Luigi Di Ruscio nella lingua di Omero

Luigi Di Ruscio, Romanzi, Feltrinelli, 2014 Luigi Di Ruscio

Ovunque l’ultimo
per questa razza orribile di primi
ultimo nella sua terra a mille lire a giornata
ultimo in questa nuova terra
per la sua voce italiana
ultimo ad odiare
e l’odio di quest’uomo vi marca tutti
schiodato e crocifisso in ogni ora
dannato per un mondo di dannati.

Luigi Di Ruscio, Romanzi, Feltrinelli, 2014
Παντού τελευταίος
γι’ αυτή την απαίσια ράτσα των πρώτων
τελευταίος στην πατρίδα του με χίλιες λιρέτες τη μέρα
τελευταίος σε τούτη τη νέα πατρίδα
για την ιταλική φωνή του
τελευταίος να μισεί
και το μίσος αυτού του ανθρώπου σάς σημαδεύει όλους
ξεκάρφωτος κι εσταυρωμένος κάθε ώρα
καταδικασμένος σ’έναν κόσμο καταδικασμένων.

[Traduzione di Evanghelìa Polìmou
tratta da Poiein]

16 pensieri riguardo “Luigi Di Ruscio nella lingua di Omero”

  1. Come non condividere ? Di Ruscio è la cattiva coscienza di molti , di troppi . Il suo personalissimo linguaggio è indimenticabile , ci fa a fettine .

    leopoldo attolico –

  2. Centratissima scelta, per un testo emblematico del pensiero dirusciano, da tradurre in ogni lingua, per il suo messaggio universale.
    Parole spietatamente vere che ci definiscono: umanità – come siamo – ancora incapace di ovunque riconoscersi e aiutarsi, per crescere insieme.

    Un caro saluto a Evanghelìa e Francesco,

    Annamaria Ferramosca

  3. Ciò che preferisco di Di Ruscio sono le prose poetico-narrative (da Palmiro a Le mitologie di Mary a La neve nera allo Zibaldone norvegico); le poesie mi piacciono un pochino meno. Tra le pagine delle prose ci sono dei punti, dei passaggi, dove proprio per la sgangherata e poeticissima lingua che adoperava e quindi per la sua sgangherata maniera di pensare e “iscrivere” il mondo, penso che Di Ruscio arrivi a sedersi in mezzo alla migliore letteratura italiana del novecento. Ci sono capitoli di Palmiro o della Neve nera (non dico tutti ma molti) che possono dirsi tranquillamente allo stesso livello per stile, invenzioni linguistiche e idee dei più grandi prosatori italiani come Gadda, Landolfi, Manganelli, Parise e altri… almeno per come l’ho letto e letti io.

  4. Di Ruscio è la cattiva coscienza di molti…

    dei critici forse, che non ammetteranno mai che la sua emersione dall’oblio è opera della rete, dei pochi ostinati che per primi ne hanno parlato e hanno contribuito a farlo conoscere (cepollaro, marotta, orgiazzi e qualche altro) e dei tanti che nel corso degli anni a seguire hanno messo in circolo i suoi testi portandolo all’attenzione di migliaia di lettori. ma allora la rete era veramente il territorio dove scorazzavano uomini liberi, felici al solo pensiero di scambiarsi conoscenze e letture, non certo l’attuale universo di cosche che si autocelebrano autorecensicono autopremiano. io che ne ignoravo anche l’esistenza l’ho conosciuto alla fine del 2003 quando in un gruppo di lettura seguitissimo un certo effemme pubblicò due suoi testi

    un saluto

    nf

  5. @passante,
    La prima raccolta di poesie di Di Ruscio fu prefata da Fortini. La seconda da Quasimodo. Quasimodo. Era molto apprezzato da Volponi, Porta, in un certo qual senso Calvino, e tanti altri letterati italiani di spicco. Lo si conosceva. Ha interessato vecchi e nuovi personaggi e scrittori della cultura italiana. Non so quanto merito abbia avuto la rete nella più vasta diffusione degli ultimi anni ma dire che in rete si è stati i primi a parlarne è una cosa falsa.

  6. forse farebbe bene a leggere meglio, perché stavo parlando unicamente della rete. grazie alla quale e al lavoro di chi le ha rese disponibili, lei ha potuto conoscere, posso presumere, le note di fortini, quasimodo e compagnia.
    se lei vi trova un solo testo o intervento critico su di ruscio prima della riedizione delle ‘streghe’ fatta da cepollaro allora può usare pure i suoi ‘pregevoli’ aggettivi sui commenti degli altri.
    e fuori non è che andasse meglio, l’unico che l’ha veramente seguito è stato antonio porta. morto lui, è finito ogni residuo interesse anche su qualche pagina culturale e rivista di settore, la migliore delle quali non raggiungeva il centinaio di lettori. la prima analisi critica di un certo livello apparsa su rivista è di stefano verdino e risale al duemila, prima e dopo è l’azzeramento totale nonostante un paio di plaquette amatoriali uscite nel frattempo. è solo nel 2008 se non ricordo male che verdino e ferracuti curano due distinte edizioni della sua produzione, ma allora di ruscio era già da tempo ampiamente diffuso e divulgato in rete. che vuole essere solo un dato, non certo sminuire il meritorio lavoro dei due.
    questo dovevo, non a lei in particolare ma al blog che ha ospitato il mio precedente intervento

    saluti

    nf

  7. A mio modo di vedere, Di Ruscio non è tanto “la cattiva coscienza di critici o poeti” ma uno dei molti esempi della poca disponibilità della “poesia” italiana nel considerare poesia una modalità diversa di scrittura. In parole povere, non si è poeti se non si scrive in un certo modo e, molte volte, se non si scrive come vogliono alcuni. E’ tipico della chiusura mentale, e di orizzonti, di questo paese, che raramente guarda fuori. E quando questo succede, lo fa con uno sguardo sdegnoso e presuntuoso che, in fondo, non si può proprio permettere. Colgo qui l’occasione per mettere in risalto il lavoro di traduzione, e soprattutto di resa poetica di Evangelìa. Vi posso assicurare che qualsiasi cosa lei tocchi assume una pienezza e una bellezza rare.

  8. Luigi Di Ruscio non è stato (ed è) un grande poeta e scrittore perché ha trattato determinati temi piuttosto che altri: se così fosse, sarebbero grandi poeti e grandi scrittori (o semplicemente: poeti e scrittori) tutti coloro che trattano “quei” temi (cioè la stragrande maggioranza del poeticume e dello scrittorame odierni)

    no, le cose non stanno “affatto” così: è un grande perché ha inventato, dal nulla, una “lingua”: attraverso le sue opere ne ha codificato lessico, grammatica e sintassi fino a farne un potentissimo, inimitabile, congegno ermeneutico-gnoseologico-estetico, cioè un cuneo capace di scardinare il reale e di costringerlo a dirsi in altre forme, refrattarie alla pura nominazione dell’esistente: esattamente quello che, da sempre, la grande “arte” fa e che pochissimi, nel secondo novecento, sono stati in grado di realizzare

    questa è anche una delle ragioni per cui la critica ufficiale e officiante l’ha sempre evitato (in molti casi come la peste): perché il suo lucidissimo “disegno” era un oggetto assolutamente alieno rispetto agli strumenti di analisi codificati di cui la congrega, fatte salve pochissime eccezioni, disponeva e dispone: molto più facile, molto più paesaggistico, molto più sociologicamente gratificante ridurlo alla maschera del “poeta operaio”: un meccanismo di rimozione che rassicura da una parte ma, proprio perché di sua natura escludente e reazionario, sterilizza e neutralizza la portata dirompente della complessa “diversità” estetica (e quindi etico-politica) di cui l’autore marchigiano è portatore consapevole

    ed è esattamente questo il “nodo” della questione: qualcosa che sfugge alla miriade di diruscini d’accatto in giro per le (putrescenti) patrie lettere: gente che crede che basta far riferimento a taluni problemi e a talune condizioni (che tra l’altro molti di loro non hanno mai vissuto) per fare “poesia” al passo dei tempi: altrimenti, come farebbero a chiamarsi tutti in coro poeti? ad autocelebrarsi-autorecensirsi-autopremiarsi (come diceva “una passante” qua sopra)?

    lc

  9. Lalo, d’accordo su tutta la linea, solo su un punto forse ci sarebbe da ragionare un po’: quello quando dici che Di Ruscio s’è inventato, dal nulla, una lingua. La matrice linguistica di Di Ruscio è palesemente il dialetto piceno, non proprio nulla, direi tutto. La sua visione delle cose, per quanto ribelle e iconoclastica (anche da un punto di vista stilistico), parte da quel mondo linguistico e narrativo. Al fondo di tutto c’è una mente ferocemente e partecipativamente dialettale: è notevole la frattura che si crea tra quella porzione di vita e quella porzione di morte che è una certa letteratura, specialmente poetica italiana. Ovvio che non basta avere un mondo linguistico così, bisogna saperlo trasferire sulla pagina, ed è quello che Di Ruscio è riuscito a fare, con grandi margini comunque di indipendenza e invenzione.

  10. è un rilievo più che giusto, anche perché avrei dovuto specificare che quel “nulla” era riferito all’assenza di una tradizione codificata (scritta) da cui attingere, non certo ai materiali di un’oralità diffusa, storicamente data, nella quale di ruscio affonda le sue radici e che tu molto bene, a mio avviso, metti in evidenza
    quell’oralità è il “materiale grezzo” su cui imprime il marchio di una forma assolutamente straniata e dirompente rispetto ai codici imperanti

    (il termine utilizzato, ad ogni modo, non ha per me nessuna valenza di ordine metastorico o, peggio ancora, metafisico: non credo assolutamente alla demiurgia, tanto meno se applicata alle forme artistiche)

    lc

  11. Trovo leggermente in controsenso la postura che la voce di Di Ruscio assegnava al Di Ruscio uomo e la richiesta di accettazione / visibilità che voi commentatori qui ancora reclamate. Voglio dire: non era solo la visibilità letteraria quel che cercava, piuttosto una comunità di sodali che non ha mai avuto (essendo sradicato) e non poteva certo avere fra i letterati di mestiere, perché il mestiere si fa in altro modo e con altre logiche. Sta bene in questa dimora del tempo sospeso, non stava e non sta bene dove si fanno le Patrie Lettere, se non appunto come “ovunque ultimo / per questa razza orribile di primi”. Saluti.

  12. Anch’io ho appreso dalla reta dell’esistenza di Luigi Di Ruscio, qualche anno fa, attraverso la frequentazione online d’una piccola e molto interessante casa editrice, SenzaPatria, guidata dalla passione, dalla competenza e dalla gentilezza del suo editore Carlo Cannella.
    Ringrazio Francesco Marotta e “La dimora del tempo sospeso” per aver pubblicato la poesia e la notizia dell’uscita di questo importante volume presso Feltrinelli.

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