Repertorio delle voci (XXVII)

Marilena Renda, Ruggine, 2012

Manuel Cohen
Marilena Renda

Nel grande cretto, tra Ethos
ed Epos, quasi un’allegoria.

    

Di Marilena Renda, leggiamo finalmente per intero l’articolato poemetto Ruggine, un testo dalla lunga gestazione, già apparso in rete nel 2009, rappresentato a teatro, e qui proposto in una stesura ulteriormente rivista in cui si è sistematicamente provveduto a uniformare il tutto, a renderlo continuum, narrazione quanto più possibile coerente e organica: è probabilmente in ragione di ciò che l’autrice ha eliminato quegli inserti nell’idioma di Erice, che ci era stato possibile leggere precedentemente.

    

Ruggine è un testo che narra, ritorna e riverbera o riparte dalle e sulle vicende drammatiche che seguirono la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, quando una vasta area della Sicilia occidentale fu colpita dal sisma tristemente noto come ‘il terremoto del Belice’: una ventina i comuni colpiti, di cui 4 interamente distrutti: Gibellina, Salaparuta, Montevago, Poggioreale: 370 vittime, oltre 1000 feriti, 70.000 senzatetto. Ora, anche volendo sorvolare sulle numerose testimonianze in versi lasciate dai neodialettali a proposito del terremoto del Friuli del 1976, non apparirà casuale la coincidenza per cui nella poesia dell’ultimo lustro vari titoli sembrano ispirarsi o riferirsi a fatti analoghi. Come dire che l’immaginario collettivo e la memoria di numerosi autori in versi ne siano stati segnati irredimibilmente. O forse è in un presente inquieto, precario, da ricostruire quasi, che è da ricercare il tratto di similarità o di una Stimmung: l’istanza di raccordo e documento che muove e accomuna autori molto divaricati tra loro per orientamento e gusto: è il caso di Jolanda Insana, che ha scritto la suite Frammenti di un oratorio. Nel centenario del terremoto di Messina (2009); o di Domenico Cipriano, che con Novembre (2010) ritorna a fare capolino intorno ai numeri, quasi una cabala, di quella fatidica sera del 1980 del terremoto dell’Irpinia. Per non dire del Viaggio nel cratere (2003) narrazione di Franco Arminio, o dei testi carsici e lavici scritti a partire dal 1980 di un altro lucano, Salvatore Pagliuca, ed ora raccolti nel volume Lengh’ r’ terr’, Lingua di terra (Le Voci della Luna, Milano 2012).

    

Il libro si presenta al lettore come una ampia partitura suddivisa in quattro scansioni disomogenee per estensione e struttura: non mancano testi in prosa, nella natura documentaria o di interviste a testimoni, che fanno da contraltare a sequenze di versi distesi, in strofe pentastiche, variamente modulate sull’endecasillabo, e più generalmente in eccedenza e in evertenza da esso. Ruggine sembra attuare una serie di movimenti contigui: di ricognizione e di raccordo, di ritorno al luogo-simbolo del dopo terremoto, la Gibellina che negli anni ’80 divenne un laboratorio all’aperto per l’arte contemporanea: una sorta di Utopia del vuoto, o della memoria, grazie ai contributi di Consagra, Schifano, Paladino, Arnaldo Pomodoro, Burri e molti altri, ma che rappresenta il primo esempio dell’edificazione di una new-town a 20 km di distanza, e che segnò la vera fine di Gibellina Vecchia. Marilena Renda si aggira interrogativa tra un prima e un dopo, arretra e regredisce, seguendo il flusso delle maree e il ritmo del pensiero, a un vulnus d’infanzia, osserva desertificazione e cemento. Non casuale il lapsus con cui nomina per libera associazione Gibellina: Gibilterra, «il punto di scarto / tra mare e non-mare», a dire di una prospettiva sul mare aperto o sul nulla, a suggerire di una città di frontiera o discrimine, materiale e materica, tra terra e acqua. Tratteggia o allude a un ethos: tra vecchio e nuovo mondo, tra passato e presente, tra luogo e non-luogo, e ascolta le voci di allora – lei è nata molti anni dopo lo scisma – a tal punto che quella lingua dell’oralità eliminata dalla stesura definitiva del libro, sembra riemergere e prendere corpo nelle continue tracce identitarie, nei nomi, quasi una mappatura, e un umilissimo, terrestre epos, che ha a che fare con una genealogia, e con i frammenti di storie che ne fanno uno Spoon River contemporaneo, attinente e interessante.

    

La Renda coglie le metamorfosi in atto, le crepe e gli sgretolamenti fisici, gli stigmi corporali, sociali e linguistici: tutto quanto comporta e consegue all’attestarsi ad altezza di un discrimine, o di una faglia, «interruzione dell’ordine e del cosmo», in un esercizio di mimesi che variabilmente riproduce nell’elemento prosodico-ritmico il movimento tellurico ed il movimento del mare: «una sinergia tra orizzontale e verticale»: questo sempre in una lingua che tiene salde in una sola mano le corde o coordinate della figuralità, meglio della visione  visionarietà, della concretezza materica e della mimesi realistica,  della Historisch come della Geschichtlich.

    

Potremmo anche azzardare che Ruggine, un testo che convince, per congruità di lingua e per quiddità di stile,  per bellezza nuda e risolta, per attinenza alle cose e ai motivi, e che centra perfettamente la corporalità degli oggetti e il vuoto che ne segue, assomiglia, nella sua ruvida, articolata perfezione alla allegoria del ‘Grande Cretto’ con cui Alberto Burri volle ricordare la ferita del terremoto. E la ruggine, cola e si deposita lungo le fenditure della ‘piccola altura’ (questo il significato dall’etimo arabo di Gibellina), diventa visione delle vite e delle storie toccate dalla vicenda, le «pepite di fango e polvere», e si fa allegoresi di un luogo-culto divenuto contemporaneo non-luogo: «trama screziata / di strade e piazze partorite domani?».

Postfazione di Manuel Cohen

 

Alberto Burri, Il grande cretto

 

Testi

 

4. La macchina (la stella)

[…]

L’albergo è casa tradotta in gergo di rovina
del dio domestico e di sua perdizione.
Casa di mura, di intonaco e calce viva,
dimora di finestre in fuga, lingua opalescente
che lascia intatte le ferite della madre.

Un grido di rondini si solleva e stormisce
tra i resti dei passaggi scavati nell’erba.
Un guscio di casa rovesciato, estinto,
dice che è tempo di giungere al volto,
di asciugare la pietra con tamponi di sale.

Il volto dell’attore è una lingua in lotta
con lo schermo leggero delle pastoie mute.
L’83, giorno inaugurale della stessa pietra,
il figlio e la comparsa tagliano la testa
al buio, divisi da un pensiero d’acqua

che accende i cancelli, i venti fossili
a un soffio d’aceto. Ci si scotta nella gola,
si trapassa alla scala verso nessun dove,
si salta, come se Giacobbe e il silenzio
potessero sfatare questa fuga di lena.

 

*

 

Le api aprono i nidi a un verso senza pause,
la quinta del tempio è una striscia bianca
che screpola e scolla la pelle della pietra.
Il volo crea uno spazio interdetto al calore
che nemmeno la tua assenza può sporcare.

Un uomo costruiva la stella, nei giorni che l’acciaio
si divideva in filamenti, sulla terra senza peso.
La stella cresceva come pane, come epidemia di luce,
saliva le ferite per soffiare via il sangue dai buchi.
Quanti giorni abbiamo avuto per frugare le sue pieghe.

 

*

 

Se porti la parola nella casa dell’ombra,
poggiala piano sulla soglia che accoglie.
Traduci cosa non più tua, affondi la foglia
in un ordine antico, in una lingua cieca,
siedi su una faglia che non sveglia il sangue.

Siamo nel buio, nel bosco, in questo passato
che è un masso erratico, un museo per insetti,
una casa malata. Un tempo erano amate le case
crepate, i morti che avevano il sonno negli alberi,
gli spacchi visibili fasciati dal tempo.

 

*

 

E se dovessimo alzare un vessillo della pena
che accende le pietre quando cadono dall’alto
di una montagna, di un cielo rovesciato
diremmo: è la maschera del disinganno,
è fuoco nella veste sua più disadorna.

E se dovessimo costruire un giardino dell’inverno
circonderemmo i suoi fianchi di ginestre e diremmo:
questa è la pietra, questo il monumento,
la breccia che non si può scandire,
contrafforte alle ombre nascoste tra la neve.

 

*

 

Costruiscono qualcosa, laggiù, in un luogo
non tracciato sulle mappe: una nave di specchi,
l’ombra di un campanile, un paradiso per i senza
riposo. Nella notte, c’è un respiro che conduce
fuori dal deserto, a casa nel vulcano,

nello spazio che separa ciò che è fragile
da ciò che muore, e lo seppellisce tra il rancore
che asciuga, tra le fotografie che non dicono
chi siamo, ma sciolgono un vento sottile
che acceca il futuro con un pugno di sabbia.

Questa è la casa, un passo di terra scura
inflitto nella sabbia di cui il sapore è scordato.
Quando gli assenti riapriranno gli occhi,
saranno appesi a una quinta di pece
per contrappasso alla noia dei sogni.

 

*

 

La bambina è un muro basso da superare,
nel mondo dei bambini sporchi, laggiù,
che mangiano acqua e pane invisibile.
Le rose si fanno portare senza rumore
per essere colte, gettate, dimenticate altrove.

Bambina tradita dalla testa bruciata
stare insieme è abbastanza se la casa
è sparita e ti domanda dove sei stata.
Bambina assorta con la testa malata
la pancia è aperta e la strada perduta.

 

*

 

Perché le cose scompaiono, e non c’è strada
per trattenerle ancora un minuto sulla linea
del cielo presente. E questo fu imparato sulla via
delle rovine, nella direttrice imbastita dalla madre
il primo giorno che disse una parola e la terra

diventò un raschio di gomiti mai sollevati
dal suolo, un modo di consolare i fantasmi
che stridono i denti, che smettano alla fine
di ruggire attorno ai piedi di chi
cammina la terra che non trema.

 

Marilena Renda, Ruggine
Prefazione di Maria Grazia Calandrone
Postfazione di Manuel Cohen
Edizioni Dot.com Press – Le voci della Luna – 2012

 

***

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