Della mancanza e della tragedia

La mancanza

Gianmarco Pinciroli

Della mancanza e della tragedia
Un dialogo moderno

Se nel pensare ci fosse l’oppositore,
ma non il mero avversario,
allora più propizio sarebbe l’esercizio del pensiero.

Martin Heidegger

Due uomini s’incontrano. Non hanno nulla da dirsi ma, dal momento che si conoscono, si fermano e si salutano cortesemente. Uno dei due avverte da tempo dentro i suoi pensieri una mancanza; non sa come chiamare diversamente ciò che chiama ‘mancanza’, e allora la chiama proprio in questo modo: mancanza. L’altro è senz’altro un uomo gioioso, poiché gode dei propri pensieri come di un miracolo che si ripete nuovo ogni giorno; anch’egli, se lo volesse, potrebbe avvertire qualcosa che chiamerebbe ‘mancanza’, proprio come fa il primo, ma non lo fa, e non lo fa perché non lo vuole fare: è attratto incessantemente dal rinnovarsi del suo miracolo quotidiano e di un pensare come mancanza non saprebbe che farsene. E poi – riflette questo secondo uomo – pensare la mancanza come se fosse un pensiero della mancanza è già una contraddizione, poiché il pensiero esibisce una pienezza insormontabile in quanto pensiero, e finché è pensiero: pensiero non importa di che cosa, pensiero anche, quindi, quando è pensiero della mancanza; il pensiero della mancanza, infatti, come qualsiasi altro pensiero d’altronde, non può mai essere pensiero mancante. E se anche fosse tale, ovvero: pensiero mancante, esso – in quanto pensiero – per quanto si possa pensare pensiero imperfetto o parziale o destinato al tramonto o vocato al raggiungimento del nulla di sé, per quanto esso possa riconoscere di mancare in relazione a ciò che intende raggiungere, ebbene, sarebbe pur sempre pensiero, poiché il suo essere ‘mancante’ ha a che fare, appunto, con ciò che intende raggiungere e non con il proprio essere pensiero. Anche il pensiero più povero di contenuto, o che appare tale, come si ritiene che sia il pensiero tautologico, in quanto pensiero è perfettamente pieno di sé – riflette il secondo uomo – e basta a se stesso, a se stesso in quanto pensiero che gode dunque di una qualche irresolubile pienezza, non importa quale per quanto riguarda ciò di cui è pensiero, poiché qui si tratta di una pienezza indipendente da questo che di cui un pensiero è pensiero. Infatti, un pensiero, prima di essere pensiero di qualcosa, è prima di tutto pensiero di sé, pensiero di pensiero. Prima di tutto, il pensiero è Dio.

Ah, divinità del pensiero! pensa il secondo uomo, e lo dice, lo fa risuonare ad alta voce nella sera d’ottobre, in mezzo alle castagne matte di un viale di città (lontano romba il frastuono di un mondo che ha già pensato – così parrebbe – tutto ciò che resta da pensare). Il primo uomo ha il volto teso, i suoi lineamenti scavano penombre anche fin troppo pensate sulla fronte e sulle guance, parrebbe non avere pensieri se non pensieri di mancanza, parrebbe non essere capace di coglierne la fragranza, il profumo di pensiero pensato contro ogni evidenza d’inadeguatezza; cosicché trasale all’esclamazione dell’amico e lo guarda con malcelata meraviglia, lui che da sempre recita la parte dell’imperturbabile assente. Sto pensando proprio ora – ribatte il primo uomo – al Dio assente che assiste il mio pensiero, il mio pensiero che lo pensa assente, il mio pensiero che allora, stando a quel che tu dici, non pensa, o meglio, dico io, che non pensa abbastanza, che non pensa mai abbastanza per conquistarsi come pensiero di pienezza, come quel Dio che tu invochi come il pensiero di Dio o il Dio del pensiero che è capace di pensare tutto quello che c’è da pensare.
Tutto quello che il pensiero può pensare – lo interrompe il secondo uomo – non: tutto quello che c’è da pensare. Oppure: tutto quello che c’è da pensare è tutto quello che un uomo che pensa può pensare, e niente di più.
Il secondo uomo scopre, così dicendo, che cosa egli intenda veramente con pienezza, così come l’inadeguatezza denunciata dal primo rivela l’angoscia di un pensiero che si vede sempre insufficiente nei confronti di ciò che pensa, cosicché questa insufficienza radicale intacca la pienezza autistica del pensiero che gode – come accade nel secondo uomo – di sé stesso. Che cosa me ne faccio, pensa il primo uomo, di un pensiero che, qualsiasi cosa pensi, non conquista mai la pienezza di nulla? O meglio: come posso chiamare ‘pienezza’ un’esperienza sempre mancante, nel suo operare, di completa effettività? Che divinità è mai questa? dice infine ad alta voce il primo uomo.
Durante tutto il pomeriggio la luce era stata densa e dolce, l’aria aveva mantenuto il tepore di un abbraccio che si andava sciogliendo lentissimamente. Ambedue gli uomini si erano perduti per lunghe ore nel mondo dei loro affari più estremi ed ora, stanchi di una stanchezza che il corpo da solo non era in grado di giustificare, andavano verso casa, soli dentro una solitudine, comunque, per tutti e due, pensosa. Non erano dispiaciuti di essersi incontrati, ma non avevano l’apparenza di volersi dire delle cose; il viale era lungo da percorrere col passo di due persone che, pensando di non avere niente da dirsi, ad ogni passo si comunicano questo intento incessantemente differito di rivelare l’uno all’altro il loro pensiero più segreto che, per quanto poco pensasse (rispetto al primo uomo) o bastasse a se stesso in quanto pensiero (rispetto al secondo uomo), era pur sempre un pensiero d’assenza, il pensiero di due persone che hanno il nulla del loro dirsi da pensare. Ma l’assenza di cose da dirsi è lo stesso che mancanza di pensiero? rifletteva il primo uomo, messo in sospetto dalla gioia che traspariva senza ombre sul volto del secondo uomo.
Che divinità è mai questa? ripete il primo uomo, accortosi di un’ombra nello sguardo azzurro dell’altro e volendone approfittare, col desiderio, di cui forse un po’ si vergognava, di spezzare la quiete appagata del suo sorriso teso verso di lui fin quasi all’imbarazzo.
Vuoi forse dire – risponde il secondo uomo – che il fatto di pensare tutto ciò che si può pensare è poca cosa? che è poca cosa a fronte di tutto ciò che c’è da pensare e di cui ciò che si può pensare è solo traccia avvilente di un’impotenza essenziale, cosicché sarebbe quasi meglio che non si pensasse affatto, piuttosto che pensare così poco e così male?
Mi hai letto nel pensiero – dice sorridendo l’altro – il che è straordinario, dal momento che, secondo quello che penso io, ahimè, nel mio pensiero ci sono per lo più pagine bianche, pagine bianche in numero infinito, così infinite esse sono che quello che penso non vale nemmeno una palma nel deserto, men che meno un’oasi dove poter riposare. Povero amico mio, se tu potessi davvero leggere nel mio pensiero, dovresti camminare giorni e giorni nel deserto più uguale a se stesso e più arido che l’immaginazione, grande consolatrice di poeti, possa mai raffigurarsi, prima di trovare una traccia di vita. Però – riprende dopo un breve silenzio pieno di turbata riflessione – però è pur vero che mi hai letto nel pensiero: esattamente quello che hai detto io volevo intendere domandando ‘che divinità è mai questa?’ in riferimento a quanto tu affermi della presunta pienezza del pensiero.
Il mio pensiero – mormora tra sé il secondo uomo – è pieno della sua mancanza, è ricco della sua insufficienza, non sa riferirsi, spesso, a nulla di preciso, sembra veramente, a volte, che pensi semplicemente se stesso, tanto per pensare a qualcosa, tanto per mantenersi in esercizio, tanto per dirsi: ecco, ci sei, non temere, non sei scivolato nel nulla, non puoi nemmeno farlo, d’altronde, almeno finché ci sei il tuo esserci non è nemmeno in grado di pensare al tuo non esserci, perché, pensandoti non essente, comunque ti pensi, e dunque stai tranquillo dentro di te, ben custodito nell’incontaminato regno di cui sei l’unico abitante: re e suddito al tempo stesso.
Queste ultime parole il secondo uomo le aveva pronunciate con tenacia inesorabile, a tal punto che la sua voce s’era fatta più secca e tagliente, quasi non ammettesse repliche. Ma il primo uomo aveva colto nella baldanza asseverativa dell’amico una nota di troppo, come se nell’armonia or ora delineata del pensiero con se stesso i conti tornassero, sì, ma non senza qualche forzatura. Il primo uomo, allora, tace, tace e sorride nell’ombra tenera degli ippocastani: aspetta che il pensiero della mancanza dell’amico, quello stesso pensiero che – così affermava l’amico – per quanto mancante nei confronti della cosa di cui è pensiero, è pur sempre pago e colmo di sé in quanto pensiero, diventi mancanza del pensiero come la intende lui e lo confermi in ciò che egli avverte da tempo proprio rispetto ai suoi pensieri. L’attesa dura a lungo e i due amici, che di quel ‘nulla da dirsi’ avevano fatto l’oggetto del loro pensare reciproco e della loro conversazione, restano immersi nel loro dirsi nulla che non sia l’incessante ruminare delle loro battute, quel brusio a fior di labbra che rivela la continuazione interiore di una conversazione che si è interrotta solo per interrarsi e radicarsi meglio dentro il pensiero stesso dei due dialoganti, libera di affiorare quando uno dei due lo riterrà opportuno.

Ma l’assenza di cose da dirsi… – riprende il primo uomo, quando ritiene che il silenzio è durato abbastanza. Come? chiede soprappensiero il secondo uomo, colto di sorpresa dalla riemersione della voce del primo. Ma l’assenza di cose da dirsi… – ripete il primo. L’assenza di cose da dirsi? – ripete a fior di labbra il secondo – ma è contraddittorio amico mio, non esiste ‘assenza di cose da dirsi’, giacché lo stesso fatto di dirlo è già una presenza, una cosa detta, la cui assenza potrà valere rispetto a certi contenuti piuttosto che ad altri, ma in sé, questo ‘dire l’assenza di cose da dirsi’, è un dire, un dire a tutti gli effetti.
Ma l’assenza di cose da dirsi – riprende imperterrito l’altro – è lo stesso che mancanza di pensiero? Il secondo uomo, forse un po’ offeso per il disinteresse riservato dal primo uomo al suo precedente interloquire, non risponde e si chiude in un silenzio che lo barrica per qualche tempo a difesa dagli attacchi prudenti e misurati dell’altro. Il primo uomo si chiede, nel frattempo, se la domanda che ha posto abbia un senso, poiché gli viene il sospetto che l’altro non risponda reputando la questione posta con tale domanda priva di rilevanza, o addirittura sciocca e insensata. Il primo uomo, infatti, non sa leggere nel pensiero, a differenza del secondo, e non lo sa fare proprio perché pensa al pensiero di un uomo come ad un deserto incommensurabile punteggiato da così radi cespugli che si finisce per morire di fame di sete e di sonno qualora si volesse raggiungere una qualche fonte cui abbeverarsi per proseguire il viaggio. Tanto vale, allora, aspettare che l’acqua scorra, provenendo chissà da dove, dentro la nostra bocca, dentro le nostre orecchie, e ci disseti, se lo sa fare, sulla base di una decisione che il pensiero dell’altro ha preso, prende o, prima o poi, prenderà. A tal punto, dunque, il primo uomo ha fatto esperienza dell’impotenza disperante del pensiero.
Quando il secondo uomo si scuote dal suo risentito torpore (tale infatti appare al primo uomo la fonda riflessione del secondo uomo), ambedue, con moto unanime, s’arrestano e contemplano lo spazio che si apre nel parco dinanzi a loro. Il tramonto s’annuncia con levità, sul prato riposa tutto un mondo che crede di pensare al proprio esistere semplicemente esistendo, e grazie all’immagine di questa fresca, spontanea, apparentemente irriflessa identificazione tra pensiero ed essere scopre in ogni attimo la gioia ed il miracolo dell’esserci, dell’essere qui e ora quella briciola, quella cosa del mondo capace di godere del suo essere piuttosto che non essere. La luce del tardo pomeriggio cola un miele brunito sui volti e sugli alberi e sui cespugli ben curati e sui molti animali che s’illudono che qui, in questo parco di città, questo angolo in cui il lavoro e la fatica del mondo restano sospesi come in un’isola di sogno sia ‘natura’ e loro stessi lo siano e dovunque, oltre i confini di ciò che avvertono come il loro mondo, sia sempre tutto ‘natura’, tutto magia, tutto sogno. La contemplazione dei vasti spazi del parco che si aprono nella luce dell’imminente tramonto cattura l’attenzione e distende i pensieri dei due dialoganti; il risentito torpore dell’uno s’acquieta e diventa dischiusa adesione alla bellezza del luogo e dell’ora, l’astuta e un poco insidiosa prudenza dell’altro spalanca le braccia nutrendo l’anima diffidente col tepore dell’ultimo sole. La loro conversazione ora può ricominciare, ma nessuno dei due, riprendendo a camminare, sul momento sa come.

[…]

[Il testo è leggibile integralmente in
“Quaderni delle Officine”, XL, Marzo 2014 ]

***

1 commento su “Della mancanza e della tragedia”

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