Missive d’altri tempi

Mario Giacomelli, La mia vita intera

Maria Cristina Cataldo

Testi inediti
(2014)

Ho spedito una lettera
missiva d’altri tempi
profumata di carta
da lettere, da leggere
con un francobollo
leccato alla perfezione
e la dicitura “por avion”
“by air” stampati in blu
per ricordare il cielo.

L’ho piegata a soffietto
per non sgualcirla
tanta precisione impiegata
per non sciuparla.
Calligrafia niente male
mittente
destinatario
indirizzo
combaciano.

Mi sono scritta una lettera
pensando che fosse la cosa migliore
farla girare in bianco
farla uscire a prendere
una boccata d’aria
tentare di volare
– almeno una volta –
a spese della compagnia delle poste.

 

*

 

Fra il crepuscolo e la notte
c’è l’esequia bianca del giorno esaurito.
E non si ripara.
Vorresti ricomporlo
negli attimi e nei minuti
perché viva, ancora
cambiare qualcosa
del giorno scomparso
nella linea dell’attimo
in cui hai sbagliato
e ti sei pentita
delle ore inferme

ma lamenti il termine ultimo
per la presentazione di un reclamo.

È vero, dovevi cucinare, stirare
rispondere al quiz preferito.
Non ti sei accorta di un giorno
piccolo, mai sorto.

Era ora di rifarti il colore. I capelli bianchi
sono un regalo dei giorni inutili
dove tutto è normale.

 

*

 

Tanto gentile e tanto onesto pare
quell’uomo mio quand’egli altrui saluta.
Senza una tacca generica
neanche l’endecasillabo combacia.
Le parole castrano, perché
le hai usate tu, le metafore
non si prestano perché erano le tue.
Per riscrivere bisogna cancellare
omettere, tacere.

La storia delle donne
è lunga scia di omissioni.
Parole obliate.

Tradizione orale.

 

*

 

Vissi nell’odore del libro
l’amore e l’approssimazione
il suo significato.
A ogni mutamento,
ricomponevo
frammenti di poesie,
generi
che intasavano i canali
della comunicazione.
Descrivere la vita
da una finestra serrata
cogliere l’eterno male
e il bene effimero.
Tagliamo il cordone
ombelicale, tagliamo
molecole di ombra
e le domeniche assolate.
Cambiamo tutto,
le sensazioni tattili
gli inverni senza piedi
e la voglia di restare
a guardare la comunicazione
a un punto s’interrompe.

 

*

 

Chi s’industria è poeta.
Non basta passare la vita
a cucire squarci di cielo,
sentenze impugnate,
stimmate sul dio
che non conosciamo.
M’industrio poeta,
la mia immagine riflessa
allo specchio si sfalda
in mille lire.
Sono poesia, talvolta
imparata a memoria
da quel giovane
poeta, che a morte
ha cantato l’incanto.

 

*

 

      (Làvrio)

In questo istante sono storia,
che vive la decenza del giorno,
descrive un quadro statico, solo
nel ricordo ha sembianze
di memoria vissuta.

Ho carezzato i suoi capelli duri,
tentazione materna:
giocare la carta dell’umanità…
Ma una lingua incomprensibile
aleggiava per le strade.

In genere due mani si devono
incontrare per stipulare
un patto, in genere quel tempo
giunge nel momento
altro.

Quadro resta l’archeologia
dei metalli, la storia
delle cisterne: abbandono
percepito come volontà
di agire sul degrado.

Pirati a motore sfrecciavano
nella campagna circostante
plagiando il religioso silenzio
delle reliquie.

Ho accarezzato il profugo,
rastrellato sterpaglia,
chiesto a volti sconosciuti
di dare un senso al pellegrino
approdato a Làvrio, come un premio.

Nelle sere afose le risposte diluite
erano nell’acqua solcata da navi
pesanti. Altre sere, al mercato
del pesce, continuavo a cercare
di forzare la cornice ed ubriacare
i sensi.

Le carovane del dolore ci rigano
il volto, percorrono rigagnoli
di piogge acide, feretri di temporali.

Ho appeso la soluzione in una stanza
buia, con finestre serrate.
Non si vede il tentativo, la fatica,
il pianto e la sconfitta.

In un angolo del quadro
sorridevo a Saìt.

 

*

 

      (Lesbo)

Epoche prigioniere nel cristallo del sale
che duro resiste all’onda, lo scoglio
anela a lambire una scia di sole.
Indietreggia sulla sua ombra sagomata
da solitari inverni e venti che gonfiano
spuma cristallina. Eppure avevo una dimora,
un antro solitario, non avvezzo alla luce,
da cui osservare l’essenza di tanta bellezza.

Nel riposo troviamo, sotto lo stesso cielo, l’origine
che chiamiamo nuova, il desiderio (timoroso)
di perdere l’albero della sapienza, assorbire il senso
primordiale congiunto all’acqua. Lesbo,
magica pozione di essenze policrome, tentazione
di cadere nel riverbero di un tramonto e planare
su dirupi scoscesi, che mozzano il fiato di chi passa.

Chi si voltò ha ora un cuore di pietra, non potrà
mai vivere altrove, rinunciare alle prue, la salsedine
che buca la memoria, la quercia di Saffo, fardello di vento
che cantò tra desolati pendii e lui, rapito, si fermò ad ascoltarla.
Chi resta è tentato dalla foresta che annuncia
presagi di sciagura, tra le casupole di un piccolo borgo
dove il polipo duro decora solitudine di passi umani,
mentre l’inverno porta via saluti frettolosi dalla banchina d’imbarco.

Lesbo inattesa, teatro gremito di ricordanze, ouzo
che dà alla testa e spazi immensi per immaginarsi il resto.
Conosco le voci della città vecchia, l’odore del caffè,
strette mulattiere, volti segnati dalle rughe
dell’insofferenza. Conosco la diramazione delle strade,
i colori delle vetrine, la complicità di uno sguardo.

Epoche incastonate negli occhi di una donna protesa
verso il suo orizzonte, statua poggiata in declino verso
il porto vecchio,]
mondata dal bagno turco, a due passi dal castello, dove
le meretrici]
offrivano carni a poco prezzo. Non resta che un sospiro
per lasciarla al suo incanto perpetuo. Accomiatarsi
con un peso incolmabile, esserne schiavi, egea contaminatio.
Un tetto a tre punte ringrazia e saluta.
Sei mezzo, mezzo servitore della patria e mezzo
te stesso. Mezzo e mezzo incentivato a sperare, sparare in
una vita migliore. Rottamato tra elfi e maghi buoni. Sei mezzo,
sei unico. Nato da genere maschile e femminile:
piangevi a un mese, camminavi a un anno, hai fatto sesso,
ti sei ripreso. Ti sei fregato adesso?
Sei mezzo, mezzo uomo e mezza fatica. Hai scalato montagne,
scoperto fuoco, petrolio, elettricità, per vederci meglio di notte
Sai di aver rinunciato a sognare
per non smorzare la luce della storia.
Oggi, nel sermone di commiato, genere umano,
sei qui, spettatore di una dipartita incalcolata. Avresti
voluto viaggiare, vedere i luoghi che hanno luce,
hanno petrolio, e vorrebbero dormire, sognando l’unità.
Eri mezzo, mezzo reazionario e mezzo libertino.
La scena è ridicola, se la somma ti dà zero.

 

***

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