Note di lettura (IX) – Nathanael West

Nathanael West, A Cool Million

Antonio Scavone

Nathanael West

Il sogno di un milione

      Che succede in una contea del Vermont, precisamente a Ottsville, negli anni ’30, quelli della grande depressione economica che colpì l’America? Niente di eccezionale, se non un’indigenza diffusa, un’esistenza grama, i soliti sogni di grandezza della provincia americana.
     Lemuel Pitkin è un diciassettenne di belle speranze, vive con la madre, la vedova Sarah Pitkin, in una tipica casa col portico ma su quella casa grava un’ipoteca che Lemuel non riesce a riscattare e l’unico altro bene di cui dispongono, lui e la madre, è la vecchia mucca Sue che fornisce almeno un po’ di latte, burro e formaggio per sostenere una famigliola tanto bisognosa. I vicini sono gentili e pieni di belle parole e di citazioni auliche ma anche loro versano nelle stesse condizioni di precarietà – anche la coetanea miss Betty Prail – e bisogna inventarsi qualcosa di positivo per scongiurare quella situazione di povertà e propiziarsi un’esistenza e soprattutto un futuro più fruttuosi.
     Ma come procurarsi un futuro radioso a Ottsville? Non dovrebbe essere difficile in una grande nazione come l’America che è la terra dell’intraprendenza, della tenacia e del coraggio. “Questo è il paese delle occasioni e il mondo è un’ostrica” gli suggerisce il presidente della Rat River Bank, Nathan “Airone” Whipple, e Lemuel accetta il consiglio del signor Whipple, che si dice sia stato un ex-presidente degli Stati Uniti. Lemuel lascia la scuola, la madre, la mucca, miss Betty Prail (che nel frattempo è stata violentata dall’attaccabrighe Tex Baxer), sottoscrive una cambiale col signor Whipple per disporre di un po’ di denaro e parte per New York in cerca della sua fortuna. Ha appena trenta dollari in tasca, Lemuel, ma sa che troverà immancabilmente il suo avvenire nella metropoli del successo.
     Nathanael West, morto a trentasette anni nel 1940, scrisse “Un milione tondo tondo” (A Cool Million) nel 1933, pubblicato in Italia da De Donato nel 1974 con la traduzione di Annalisa Goldoni e rieditato da Einaudi nel 1995 nella traduzione di Floriana Bossi. È un romanzo tignoso come tignoso era il suo autore: è una storia raccontata con sarcasmo e disincanto da un io-narrante che registra gli avvenimenti della vita del protagonista col distacco di un patologo, sezionando le (dis)avventure del suo eroe come le fasi di un immodificabile jeu de massacre. West ci conduce in questa inquietante saga biografica di Lemuel Pitkin con una partecipazione imparziale, a tratti annoiata, come se fosse costretto da una deprimente disillusione a narrarci con oculatezza e senza trasporto emotivo ciò che succede a un ragazzo alla conquista del sogno americano negli anni ’30.
      Lemuel parte dunque per New York e comincia questo suo viaggio nell’ignoto: non sa cosa troverà ma sa cosa è smanioso di trovare. Intanto, più che trovare, comincia a perdere: sul treno incontra un elegantone, il signor Wellington Mape, che dice di essere il nipote del sindaco di New York e che ha ricevuto dallo zio “un milione tondo tondo” per condurre quella vita libera e spensierata che solo a New York si può godere e che, in fondo, anche con pochi dollari si può cominciare la scalata al successo. Lemuel è raggiante, eccitato: gli auspici sono esaltanti, gli interlocutori incoraggianti ma gli avvenimenti si dimostrano inspiegabilmente preoccupanti.
      Wellington Mape gli ruba i trenta dollari ma nella fretta smarrisce un anello che sembra di pregio: un usuraio che si trovava lì per caso sul treno compra quell’anello da Lemuel salvo poi a denunciarlo alla polizia di New York, che accusa l’incolpevole adolescente di Ottsville di aver a sua volta rubato quell’anello di inestimabile valore. Vittima innocente di truffe e raggiri, Lemuel viene arrestato, offeso, malmenato e sottoposto ad una pena crudele e atroce: per evitare altri episodi di criminale morbosità gli vengono inflitte docce fredde e gli vengono strappati tutti i denti per ammansirlo.
      Quella dei denti strappati è chiaramente un’aberrazione ideologica dell’autore, una virata di bordo verso l’orrido per creare raccapriccio nel lettore e conservare al romanzo un’omogenea unità di intenti. Nathanael West dilata, via via più esplicitamente, la struttura affabulatoria della vicenda del suo eroe e degli ambienti storici e naturali che fanno da sfondo alle peripezie di Lemuel Pitkin.
      Convergono in questo ritratto del povero Lemuel tracce gotiche di un Grand Guignol del New England, semi sparsi di un “Circolo Pickwick” made in USA, fremiti e gemiti di una middle class americana in bilico tra gli strascichi della grande depressione (la fine del capitalismo per mano dei comunisti) e il riscatto delle aspettative di benessere in una società che predica e premia l’iniziativa privata famelica per difendersi da sanguinari radicalismi bolscevichi. In questo scenario asfittico e orribile il romanzo di West diventa il ritratto sopra le righe dell’America degli anni ’30 dove le avventure del diciassettenne Lemuel Pitkin – questo Candido d’Oltrecoeano che coltiva fede e speranze – descrivono una comunità e un paese come l’altra faccia del mondo, in una versione brutale e fiabesca, acida e umorale dell’american dream.
      Dopo la turpe parentesi delle estrazioni dentarie, West sceglie un altro timbro per il romanzo di Lemuel: stavolta gli episodi sono grotteschi, quasi sentimentali e comici. “Sentimentalmente” West ci ragguaglia sulla sorte di Betty Prail dopo lo stupro: viene rapita da due lestofanti italiani che la vendono a Wu Fong, un cinese che parla italiano e che gestisce un bordello speciale dove si può fare sesso con ragazze di tutto il mondo. Il primo cliente di Miss Betty Prail, infatti, è un armeno, affetto da vaiolo, proveniente da Malta.
      Intanto Wellington Mape, l’elegantone che aveva rapinato il nostro eroe, viene arrestato e Lemuel viene riconosciuto innocente ma in prigione ha avuto la sorpresa di incontrare “Airone” Whipple, finito anch’egli in galera per bancarotta. Whipple si premura come al solito di incoraggiare Lemuel, di metterlo in guardia dai nemici dell’America – Wall Street e il comunismo – e gli dice che la madre è scomparsa e che la casa col portico è stata venduta e trasportata dall’immobiliarista Asa Goldstein in un suo negozio di New York. Verificata l’innocenza di Lemuel, il direttore della prigione, il signor Purdy, regala al ragazzo una dentiera. Le peripezie di Lemuel, purtroppo, non hanno termine: per una magica eppure infausta fatalità si trova a dover bloccare dei cavalli imbizzarriti che stavano per travolgere un distinto gentiluomo e la sua distintissima figlia. L’azione è rischiosa ma Lemuel riesce a fermare i cavalli, procurandosi però un colpo all’occhio. Apprezzato pubblicamente come un eroe, Lemuel viene additato all’encomio della folla da un certo Sylvanus Snodgrasse che si rivela essere un vessatore professionista. Lemuel ha fatto in tempo a vedere la sua casa esposta nel negozio di Asa Goldstein (rimpicciolita forse in un plastico da still-life) e poi, per la ferita all’occhio, non vedrà più niente da quell’occhio perché prematuramente lo perderà.
      Dopo i denti, l’occhio: che dire a questo punto? Che l’autore si sta divertendo alle spalle e sulla pelle del suo e del nostro eroe sfortunato? O forse vuole aprirci gli occhi su questi giovanotti della provincia americana tanto ingenui da non cogliere le insidie della vita e di esserne ostaggi predestinati? L’autore non ci aiuta, non ci dà indicazioni sul suo operato di affabulatore: prende di mira e, en passant, ridicolizza le tristezze proustiane e il romanzo di formazione da “Tom Sawyer” a “David Copperfield” (il signor Whipple non ricorda forse il signor Micawber di Dickens?). E intanto West lo evoca e lo scrive, questo romanzo, sia pure al rovescio o, per così dire, alternando in parallelo ed equamente le esaltazioni alle vicissitudini, la lucidità alla dabbenaggine.
      Pressato dall’indigenza e dalle delusioni, Lemuel si presta ad equivoche messinscene: entra in una gioielleria, si cava dall’orbita il suo occhio di vetro, finge di perderlo e promette al gioielliere una ricompensa per il ritrovamento oppure estorce un compenso per non infangare il buon nome della gioielleria. Reincontra Airone Whipple che sta organizzando il Partito Rivoluzionario Americano nella variante fascista e conosce l’indiano Jake Raven, subito irreggimentato da Whipple nelle sue “Camicie di Cuoio”. Viene però scoperto dalla polizia, di nuovo malmenato e perde sia l’occhio che la dentiera: attorno a lui si agita una moltitudine di comparse e mezze figure, una compagnia babelica di malfattori e assassini. Reincontra Miss Betty Prail che è riuscita a scappare dal bordello di Wu Fong, il cinese che parla italiano, e sta per essere coccolato e sedotto da un dignitaro indiano, il Maharajah di Kanurani, in vena di spassarsela con un adolescente americano. Con Miss Betty Prail, Airone Whipple e Jake Raven l’indiano, Lemuel parte per la California per cercare l’oro. A Chicago compra in un negozio specializzato un occhio e una dentiera ma viene sequestrato da un energumeno della Terza Internazionale che vuole sapere dove si trova la miniera d’oro che stanno cercando. L’agente della Terza Internazionale adocchia Betty Prail e comincia a violentarla: Lemuel interviene in aiuto della ragazza ma incappa in una trappola per orsi che gli recide la gamba, dopo aver perso in un precedente episodio un pollice della mano.
      Sfuggito all’agente, che ha ferito Jake Raven, Lemuel viene perseguitato anche da Israel Satinpenny, un originale capo indiano fiosofo alla Rousseau, che lotta contro i bianchi e che, nella foga della rivolta, scotenna per sovrammercato il già deficitario Lemuel.
      Il romanzo di West entra nel turbine incontrollato e fantasmagorico dell’apologo ideologico e del pastiche letterario: personaggi grandi e piccoli, casuali o istituzionali abbandonano Lemuel Pitkin al suo incredibile e insostenibile destino. Provato di un occhio, di un pollice, di una gamba, dei capelli e dei denti, Lemuel Pitkin può solo essere metafora e simbolo di se stesso. Invitato dal signor Whipple a parlare di sé, timido e impacciato, ridotto a una larva umana, Lemuel si convince di presentarsi alla folla che intende celebrarlo ma viene colpito a morte dall’agente della Terza Internazionale. Al funerale di Lemuel c’è la madre, Sarah Pitkin, scampata alla morte e all’oblìo e c’è Miss Betty Prail, Airone Whipple e il redivivo Jake Raven.
      La morte, l’uccisione di Lemuel, è il brusco epilogo di questo romanzo: per quanto avessimo potuto presagirla, la fine del protagonista appare a noi lettori pretestuosa e raccogliticcia. Sia pure suggestionati da una truce metafora – che comunque abbiamo fatto nostra più o meno morbosamente – non riusciamo tuttavia a farcene una ragione del declino inarrestabile di quest’eroe disarmato e sprovveduto. Sarà stato il tono confidenziale dello scrittore a ingannarci, a blandirci con una narrazione andante e misteriosa? Quante altre cose ci ha detto l’autore con quella finta pacatezza da racconto sentimentale, da resoconto epocale?
        La scorribanda letteraria di Nathanael West si è conclusa in questo romanzo del 1933: non ci sono i toni cupi e tragici di Faulkner o Steinbeck ma la tensione del racconto, cinica e tragicomica, fa lievitare un’atmosfera della medesima profondità, la percezione asciutta di un’allegoria sulla decadenza di un adolescente e di uno stile di vita (il sottotitolo del romanzo parla appunto di demolizione). La vicenda infelice ed esagerata di Lemuel Pitkin, questo campione di credulità scarnificato del suo essere, fa pensare al genere fumettistico pulp ma nella mediazione letteraria di Nathanael West, nella sotto-traccia di un’empatia sofferta e insofferente, ci lascia scossi e attoniti.

 

***

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3 pensieri riguardo “Note di lettura (IX) – Nathanael West”

  1. un incubo americano, la smania di fare soldi con risultati drammatici…complimenti ad Antonio Scavone per l’ironia e gli spunti di riflessione.

  2. Per quanto scossi e attoniti, come tu dici, questa tua nota di lettura, come sempre chiara, pur nella complessità di un romanzo che credo non leggerò, mi induce a pensare, tra le metafore della narrazione, che lo scrittore, oltre a descrivere il sogno americano di quel periodo storico, forse, inconsapevolmente, sia stato anche un anticipatore del nostro tempo. O forse è il nostro tempo che sta andando a ritroso?
    Leggo tra le righe delle molteplici e orride mutilazioni cui, suo malgrado, il protagonista è stato vittima, la depauperazione di un sogno che i nostri figli subiscono : non la caccia al milione ma molto più giustamente la dignità di un lavoro.
    Dignità che, purtroppo, molto spesso e con crudeltà, viene tolta a moltissimi padri e madri di famiglia.
    E il sogno americano di allora, come il nostro adesso, s’infrange contro un muro di gomma difficile da demolire.

    Grazie, Antonio, come sempre.
    un abbraccio a te e Francesco

    jolanda

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