Lector supremus

Bou(le)vard e Pécuchet

Antonio Scavone

Lector supremus

     Ho letto tutti i romanzi importanti e di formazione: da I fratelli Ramazzotti ad Anna Catenina, da La coscienza di Zorro a Le affinità elettorali, da L’amante di Lady Charleston a Boulevard e Pécuchet. Per me, alla fine, non hanno più segreti i molteplici romanzi che ho divorato negli anni e che sono diventati, poco alla volta e incontestabilmente, il mio più autentico patrimonio culturale ed esistenziale. Me li sento, infatti, questi romanzi epocali, oltre che nel cervello, nelle carni, nelle ossa, nel sangue. D’altra parte, se vuoi scrivere o vuoi avvicinarti alla nobile arte liberale della composizione espressiva devi per forza di cose cominciare da chi ha scritto prima di te perché, se no, ti credi un dio mentre, invece, probabilmente, sei soltanto un miscredente (tanto per restare nell’iperbole religiosa), cioè uno che presume di essere e purtroppo non è.
     Ho passato tutta l’infanzia e l’adolescenza ad applicarmi sui romanzi che assimilavo: leggevo di notte, di nascosto, giacché vengo da una famiglia di rozzi analfabeti che giudicavano fuorviante e pericolosa questa mia esagerata attitudine alla lettura: mi spingevano semmai a lavorare, a sudare, a faticare perché, secondo loro, la vita non è quella che uno sogna ma quella che uno si costruisce.
     Per parte mia, mi sono sempre ribellato e ho combattuto con tutte le mie forze contro questo tipo di educazione e di atteggiamento oscurantista. Non ho mai lavorato e non ho mai cercato un lavoro e non ho mai chiesto ai miei altro che darmi da mangiare e dormire e intanto, a loro insaputa, con diligenza e pazienza leggevo, leggevo, leggevo.
     Cominciai con Cimici tempestose e Delitto e cestino: mi interessavano le trame torbide e le storie infelici, quelle che trasformano un pusillanime in un uomo vero. Mi soffermai a lungo su Il sale sorgerà ancora e Uomini e tipi o sul Don Chisenefotte e L’uomo senza quantità: mi colpivano le atmosfere trasognanti e melodrammatiche di questi ingarbugliati romanzi sulle avventure della fantasia e della negazione dell’io.
     Mi meravigliavo dell’acutezza di certi scrittori non solo per la profondità dell’indagine psicologica dei personaggi che creavano ma anche, e soprattutto, per la ricchezza di uno stile impeccabile, robusto e leggero insieme. Quando si leggono così tanti romanzi, come ho fatto io, uno dietro l’altro, uno insieme con un altro, ci si sente pervasi da un delirio di onnipotenza, di onniscienza: sei padrone di tutto perché tutto ti sembra dovuto, anzi ti è dovuto perché te lo meriti, ti si confà.
     Come non innamorarsi di un racconto grottesco come La metempsicosi o di un romanzo esagerato come L’idioma? Ci vuole un’abilità innata, connaturata alla personalità di chi legge,  nell’appropriarsi di testi così ostici e impegnativi, ci vuole in altre parole un talento singolare per intendere un messaggio letterario che travalica il sé e il niente, il tutto e il poco, come navigare su un mare in tempesta a bordo di una traballante zattera tra i flutti spumosi e inquietanti di un destino indecifrabile. Man mano che leggevo apprendevo e man mano che apprendevo mi miglioravo: smussavo certe asperità del carattere, imparavo a distinguere la sincerità dall’inganno, coglievo l’essenza delle cose e tralasciavo il superfluo e l’effimero. La verità è che mi sono costruito con romanzi ponderosi come Cent’anni di sollecitudine o Alla cicerchia del tempo perduto, privilegiando fra gli altri L’urlo e il sudore o Dente di Dublino, L’accento di Portnoy o Gita al farro.
     Questo non vuol dire – è indispensabile codesta puntualizzazione – che io abbia bovinamente fagocitato teorie e tecniche di celebrati autori al solo scopo di pavoneggiarmi in una sterile vanità: vuol dire piuttosto che io abbia fatto da ricettacolo, da deposito, da cassaforte per quelle benemerenze letterarie che si sono travasate, e sono state conservate, in una favorevole e compatibile vocazione, eletta e propositiva. In questa mutua disponibilità devo dire che molti romanzi mi hanno illuminato mentre intorno a me, nella pratica della vita vissuta, si agitavano episodi e circostanze molesti e fastidiose.
     Cominciarono i miei genitori – e chi altri? – ad essere inopportuni e ingovernabili. Stavo leggendo La cellulosa di Parma quando un urlo animalesco sortì dalla cucina: mia madre si era tagliata due dita della mano e stava quasi affogando in una pozza di sangue. Mio padre accorse sollecito, tentò di bloccare l’emorragia e mi chiamò disperato, ordinandomi di mettere in una busta i monconi delle dita di mia madre. Mi dovetti far coraggio per rendermi utile: dopo aver chiuso il libro misi in moto la macchina per andare al pronto soccorso. In ospedale riattaccarono i monconi alle dita di mia madre, la confortarono, le diedero dei medicinali e si occuparono anche di mio padre che stava sul punto di venir meno per tutto quello che era successo. Questo, però, non fu l’unico avvenimento che mi spoetizzò alquanto: una ragazza che frequentavo di tanto in tanto si era scoperta incinta e andava dicendo che fossi stato io a inseminarla.
     Quando tornammo dall’ospedale, e con la notizia di una mia presunta paternità, mi tuffai nella lettura di Ultima fermata a Brooke Shields, per riprendermi e rasserenarmi. Tuttavia, mi tranquillizzai solo per poco: Ludovica, questa la ragazza che mi accusava della gravidanza, si presentò a casa col padre e col fratello per conoscere le mie intenzioni e rassicurarsi, secondo lei, sui miei doveri. Risposi accigliato e furioso: che non ero io il padre del nascituro perché nell’unico rapporto che avevamo consumato ero provvidenzialmente provvisto di preservativo e che il suo era un tentativo maldestro e truffaldino per incastrarmi. “La cosa non finisce qui!” minacciò il padre, inveendo contro di me, senza rendersi conto, o facendo finta di ignorare, che la figlia passava ormai nel quartiere per una ragazza facile, pronta a qualsiasi imbroglio pur di sistemarsi. La cosa finì che il padre di Ludovica accettò una somma di denaro che mio padre elargì a malincuore, costretto a subire perché la famiglia di Ludovica aveva una pessima nomea nel quartiere. Presi i soldi, Ludovica non ebbe più la necessità di partorire e non perché avesse abortito ma perché la gravidanza era semplicemente un’invenzione. Mio padre mi chiese di non farmi vedere in giro per qualche mese e riprese ad accudire mia madre ancora convalescente per le ferite, a rifare i letti e il bucato, a cucinare, a lavare i piatti. Quella di mio padre era una richiesta inutile: uscivo poco di casa già prima e continuai a farlo anche dopo, dopo la falsa maternità. Mi ritirai in camera mia a leggere La costrizione del dolore e Ragazzi di vista.
     Il fatto è – conviene dirlo, a questo punto – che gli altri, tutti gli altri, dai miei genitori a quelli di Ludovica e dalla stessa Ludovica ad altre ragazze che avevo conosciuto, non erano per nulla interessati al mio modo di concepire la vita e a quelli che obiettavano malignamente che io non l’avessi un modo di concepire la vita non mi restava altro che rimuoverli dalla mia coscienza, dalla mia attenzione, dai miei interessi.
     Ripresi a leggere metodicamente e senza strampalate illusioni: sapevo bene e so tuttora bene che la lettura non è né un rifugio né un espediente ma una condizione dell’animo, l’esito di un bisogno e il bisogno di una proiezione. I due mesi di confino voluti da mio padre sono passati placidamente: le ferite di mamma si sono rimarginate e le dita sono state recuperate, mio padre è tornato alla sua botteguccia di salumiere, Ludovica starà abbindolando qualche altro gonzo e, in quanto a me, non avevo forze da reintegrare o risorse da attivare. Ho continuato nella mia occupazione prediletta, allargando vieppiù la mia sfera d’azione dalla narrativa al teatro e alla poesia. Ho letto e riletto Ossi di secchia e I fiuti del male, approcciando poi Cozze di sangue, Editto re e Cinzano di Bergerac. Da piccolo già non mi ero lasciato scappare Amuleto e Così è, se vi parte.
     Quando si legge – e chi lo fa può ben capirmi – si vive in un mondo estemporaneo ma denso di una vivacità emozionale che riesce a farti superare le odiose difficoltà dell’esistenza, a tenerle lontane dal tuo pensiero e dalle tue aspettative; si vive cioè in simbiosi con un altro io, che sei sempre tu – si sa, ma che ti accompagna silenzioso senza procurarti ansie e divieti ma solo, come ho detto, stati d’animo di eccitante libertà, che supera ostacoli e incertezze. È questa, per esempio, quella sensazione di unicità che ti regalano con grazia romanzi come Il participio Johnny o Mastro con Gesualdo, per non parlare di La Storta o Le scarole tra noi leggère. I miei amici, vecchi compagni di scuola o di bar, tutti sposati e sistemati, non colgono questo benessere che suggella e cònnota le mie giornate: mi deridono, mi biasimano, mi compatiscono. Secondo loro, sarei un opportunista, uno sfaticato e un egocentrico, affetto da manie di grandezza e avulso da qualsiasi contesto realistico. Mi fanno ridere, che ne possono sapere loro di quello che io provo e di quello che io sono, immerso tra le mie letture, sprofondato nel mio leggere indefesso?
     È gente che non ha letto nemmeno le cartine dei cioccolatini, che non ha mai sfogliato un libro per paura di sentirsene catturata, che rimugina come mio padre su un lavoro sicuro, una donna sicura, una casa sicura… Davvero credono di trovarle lì le sicurezze che mancano? Di ritemprarsi e credere in se stessi solo perché qualcuno o qualcosa ci fa o ci farà da supporto?… Quanto sono inconcludenti e sprovveduti! Ma andatevi a leggere, come ho fatto io, I Buddenbroker o Morte di un complesso viaggiatore!
     Un pensiero fastidioso, devo ammetterlo, c’è, incombe, persiste. Ho parlato di una mia vocazione letteraria talentuosa ma devo aggiungere che finora si è dimostrata velleitaria e, diciamo pure, irrilevabile. E dire che ci ho provato, mi ci sono applicato: il computer acceso, il programma di videoscrittura in esecuzione, le dita tremule sulla tastiera come quelle di un pranoterapeuta ma sul monitor non è apparsa una parola che è una, una lettera, una vocale, nemmeno un titolo. Ho accarezzato l’idea – lo confesso – di prendere spunto dai romanzi che andavo leggendo ma neanche quello mi è riuscito: ho atteso che la suggestione provocata dai libri letti inducesse, a sua volta e con decoro, un’emulazione empatica con un romanzo, un personaggio o una tematica ma alla fine non sapevo cosa scegliere e privilegiare tra la caterva di romanzi letti e assimilati e ho deciso, come un eroe, di porre fine alla mia carriera di autore letterario, esordiente e mancato. Bisogna avere coraggio soprattutto quando uno non se lo vuole dare, come si lamentava quel tale Don Abbacchio.
     Sono tornato all’amore di sempre, evitando di infossarmi nella geremiade del mio fallimento: ho giudicato il mio insuccesso come il segno di un mal riposto orgoglio e l’ho stigmatizzato con pacatezza, senza acredine, come una brutta influenza trascurata, foriera di angusti presagi. A letto, prima di dormire, ho finito di leggere Viaggio intorno alla mia cameriera e Le anime corte per addormentarmi in pace con me stesso.
     D’un tratto, di notte, però, ho aperto gli occhi sul buio che mi ammantava appena venato dalle spie rosse della radiosveglia: mi sono destato come se avessi dovuto compiere qualcosa di urgente e indispensabile ma non ho capito cosa potesse essere di tanto impellente. No, non si trattava di andare in bagno e neppure di un brutto sogno che mi aveva fatto svegliare in preda al panico: era la voce di mio padre, nella stanza accanto alla mia, che invocava il mio nome con un rantolo sfibrato e caduco. Mi diceva, quel rantolo, ch’erano entrati ladri in casa, che li avevano aggrediti e malmenati, lui e mia madre, prima di fare man bassa di tutto ciò che poteva rappresentare e costituire il bottino di una rapina e quindi soldi, oggetti in oro, posate d’argento.
     Mi levai dal letto sapendo che ben poca cosa avrei potuto opporre a tale evenienza, diedi uno sguardo all’ultima pagina che ancora mi restava da leggere di Lastrico famigliare e mi occupai dei miei, del loro sgomento e del disordine provocato dagli indesiderati visitatori notturni. L’indomani ci recammo tutti in questura per denunciare l’accaduto: i miei ancora doloranti per le botte sofferte e io sfiduciato sul corso che avrebbe preso la mia vita con questi continui contrattempi che spezzettavano il mio bisogno di tranquillità. Non è così semplice ritrovarsi quando tutto congiura contro di te ma devo dire che tornati a casa, a tavola, davanti a una calda zuppiera di brodo fumante, mentre io davo una scorsa ad Aspettando Robot e mio padre riempiva i piatti di tenerissimi tortellini, si ricompose nella nostra famigliola una suggestiva atmosfera di quiete e di benessere: nessuno, infatti, fece rumore succhiando con gusto il brodo dal cucchiaio.
     Nei giorni successivi, ristabilitosi dallo spavento e dalle ecchimosi, mio padre riesumò la solita solfa sul mio e sul suo avvenire: che avrei dovuto aiutarlo in salumeria, che mi sarei dovuto decidere a intraprendere un’attività qualsiasi dopo aver toccato la veneranda età di trentanove anni. Anzi, se ne uscì con una battuta che in cuor suo intendeva essere solidale ma che alla mia coscienza e al mio orgoglio risuonò sarcastica e trucida. “Mi rendo conto – disse mio padre – che oggi l’adolescenza finisce intorno ai trent’anni ma tu, tra poco, ne hai quaranta, figlio mio…”.
     Scosso e ferito non gli diedi la soddisfazione di una replica, dissi solo: “Tu non puoi capire” e mi ritirai in camera dove mi aspettavano I tre fiaschettieri. Mia madre provò a rabbonirmi, ad essere persuasiva e, dato il suo ruolo, materna ma non potevo recedere così a buon mercato dalla mia indole e dalle mie aspettative. Lei, continuando a reggersi la testa fasciata per i colpi inferti dai ladri, cercò di consolarmi, dichiarando che comprendeva benissimo le mie ansie di libertà ma che era giunto anche il momento di prendersi, ognuno, le proprie responsabilità.
     Proruppi in uno sdilinquimento acre e ferale, lacrimando asciutto dentro le orbite, singultando muto come tra le pagine che avevo letto di Antologia di Spunto Rivera e solo allora mia madre cessò di importunarmi e, con una foga che non conoscevo, trasecolò sdegnosa e minacciò di bruciarmi tutti i libri della mia biblioteca se non mi fossi deciso di aiutarli in bottega. Poi uscì dalla mia stanza, sbattendo perentoria la porta.
     Non mi restò, come nel libro, che Farenotte alle 4:51, dopo quel torbido ricatto. Quella sera non cenai e dire che mia madre aveva preparato un profumatissimo spezzatino di vitello con patate. Quando mi svegliai ero ritemprato e risoluto: mi avevano ridato linfa Tenera è la botte e Ventimila seghe sotto i mari. Dovevo, come si sarà capito, dare un segnale di riscossa.
     L’occasione fu la visita di un mio vecchio amico di scuola, Lamberto Olderighi Scalzi, rampollo di un casato aristocratico, ceo di un’azienda di famiglia nel settore della componentistica per veicoli a motore e con interessi e filiali in Romania e in America. Non ci eravamo più visti da quando aveva sposato Augusta Bracconieri, anch’ella di nobile lignaggio. Mi avevano invitato al loro matrimonio sul Lago di Garda ma non ci ero andato perché non sopporto il lusso e l’arroganza dei ricchi e le acque chete di quell’ invaso che ho sempre definito gotico. Ci era rimasto male, il fine Lamberto, ma col tempo mi aveva perdonato: mi telefonava, mi mandava cartoline dai loro viaggi intorno al mondo e non si adontava se io continuavo a snobbarlo. Mi sorprese quindi quella sua visita: era affabile come sempre – si presentò con il modellino dell’ultima automobile assemblata e una scatola di gianduiotti – e mi propose di lavorare nella sua industria perché non sopportava di vedermi così, dimenticato da tutti e, a parer suo, precario.
     Sul momento, restai di sasso: non riuscivo a percepire le reali intenzioni di Lamberto Olderighi Scalzi giacché mi sembravano pretestuose e fallaci. C’era qualcos’altro dietro quell’offerta generosa eppur peregrina di aiuto e glielo chiesi, com’è mio costume, con asprezza, costringendolo ad essere leale e sincero ma lui tergiversò alquanto e solo dopo la mia ficcante insistenza vuotò il sacco: la sua mira, più che il lavoro per me, era l’affitto del negozio di mio padre e dell’appartamento annesso. Gli domandai non senza stupore che senso avesse essere il locatario della salumeria e della casa di mio padre. Mi spiegò che voleva farne un loft per la moglie Augusta, caduta in una deprecabile depressione per la nascita di una bambina concepita con un uomo diverso da lui, cioè con un suo amante occasionale. Farla vivere in una casa modesta, sebbene ristrutturata da un archistar, avrebbe fatto capire alla moglie indocile e infedele il significato di una vita depauperata e comune ai più. In pratica, quella di Lamberto aveva tutti i crismi di una resipiscenza, o di una drammatica remissione dei peccati. Avevo letto da poco Il romanzo di un giovane pirla e mi sembrò che tutto non fosse casuale e, nonostante ciò, toccava riflettere a fondo, scandagliare il senso recondito della storia che avevo sentito dalla voce del nobile Lamberto e, di lì, come avevo letto in passato, riconsiderare L’educazione settimanale.
     Un sì o un no: questo il bivio, questa l’opzione. Se avessi accettato, avrei risollevato senza dubbio l’angoscia della Bracconieri procurando però a mio padre un tormento ancora maggiore, esautorandolo del tutto e mandandolo così in miseria. Se avessi rifiutato, avrei peggiorato la condizione esistenziale di una moglie instabile esacerbando la sua maternità furtiva e relegandola in un’ambascia senza fine. Non era facile scegliere, mi accordai una pausa di riflessione e lessi avidamente Domani nella bottiglia pensa a me, Il fare non bagna Napoli e Ferito a corte.
     Ne parlai con mio padre, con cautela, con dolcezza, rappresentando la circostanza con le sue sottili e segrete sfaccettature, privilegiando l’opportunità di ritirarsi finalmente da un lavoro faticoso e umiliante, godendo dell’affitto del loft per molti anni a venire. Si sarebbero adattati a una casa più piccola, ad una vita parca e dignitosa, magari in periferia o in campagna, lontano dai clamori della città, dove sarei rimasto da solo ad attendere alla mia antica applicazione. Mio padre annuì severamente, come per farmi intendere che aveva compiutamente inteso, chiamò mia madre e con lei si ritirò nella loro camera da letto ad argomentare sull’opportunità che avevo concepito. Ne approfittai per stendermi sul divano del soggiorno e cominciare la lettura de Il giacchino dei ciliegi. Ero tranquillo e pacato, come sempre quando mi metto a leggere ma fui distolto da questa mia accorata armonia da una tempesta, un ciclone, un cataclisma che si abbatté sulla mia stanza, su di me e soprattutto sui miei libri. La furia ha un che di insondabile e refrattario, si propaga ingrossandosi come un’onda tremebonda di energia e di ferocia fuori da ogni controllo, sconvolgendo e sconquassando tutto ciò che incontra nel suo sacrilego assalto compulsivo-ossessivo.
     La furia era quella di mio padre e mia madre, due persone miti e concilianti, trasformate da un rancore acido e inspiegabile in due demoni sterminatori. Come arpie dal dileggio chiamate, i miei genitori, resi irriconoscibili dalla virulenza, cominciarono a far volare sedie, suppellettili, ninnoli e souvenir dalla mia stanza.
     Con pugni e calci squarciavano cuscini e scrivania, federe e lenzuola, coperte e sciarpe, perfino lo scaldino che usavo nelle notti rigide. Sfiancato il letto, mi ritrovai per terra, atterrito e succubo: non riuscivo a fermarli anche perché non riuscivo a capire i motivi di tanta crudeltà. D’altra parte, loro non parlavano, non mugugnavano, non inveivano: ligi a un dettato di vendetta eseguivano in silenzio e con scrupolo la spoliazione della mia camera e, vorrei dire, di me stesso.
     In pochi istanti, tutto era ridotto in scaglie, in una minutaglia senza più significato e valore e la distruzione continuò nel modo più tragico che si potesse supporre. Scaraventarono sul pavimento le mie librerie e presero a buttare dalla finestra i miei adorati strumenti di consapevolezza ma non si limitarono a gettarli oltre la finestra, li squadernavano, li sbrindellavano, li stracciavano, arrecando scempio e oltraggio al mio amor proprio.
     Gridai con quanto fiato avessi in gola “No!” e li pregai di fermarsi, di desistere, di porre fine a quell’orribile smantellamento di tesori inestimabili ma ottenni solo che mi colpirono alla testa con l’edizione rilegata di Quer pasticciotto brutto de Via Merulana. Sentii il sangue che mi scorreva dalla fronte e stavo per avere un deliquio ma i miei incalzarono, incuranti della mia arrendevolezza, erano ormai irrefrenabili barbari nel tempio del godimento letterario. Trasformarono quelle che erano le pagine dei miei libri in un ammasso di coriandoli che volteggiarono impazziti nell’aria per planare poi a terra come sfiacchiti fiocchi di neve.
     Ormai sazi e soddisfatti del vituperio come implacabili giustizieri, guardarono le rovine del saccheggio compiuto, si compiacquero di una gelida fierezza e dissero solo, all’unisono, con una voce quasi aliena: “Ecco fatto!”.
     Tra le macerie di carta c’era, per mia fortuna, un libro ancora integro: mi precipitai a raccoglierlo, era incolume e soprattutto era intonso, non avevo ancora avuto il tempo di leggerlo, era “Gli indifferenti” ma quando stavo per sfogliarlo mio padre fu lesto a sottrarmelo e a spaccarlo in due pezzi, strappando e spezzando le pagine una ad una. Sollecitai gemendo la sua pietà ma ne ebbi uno sguardo torvo e parole di veleno: “Domani arrivano prosciutti e formaggi, alle sette! Qui hai finito di perdere tempo!”. Mia madre mi colpì con uno schiaffetto di rimprovero e aggiunse: “Fatti la doccia e indossa camice e guanti, domani!”.
     Uscirono da quella che una volta era la mia camera e mi lasciarono solo con la mia desolazione. Avevo responsabilmente rinunciato a scrivere e ora mi toccava una rinuncia ben più dolorosa e senza appello: mi sentii misero e inefficiente, sciocco e stralunato. Restai a lungo inebetito come un cosa tra le cose e pensai alla parannanza bianca, al cappelletto bianco e ai guanti bianchi che indosserò domani alle sette per l’arrivo di prosciutti e formaggi, giù in salumeria. Lo svilimento mi aveva reificato, non ero più “doctus cum libro” e la mia vita di lettore supremo si era ingloriosamente conclusa, come in uno dei primi romanzi che avevo letto: Orgoglio e precipizio.

***

10 pensieri su “Lector supremus”

  1. Riemergo per un attimo dal mio letargo per dirti, carissimo Antonio, che questo tuo testo, superbo e veritiero, ci spinge a cospargerci il capo di cenere quando pensiamo crediamo o ci fanno credere, chissà per quali motivi, che, per il solo fatto di aver pubblicato qualche libricino edito da chissà chi, o per aver fatto leggere inediti che difficilmente resteranno nel tempio della vera letteratura, ci sentiamo autorizzati, spesso,credendoci davvero, di essere all’apice di una illuminata e illuminante piramide letteraria, salvo poi a precipitare rovinosamente soprattutto davanti a testi come i tuoi, almeno nei limiti della nostra autocoscienza, qualora riemerga da un egoistico e narcisistico letargo. Ma non sempre accade.
    Grazie, dunque, per il tuo impegno e perseveranza per la diffusione di una cultura letteraria che sia davvero tale e che non si ferma alla ormai tetrogada rima dove cuore si accompagna con amore.

    Amore ha mille altri significati e tu e Francesco, per quella che è la vostra essenza, ne elargite a piene mani. Basta soltanto allungare le proprie, non ci vuole tanto…..

    Ancora grazie con un grandissimo abbraccio a entrambi
    jolanda

  2. BELLISSIMO racconto, prosa da maestro. A mio modesto avviso una pagina di esemplare (e rara) tecnica narrativa. Stile da godimento.
    Per quanto riguarda il ‘messaggio’, il ‘contenuto’ (il cosiddetto ‘significato’ del ‘segno’ letterario), sono in linea con quanto detto sopra da Jolanda Catalano. Aggiungo: sono contento di trovare sempre più frequentemente scritture (creative e non) critiche sulla stessa scrittura. Un dibattito che porterà, credo, ad una rinnovata ‘teoria della letteratura’. Infine, evviva il lavoro in salumeria, la pratica VS la teoria; evviva la cultura vera (io non credo di averla e invidio persone come Scavone), quella che si ‘sente’ ad ogni brandello di brano.

    P.S.: il protagonista del racconto (l’io narrante) se è riuscito a scrivere una pagina così, non ha perduto il suo tempo nelle letture. E’ riuscito a farle sue, a filtrarle con la propria vita-scrittura

    g.s.

  3. LEGGERE O NON LEGGERE…questo è il problema! Mi ha fatto venire alla mente ‘Verbi transitivi, verbi intransitivi’ (credo scritta da Alfredo Panzini), novella assai diffusa nelle antologie per la Scuola Media negli Anni Sessanta ma condita con un pizzico di quel ‘REALISMO MAGICO’ alla Bontempelli, che avrei conosciuto soltanto all’Università. Complimenti, continua così!

  4. A parte i refusi letterari ,e bisognerà pur dirglielo al protagonista,ma quelli sono errori di battitura, comprensibilissimi, per un personaggio sfuggito dalle penne eruditissime di Bouvard e Pécuchet, la polemica è cavalcabile: cultura letteraria o popolare in entrambi i casi il mormorio delle sciocchezze è assordante!

    L’emancipazione del personaggio se dapprima pareva stucchevole,fastidiosa al termine del racconto è diventata
    commovente ,condivisibile.

    Il titolo che correrei a comprare, naturalmente, Boulevard e Pécuchet!

  5. A volte l’ironia, sapientemente dispensata sul testo, crea effetti vertiginosi (mi ricorda qualcosa di Gadda). Quale romanzo di formazione è più potente della propria vita? Dipende. È questo dubbio, sapientemente e in gran stile, ci viene sottoposto con le citazioni adulterate di Scavone.

  6. Nell’educazione letteraria infantile e preadolescenziale non possono mancare comunque alcuni libri, come “Pidocchio”, “Le mille e una cotta”, “Le ragazze sulla via sono pallide”. Da adolescente, nel periodo di consueto disadattamento, potrà essere utile la lettura, confortante per il futuro del fanciullo, della famosa storia indiana intitolata “Sadhatta”.

  7. Con una connessione instabile posso solo ringraziare tutti gli autori dei commenti: sarò più esauriente, spero, quando la connessione sarà affidabile. Antonio

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