Pieghe

Nicola Samorì, 2012

Maurizio Manzo

Pieghe

1

A provare a pensarci si ritrova inadatto l’ultimo soffio che solleva oltre ai capelli le palpebre e il silenzio di un colore sciupato finisce col sfinirti e rivelarsi chiassoso dei precedenti istanti ripetuti nel sorriso che nelle pieghe della pelle si inoltra trattenuto dal cervello coltello che difende dalla tristezza dei giorni dalla pazienza della malinconia.

2

Mi segue una spia blu che sembra sospendere il movimento delle mani anche la luce del piccolo monitor nel buio cristallizza ogni stato inerte l’ora insegue il silenzio saziato ogni notte è più simile ad altre dissimili ti accorgi dell’immobilità del luogo che non circola aria ti chiedi com’è che respiri perché respiri non affanni ritiri in alto le braccia sembra che il muro le stringa e diventano nere non fosse per la tosse che scrosta i polmoni espelle ghirigori più in fondo si sciupa la luce che sfredda il catarro.

3

Più forte si avvicina l’odore che lo sguardo allontana più ascolti l’erba staccarsi la guazza lasciare posto al sole mentre sciolti gli aloni si sentono le foglie stiracchiarsi fare da chioma al treno che passa asciutto tempestato di solo riflessi nei finestrini che non si porta via l’emozione di uno sguardo da rincorrere tutto il giorno.

4

Davanti ho trovato che non tutto si oppone che a sopravvivere si muore si pospone il senso diresti finché c’è vita c’è speranza ma non è una danza quella traballante sostenuta da fili se poi ti pare che alcune cose che marciscono  come nella marcia la guerra che imputridisce le linee orizzontali e spezza quelle verticali sei fuori dallo schema e respirare non fa la differenza.

5

Passo. Il doppio lo tentavo a volte stavo fermo ad osservare il passare a vuoto. L’incanto è nei primi passi. Non renderai così felice mai più nessuno. Il passo dei santi è sorretto. Il passo del cielo è sul tetto che non si fa sentire. Il passo lento è veloce nella mente. Il vecchio sta al passo sembra non sentirsi un tip tap senza claquettes. Sulle scale il passo e un intreccio. A volte lo trascini lercio. Mi chiedevi facciamo due passi, stretti sotto grondaie rumorose. Poi qualcuno allunga sempre il passo. Quando pensi d’essere a un passo, spesso finisce la strada.

6

Mi accorgo che sostenere la luce che sale sullo spigolo della stanza richiede molta più forza che a sollevare il sole con le dita e quando lo dicevi c’era buio tra le righe delle coperte e si poteva soffiare per provare a spostarlo a farlo ritirare come si fa con l’acqua che si arrotola sotto le labbra ma il buio non s’incide non lo intacchi né si sposta si prolunga e a volte ti prende per mano.

7

 Interrotto al passo tornavo indietro pensando di andare avanti, a inseguirsi ci si svuota non si spera più di afferrarsi per osservarsi se pure gridi il tuo nome non ti giri ignori te stesso, strattoni il vento e ti lascia passare lo vedi spostarsi abbassarsi e sfoltire i marciapiedi così come a pulirti la strada prepararti il cammino che non avviene a pensarci un tapis roulant mostra il mondo che vuoi, il taglio con cui ti viene incontro la pioggia, il colore del cielo, dove farlo finire, intontire il battito cardiaco.

8

 Se aperta la porta lasciava scivolare caldo e freddo tra gli occhi e il naso saliva anche il vapore e ridendo tra le spore e lo stendere di stuoie mi accoglievi tra i tuoi allievi tra lievi inchini e manichini distratti si discorreva del pensare dell’inciampare anziché andare a capo dell’insinuarsi d’arsi e tesi di quel canto che s’azzoppa poi sale in groppa mette sull’attenti anche il brivido che non si muove né scompare con il sudore né si disfa con il pianto ma ti asseconda nella meraviglia.

9

Assecondi l’aria candida che prosegue nella direzione del tuo tempo che segna come uno sfregio che sorregge scalza t’insegue la pioggia il corpo distratto assimila il malessere che ricopre i giorni sfusi come un tempo le sigarette infilate nelle vecchie bustine Bic ora rifilano cornee senza badare a cosa hanno visto stilano liste di cose da recuperare per il cuore per le pene del pene e la vita è questo albero a cui non vorresti mai dare acqua.

10

È finita. Scopro il palmo delle mani sollevando le dita. Allento i pugni. Potrei fare una carezza anche se rattrappita. Ora. Ci sono parti in cui la disillusione scivola come acqua sui vetri. Le labbra invece stridono se provi a baciare la luce che s’infila dai vetri come una lama sul mare. Non puoi fare a meno d’illuderti. L’illusione ha la viscosità del sangue. Piastrina perenne. Ripara il danno morale che sfugge dagli sguardi. Non evapora neanche col caldo. Suda e s’impasta. Una malta che ti spalmi come una crema. Arriva anche prima dei primi passi e prima ancora che la porti via il vento si ripresenta. Può esserci sempre un altro momento fatto di ragnatele brillanti. Umide dei diluvi trattenuti. Su cui lanciarsi come su una rete elastica. Su cui rotolarsi tra uno spazio e l’altro. Far filtrare la luce da imbottigliare.

***

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5 pensieri riguardo “Pieghe”

  1. Un pensiero imputridito di parole senza più cittadinanza.Un fetore di metafore stramaledetta-mente fetide.” Un cammino che non avviene” ginnastica immorale, uccisioni & guerre! A sentinella un “cervello coltello “palpitante vivo,emozionante e sanguigno.
    ( Belle straripante-mente)

  2. Luogo del disincanto , la memoria spogliata dalle meraviglie dell’accaduto diviene sostanza plastica da rimaneggiare , da impastare , da farne cibo per un corpo in difficoltà.
    Il tempo perde il dissenso, finalmente.
    Molto intensa!

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