni che io e Lucetta abbiamo tessuto i mattoni del Muro, scoprendo tardi, ma mai troppo tardi, i dettagli sulla grotta di Chauvet.

  3. libro che sto leggendo (con il mio fiato!) molto bello e che tende una linea con la/le scrittura/e di Marco e Lucetta.

    un abbraccio e complimenti

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