La condanna

Paolo Beneforti, Auto da fé

Gianmarco Pinciroli

 

Nel segno di una lettura comune
l’amicizia perde due indirizzi
e guadagna un mondo d’immagini
dal lago di memorie differenti

 

Testi tratti da
La condanna
Autodafé in sette passaggi

 

…il non scritto e il non detto sono
tanta parte…

 

I. Contro il gorgo

 

Le campane

Il din della mestizia, il don della gioia:
incanutirsi la tempia – balzi di fune
a strappi di scale
ascendenti discendenti
antenati degli uccelli
nella serie bianca, nera dei tasti

in cielo guarda, oh guarda
dipanarsi la nube già scura
della melodia serale
filacce di cotone a risonanza
dello schermo degli occhi
ora un velo, quegli occhi, al profondo
azzurro dei flauti
prima del silenzio

 

Non ancora recisa

Non ancora, non ancora recisa
la gola disfatta speranza
parola socchiusa sull’acqua
che preme gli argini

Pur sempre amato
tu, volto di parola
hai sfidato i trasalimenti del pensiero
vittorioso nell’insidia
di un cupo rovesciamento

La storia munge decreti
che assolvono i carnefici
prosciugato è il latte del tempo
in cui aveva corso
la moneta del credere

 

Illeggibile a sé

Illeggibile a sé, polvere, vetro
questo sembrare inarrestabile
e fiero, a fondamento
del cuore che diviene
altro da sé, a sé conchiuso

Ristagna un’ombra di memoria
nelle parole che son dette attorno
da chi ti ha conosciuto e salutato
ma l’ombra è persa con la sera
e la memoria è sciolta in fretta
nella cura dei figli
nel lavoro fuori dal pensiero
nella comunicazione fredda
dello schermo

 

Contro il gorgo

Illividite sembianze del bosco
date frutti al passo: sostiene
la fatica dell’ultima luce

Languore e pace sulle sconsolate
foglie del tempo, l’acqua
del tuo crollo inarrestabile
non sia morte di foglia
impoverimento della felce melodiosa
ma carne accesa di papavero
e memoria contro il gorgo
della sentenza: la fine
del giorno ennesimo nel grigio
della decomposta somma
dell’agire, riluttante al senso
al beneficio di una confermata gioia:

presenza di sé
nel sé della presenza

 

Quanti muri

Quanti muri si nascondono
dietro l’ultimo muro che cade?
Sei tu che abbatti
con il palmo di una mano
appoggiata al silenzio
la parete degli specchi sul mondo
che le pedine muove fuori di noi
e vince e ride e volta
le spalle al fragore del crollo?

Sei tu, sei tu che varchi
l’inespresso, voce col passo
di una voce ancor più tenue
della gola di un passero?

Sei tu che abbracci il miracolo
del sole? ogni mattina si fa strada
tra le macerie, coprendo
con l’abbaglio del corpo
la nudità di luce
del sogno che lo veste
e lo cheta nella trasparenza del pensiero

Ma anche se tu, se tu fossi
quel tu che si nasconde
dietro tutte le montagne
come potrebbe l’orma avvicinare
il piede all’ombra dei cancelli bui
nella tua ineffata vertigine di viaggio?

 

Col blues del sole spaccato

Partorire nel silenzio
della casa fatta sogno
e sembianza d’innocenza

Eccovi dati in pasto
alla tavola dei numeri
e della consumazione
– povere vite –
allo strazio dell’utilità
l’una con l’altra prese
nell’odio o nell’ingenuità
perché nessuno sa davvero
dall’altro che cosa vuole
soltanto (dice in un soffio,
in un gemito di gelo e riso)
soltanto stare in pace
lontano da tutti, qui, ora
e fitto di cose, cose
trafitto d’artifici, astri
subito spenti nella minestra
dei resoconti serali, notturni
quando non si dorme, non si riesce
a prendere quel po’ di sonno
che consenta il raggiungimento
del limite, della stanchezza

Desiderio di doglie e fumo
dal fuoco delle buone intenzioni
ecco il resto della cena
offerto dallo specchio di mani
anche troppo cortesi
se pensi che sono servite
a cucinare il tuo passato feroce
il tuo presente di gola
spalancata alle intemperie
di questo nulla che ti nutre
di poche, nude consonanze
col blues del sole fatto in quattro
ogni sera dell’anno

 

Ramo fragile

Ramo fragile nutrito di vento
che separa il candore
dalla veste del candore dipinto,

che può fare la morte della sera
soffiandoti, germoglio dell’aurora,
bave di gelo nell’imbuto
della tua tenue fatalità?

Strapparti con più rabbia
al seno delle madri, uccidere
ogni feconda mestizia di parola
nel ventre che batte il pensiero
ma null’altro che sia
men che provvisorio
nel mondo che provvede a divenire

Oppure, laddove il vento
cade nella rosa del sonno
morta di paura,
il ramo non più fragile
di un tu che legge i segni
del petalo fatto scuro
dal legno dell’inchiostro
si drizza nella festa funebre

non più fragile si nutre
del sangue della belva
non più fragile si specchia
nella fronte caduta
della più sofferta divinità

 

***

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1 commento su “La condanna”

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